KAYLIE JONES.
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LA FIGLIA DI UN SOLDATO NON PIANGE MAI.
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Titolo originale: A Soldier's Daughter Never Cries. 1990.
Traduzione di: Annamaria Biavasco e Valentina Guani.
1999. Garzanti Libri,  MILANO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano 
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Channe Willis, la protagonista di questo romanzo tenero e insieme acuminato, vive a Parigi un'infanzia dorata, protetta dall'affetto dei genitori (il padre  un noto scrittore americano) e di Candida, la tata portoghese. Ma l'arrivo di Benit, il fratellino adottivo che poi si far chiamare Billy, sconvolge quell'universo ovattato, scatenando rivalit, prepotenze, gelosie.
Quando, dopo alcuni anni, la famiglia torna a vivere negli Stati Uniti, Billy  diventato un adolescente sempre pi chiuso in se stesso, mentre Channe passa da un ragazzo all'altro, spinta da un'inquietudine che neppure lei riesce a spiegarsi. Alla morte del padre, malato di cuore, i due giovani si riavvicinano e affrontano per la prima volta la questione della nascita di Billy.
Riusciranno a risolvere il mistero grazie al diario che la giovanissima madre aveva consegnato ai Willis al momento dell'adozione.
Con una scrittura sempre tesa e vivace, straordinaria nel delineare con grande verit psicologica il rapporto di amore-odio tra Channe e Billy, fino ai turbamenti e alle turbolenze dell'adolescenza, Kaylie Jones racconta una storia commovente e profonda: il rapporto complesso e fragile tra due fratelli, che passano dalla rivalit all'affetto.
Finalmente hanno capito quello che erano da bambini e imparano a rispettare e accettare quello che sono diventati, da adulti.
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L'AUTRICE.
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Kaylie Jones si  laureata alla Wesleyan University e ha seguito i corsi di scrittura della Columbia University.
 autrice di due romanzi, As Soon as It Rains e Quite the Other Way.
Vive a New York, dove insegna e lavora al suo quarto romanzo.
 figlia dello scrittore James Jones, autore di Da qui all'eternit e La sottile linea rossa.
Il New York Times ha paragonato il suo caso di figlia d'arte a quelli di Martin Amis e Susan Cheever.
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LA FIGLIA DI UN SOLDATO NON PIANGE MAI.
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INDICE.
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La valigia.
La figlia di un soldato non piange mai.
La casetta sull'albero.
L'et dello sviluppo.
Candida.
La sera dell'ultimo dell'anno.
Cittadino americano a tutti gli effetti.
Il diario.
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Fine Indice.
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Vorrei ringraziare il mio pi vecchio amico, James Bruce, che mi ha ricordato com'ero tremenda quando avevamo quattro anni, e Joy Harris, la mia agente, sensibile quanto tenace.
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AUTOBIOGRAFIA LITERARIA.
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Quando ero piccolo giocavo per conto mio in un angolo del cortile della scuola tutto solo.
Odiavo le bambole e odiavo i giochi, gli animali erano ostili e gli uccelli volavano via.
Se qualcuno mi cercava mi nascondevo dietro un albero e gridavo: Sono orfano.
E ora sono qui, al centro di tanta bellezza!
a scrivere queste poesie!
Figurarsi!
Frank O'Hara.
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LA VALIGIA.
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Ricordo il giorno in cui mio fratello arriv dall'orfanotrofio e mi sembra che tutto fosse color giallo limone. Non  strano, perch vedo sempre i ricordi pi significativi della mia infanzia come attraverso lenti colorate. Malattia, febbre alta e caldo estivo sono rossi. Imparai ad andare in bicicletta d'inverno; la strada in cui abitavamo, i miei vestiti, il selciato e le case tutto intorno sono di un azzurro metallico.
A quattro anni mi innamorai di Mathieu, un bambino di cinque anni che mi sorrise e poi infil una mano nella mia vasca delle tartarughe. Le tartarughe, gli occhi e il maglione di Mathieu, con le maniche arrotolate fin sopra i gomiti, nei miei ricordi sono di tante sfumature di verde.
Ancora adesso la febbre mi sembra rossa e le belle giornate invernali di un azzurro metallico, ma non ho altri ricordi in giallo, nemmeno di uno splendido pomeriggio estivo. Giallo  solo il giorno in cui mio fratello arriv dall'orfanotrofio.
Pu darsi che sia perch ero gelosa e spaventata - i miei genitori non ricordano che la giornata fosse particolarmente gialla - ma il sole oltre le alte portefinestre mi pareva accecante. Abitavamo a Parigi, sulla Senna, e i riflessi sul fiume erano talmente forti che era impossibile guardarlo a lungo senza strizzare gli occhi.
Mio padre era sul balcone, appoggiato alla ringhiera con un bicchiere di whisky e soda in mano. Io ero agitata. Non riuscivo a stare ferma e andavo e venivo dal balcone. Avvicinandomi a mio padre per la ventesima volta, gli appoggiai la testa sul fianco e lo tirai per una tasca. Ma lui non era in vena di darmi retta.
PAP---, quando arriva il fratellino?.
Ormai dovrebbe essere qui da un momento all'altro,
rispose lui senza guardarmi, gli occhi fissi sui taxi che attraversavano il grande ponte di cemento.
PAP---, ho cambiato idea. Digli di non venire oggi.
Vuoi stare buona?, ribatt mio padre infastidito. Sul serio, devi comportarti bene. Avr una paura da morire.
Ges, Bill, intervenne mia madre dall'altra parte del lungo soggiorno bianco panna inondato di luce gialla. Si era vestita elegante, con uno Chanel chiaro e le scarpe in tinta e, come me, non riusciva a stare ferma. Vuoi andare ai giardini con Candida, Channe? Forse sarebbe meglio se uscissi con....
Deve essere qui, Marcella, la interruppe mio padre con voce calmissima. Quando usava quel tono calmo e piatto, nessuno aveva il coraggio di contraddirlo. Corsi in cucina a chiedere alla tata un bicchier d'acqua. I miei le avevano raccomandato di restare di l perch il fratellino non si confondesse alla vista di troppi estranei. L'attesa pareva interminabile e tutti, compresa Candida, erano tesi e poco disposti a coccolarmi.
Mio padre mi chiam dal balcone. Vieni qui, Channe.
Guarda. Corsi a vedere e infilai la testa tra due tralci in ferro battuto della ringhiera. Davanti al portone si era fermato un taxi. La portiera si spalanc e comparve una grossa scarpa che si pos sul marciapiede, seguita da una gonna grigia e quindi da una testa, anch'essa grigia. La signora si guard intorno per un attimo, poi si chin all'interno dell'auto come per tirare fuori qualcosa che non voleva venire.
Sul sedile spuntarono prima una gambetta nuda, poi un'altra.
La donna ne afferr una e poco dopo salt fuori una testa bionda.
Mio padre entr in casa, liberandosi della mia mano aggrappata alla tasca dei pantaloni. Mi sentii completamente abbandonata e, strisciando i piedi, andai al caminetto e mi rintanai sotto la mensola di legno.
Per sempre, pensai, stava venendo a vivere con noi per sempre. Quell'idea mi risultava incomprensibile quanto il pensiero di un universo destinato a durare in eterno.
La storia del fratellino mi era stata spiegata con cura.
Avevo tre anni quando i miei avevano deciso di adottarlo e da allora era gi passato un anno. Mi avevano detto che i
suoi genitori naturali erano morti in un incidente d'auto quando lui era appena nato. Non era vero, ma non ho mai rinfacciato ai miei di avermi tenuta nascosta la verit: a quell'et sarebbe stato troppo sia per me sia per il fratellino.
Aveva passato i suoi primi tre anni con una coppia di francesi che lo avevano preso soltanto in affidamento, senza adottarlo, e quando la moglie si era suicidata con una dose eccessiva di sonniferi il marito, distrutto, lo aveva mandato in un istituto. I due erano conoscenti dei miei genitori.
Un giorno lui aveva telefonato a mio padre dicendo:
Bill, ricordi quel bambino che tua moglie trovava tanto adorabile? Se non ricordo male, diceva che le sarebbe piaciuto avere un bambino cos... Be', non posso pi tenerlo, Bill. Adesso  in un istituto e a me dispiace da morire.
Siccome gli americani non potevano adottare bambini francesi, i miei genitori brigarono, implorarono e diedero migliaia e migliaia di dollari a un funzionario perch facesse sparire i documenti di mio fratello. Mia madre ebbe addirittura un colloquio privato con madame de Gaulle (mio padre, famoso scrittore americano che viveva a Parigi, aveva una posizione che gli consentiva di aprire molte porte importanti) e la moglie del presidente si prese personalmente a cuore la faccenda scrivendo una lettera di raccomandazione.
Nonostante il beneplacito di madame de Gaulle, l'accordo non era definitivo; io lo venni a sapere solo molto tempo dopo, ma per vari anni una volta al mese venne a controllarci un assistente sociale. Sarebbe bastata una parola di questa persona per rimandare il fratellino all'orfanotrofio, cos che dal momento in cui mise piede in casa nostra, i miei vissero nel terrore.
Nessun altro al mondo si  battuto di pi per avere un bambino, ripeteva continuamente mio padre durante l'anno necessario per le pratiche burocratiche.
Non vi siete battuti per avere me?.
S, certo. Ma  stato diverso. La mamma  stata molto male. Non pu avere altri bambini e tu dici sempre che ti senti sola. Adesso avrai qualcuno con cui giocare.
Qualcuno con cui giocare! Qualcuno con cui dividere tutto, pensai. Qualcuno che avrebbe dormito nella stanza accanto, in quella che era sempre stata la mia camera dei giochi!
Sentii suonare il campanello e poi parlare francese. Mio padre e mia madre lo parlavano appena, io invece correntemente: ero cos tremenda che mi avevano mandato a scuola a due anni. Sentii che mio padre chiedeva alla signora se voleva un t, un caff o una bibita fresca. Lei rispose Non, merci con voce solenne.
Channe, disse mio padre nel tono calmo cui tutti davano ascolto, vieni qui.
Uscii da sotto la mensola del caminetto e vidi il fratellino.
Era l impalato, immobile, e si stringeva al petto una vecchia valigetta nera consunta. Aveva un completo scozzese striminzito, con le maniche della giacca troppo corte e i pantaloncini cos stretti che si vedeva la fodera delle tasche.
Mia madre sostiene che era azzurro, ma io lo ricordo giallo con delle righe arancioni. Teneva gli occhi fissi a terra e aveva le nocche bianche a furia di stringere la valigia. Aveva la testa tonda, le guance rosee e paffute e una bocca che sembrava un bocciolo di rosa. Ogni tanto gli sfuggiva un sospiro e gli si dilatavano le narici.
La signora si guard intorno, a destra e a sinistra, esaminando tutto. Aveva delle venuzze viola che sembravano vermi sulle guance ed era praticamente senza labbra.
Prsentez-vous, Benit, disse sottovoce al fratellino, dandogli un colpetto sulla spalla. Il bambino vacill, ma non perse l'equilibrio e continu a stringere la valigetta fra le braccia.
Non importa, disse mio padre in tono gentile. Pos un ginocchio a terra e gli porse la mano.
Je suis ton pre, gli disse con il suo spaventoso accento americano. Il bambino aggrott la fronte. Non  vero che sei suo padre! pensai io indignata.
Et voici ton mre et ton soeur.
Ton mre? Non si dice ton mre, pensai, si dice ta mre! Mi feci avanti, senza avvicinarmi troppo, e dissi in francese alla sconosciuta e al fratellino: Vi prego di scusarlo. Mio padre non parla molto bene il francese,  straniero.
Che cos'ha nella valigia?, chiese mia madre alla signora.
Cercava di sembrare rilassata, ma parlava troppo forte e con troppo entusiasmo.
Un paio di mutande, un paio di calzini e una camicia di ricambio.
Channe, disse mio padre allungando un braccio e mettendomelo sulle spalle con fare da cospiratore. Tesoro, fammi un favore, se non ti dispiace. Sai dov' la scatola dei giocattoli che gli abbiamo preparato? Per favore, valla a prendere e portala qui. Puoi dargliela tu, se vuoi.
No, risposi secca.
L'occhiata che mi lanci mi fece sentire come la Perfida Strega dell'Ovest quando Dorothy le getta la secchiata d'acqua.
Scusate un attimo, fece pap e con un cenno del capo indic il corridoio che portava alla cucina, alla vecchia camera dei giochi, alla mia stanza e a quella della mia tata Candida. Capii che era meglio andare, o pi tardi me la sarei vista brutta.
L'ex camera dei giochi aveva un pavimento di mattonelle rosse. Mia madre vi aveva sistemato un piccolo tappeto e un letto. Diedi un calcio alla scatola piena di giocattoli nuovi, che scivolando and a fermarsi davanti a mio padre. Lui la spinse da parte con i piedi, mi sollev da terra e mi mise a sedere sul letto nuovo del fratellino.
Adesso prendi quella scatola, la porti in soggiorno e gliela dai, mi ordin con calma, lentamente. Subito. Ti stai comportando malissimo. Mi vergogno di te. Guarda quel povero bambino spaventato e guardati. Sono scandalizzato.
Non capisci che ha una paura da morire? Tu sei l'unica della sua et. Magari con te parler. Non puoi cercare di essere gentile con lui?. Vedendo che stavo per mettermi a piangere, tacque un momento.
In tono meno brusco riprese: Pensa se la mamma e io non ci fossimo pi. Non vorresti che gli altri fossero gentili con te?.
Presi fiato pi volte, ma alla fine crollai. Saltai gi dal letto e lo abbracciai, nascondendomi la faccia tra le sue gambe.
Papa-a-a-, papa-a-a-, non dire cos!.
Per favore, Channe. Fallo per me. Portagli quei giocattoli, per favore.
Trascinai la scatola per tutto il corridoio e fino in soggiorno.
Mio padre mi aiut un po' spingendola con un piede.
La lasciai davanti al fratellino con aria indifferente, come se mi fossi disfatta di un oggetto privo di valore.
Tiens, dissi. C'est pour toi.
P-pardon?, fece lui.
C'est pour toi!.
Pour moi?. Accigliato, si punt un dito al petto nascosto dietro la valigia. Aveva gli occhi rotondi e azzurri e un piccolo spazio tra i denti davanti.
Aprila, gli dissi.
Si mise la valigia sotto il braccio sinistro e con la mano libera apr la scatola.
Posa la valigia, gli dissi. Lui scosse la testa.
Mais pose ta valise!, gridai.
Mia madre guard mio padre e si morse un labbro.
Tesoro, non essere cos sgarbata. Di, non fare la prepotente, mi sugger. Bill, caro, di' qualcosa. Aveva la fronte sudata.
Channe, disse mio padre schiarendosi la voce, non fare la prepotente.
Il fratellino tir fuori della scatola il camion rosso dei pompieri sollevandolo a fatica. Che bello, comment con un sospiro. Guard la donna e pos il giocattolo sul tappeto, rassegnato a rinunciarvi.
No, no,  per te, lo incoraggi mio padre.
Non sono abituati a regali cos costosi, madame, mormor la donna con aria di disapprovazione.
Il bambino pos la valigia per terra e ci si sedette sopra ad ammirare il camion dei pompieri da lontano.
Guarda, stupidino?, esclamai, presa da improvviso entusiasmo.
Non te lo prendo, voglio solo farti vedere. Guarda: va da solo e fa mi-mo-mi-mo!. Lo rovesciai e lo caricai: il camion part, con un faro giallo che lampeggiava sul tetto.
Giallo, giallo, giallo! Il faro lampeggiava, la sirena faceva un baccano infernale e io ero tutta contenta perch di solito in soggiorno non erano ammessi giocattoli.
Il camion dei pompieri and a sbattere contro la gamba di una sedia d'antiquariato dall'altra parte della stanza, si gir e ripart nella direzione opposta. And dritto fino ai piedi del fratellino, quasi avesse riconosciuto in lui il suo legittimo proprietario, e fin contro la valigia che teneva fra le gambe. Lui lo raccolse e lo abbracci come se fosse un cucciolo. Era diventato rosso quasi come il camion.
Vedi! Te l'avevo detto. Mi-mo-mi-mo!, gridai.
Lo ricaric, lo pos di nuovo a terra e, dopo un momento d'indecisione, abbandon la valigia per inseguirlo per la stanza. Si mise a ridere, rosso in viso e con gli occhi sgranati, e anch'io scoppiai a ridere perch non avevo mai visto nessuno entusiasmarsi tanto per un giocattolo.
Poi la signora disse che se ne andava e il fratellino abbandon immediatamente il camion dei pompieri, prese la valigia e si avvi verso la porta.
Non, Benit, disse lei. Tu resti qui.
D-da solo?, chiese lui con voce tremante.
Vedrai che qui starai bene, lo rassicur lei facendogli una carezza sulla spalla. Mio padre le strinse la mano e chiuse la porta. Benit rimase l a fissarla con la sua valigetta sul petto. Aveva la faccia triste ed era pallidissimo.
Sembrava desolato, affranto, atterrito. Non devo piangere, diceva coraggiosamente il suo sguardo, e io mi sentii male come mai prima di allora. Mi pareva di essere odiosa ed ero arrabbiata con lui perch mi faceva sentire cos.
Vieni?, gli dissi tirandolo per una manica. Giochiamo!
Hai visto? Anche questo camion  tuo. Corsi verso la scatola e cominciai a frugarci dentro.
Vieni qui! Guarda: questo trasporta i sassi e li scarica per terra.
Diedi la carica al camion e posai le mie scarpe di pelle sul pianale per fargli vedere come le scaricava per terra. Il fratellino mosse qualche passo incerto verso di me, sempre stringendo la sua valigia, ma non disse nulla n si mise a giocare.
Mia madre and in cucina a prendere biscotti, latte e gelato.
Candida la seguiva indicandole gli sportelli e i cassetti giusti. Il fratellino divor tutto in un baleno, quasi temesse che mia madre potesse cambiare idea e portargli via la merenda.
Non vuoi posare la valigia per terra? Perch non la tieni in mezzo alle gambe?, gli propose in francese.
Finalmente si diede per vinto e spost la valigia dalle ginocchia al pavimento, ma solo dopo che la mamma gli ebbe concesso il bis di gelato. Met della prima coppetta era
finita sulla valigia. Ero scocciatissima perch se mi fossi sbrodolata in quel modo, lungi dal darmene un'altra, non mi avrebbero permesso nemmeno di finire la prima.
Dalla cucina ci trasferimmo in camera e il fratellino per poco non svenne alla vista di tutti i miei giocattoli. Avevo una ventina di orsacchiotti di pezza sul letto, cui cambiavo nome ogni due o tre giorni, e cinque Barbie bionde con tanto d'istituto di bellezza e guardaroba. Erano buttate qua e l, in disordine, alcune nude, altre vestite solo a met, con le scarpette di plastica sparse come pezzi di chewing-gum masticato. Avevo anche dei Lego rossi, bianchi e blu con i quali stavo costruendo un castello, degli album da disegno e dei puzzle incominciati.
Il fratellino guardava senza toccare niente. Aveva in mano la valigia e i due camion e non li voleva mollare. Io naturalmente ero stufa dei miei giocattoli e volevo giocare con i suoi camion, cos scoppi una rissa tremenda.
Candida mi trascin urlante in cucina e la mamma usc con il fratellino per comprargli dei vestiti. Nei momenti di crisi (per esempio quando mi ammalavo) mia madre reagiva sempre andando a fare spese pazze. Quella volta per io non ero la vittima, ma la causa della crisi, e di colpo mi sentii crollare addosso il mio piccolo mondo.
Candida pelava patate e cipolle in una ciotola di vetro sul tavolo della cucina, con le grandi mani arrossate che si muovevano veloci. Era partita dal Portogallo a venticinque anni e viveva con noi da quando io avevo due mesi. Era la persona con cui passavo pi tempo: la stavo a guardare mentre faceva da mangiare, cuciva, lavava, lustrava le scarpe e la routine dei suoi lavori mi calmava. Sono la tua seconda mamma, mi diceva tutta seria. Era la mia alleata, la mia migliore amica, ma non mi proteggeva, per quanto ci provasse spesso: temeva la collera di mio padre tanto quanto me.
Quel pomeriggio in cucina regnava un silenzio inquietante.
La radio taceva e la luce accesa sopra le nostre teste ronzava come una zanzara.
Lo odio, dissi. Candida fece un gran sospiro, ma per una volta non mi diede ragione.
 brutto, insistetti. E anche scemo.
Ay, ay, ay, Channe, disse lei. Candida aggiungeva delle esse in fondo alle parole. Non es bello dire cos.
Neanche tu mi vuoi pi bene, dissi.
Ay, ay, ay, ripet lei sospirando.
Il fratellino stese i vestiti nuovi sul letto, ordinandoli per colore: i pantaloncini blu vicino al pigiama blu, la camicia rossa con i calzini rossi.
Non si fa cos, dissi.
Lascialo in pace, s'intromise mia madre.
Pour moi, pour moi, et pour moi, borbottava intanto lui accarezzandoli ammirato con la mano aperta.
Tir fuori da sotto il letto la valigia, la apr, vi mise tutti i vestiti, chiuse la cerniera e la ripose sotto il letto.
Questo guardaroba  tutto per te, gli spieg mia madre indicando l'armadio di legno grezzo che era stato consegnato il giorno prima.
Quando me ne vado, posso portarmi via i vestiti e i camion?, le chiese lui.
Resterai con noi per sempre, gli disse mia madre.
Lui la guard con la stessa espressione che aveva assunto quando la donna che lo aveva accompagnato lo aveva salutato sulla porta di casa.
La prima settimana ogni giorno fu una festa. Erano cominciate le vacanze estive e, invece di mandarmi ai giardini o a fare la spesa con Candida, all'ora di pranzo mio padre smetteva di lavorare e ci portava fuori. Andammo in barca sulla Marna, a fare picnic in campagna, a pranzo in bei ristoranti e a passeggio per ore nel Quartiere Latino. Ci port al Lido sugli Champs Elyses a mangiare un hamburger.
Il fratellino veramente ne mangi quattro, con le cipolle fritte (dal momento che poteva mangiarli lui, li volli anch'io, ma non riuscii nemmeno a finire il terzo) e poi andammo al cinema. Vedemmo un sacco di western in inglese e pap parl al fratellino dell'America.
Ben-u, lo chiamava mio padre. Adesso gli parlavamo solo in inglese, a meno che non ci fosse anche Candida.
Ben-u suona spaventoso in inglese, osserv un giorno mio padre. Stavamo pranzando alla Brasserie Lipp e il fratellino
e io mangiavamo lumache, estraendole dal guscio con un'apposita forchettina e intingendo il pane nella salsa.
E se gli cambiassimo nome?, sugger.
S, ma come lo chiamiamo?.
Non so. Lasciamo decidere lui.
 troppo piccolo per decidere da solo come vuole chiamarsi, sentenziai.
No, mi contraddisse mia madre. A volte parlava con una voce cantilenante, un po' infantile. La chiamava la sua
vocetta da santarellina, e a me dava fastidio: in quel momento, poi, ero convinta che parlasse cos per esasperarmi pi di quanto gi non fossi.
Allora voglio cambiare nome anch'io, dissi con la bocca piena.
No, replic secco 'mio padre.
D'ora in avanti risponder solo se mi chiamate Jenny, annunciai.
Che cosa ne dici di Agata?, propose mia madre con lo stesso tono di prima.
La mamma aveva perso il padre quando aveva sedici anni e penso che da un certo punto di vista non fosse mai cresciuta perch non aveva mai avuto la possibilit di ribellarsi contro di lui, che aveva un carattere forte. Con me si comportava in maniera infantile, ma le uniche volte che la vidi piangere fu quando descriveva suo padre, un italiano deciso, bello, con gli occhi azzurri. A volte piangeva come una bambina, nascondendosi la testa fra le braccia.
Altre, con la voce cantilenante, diceva: Il mio pap era bravo come il tuo.
Agata, disse la mamma mentre finivo la salsa delle lumache,
vuoi un dessert?.
Agata sarai tu, ribattei.
Piantatela, voi due, intervenne mio padre. Ben-u, ti piacerebbe cambiare nome?. Glielo chiese lentamente prima in inglese e poi in francese.
Il fratellino alz le spalle indifferente. Non si capiva mai che cosa pensava o addirittura se si rendeva conto o no di quel che succedeva intorno a lui, e questo mi irritava moltissimo.
Pensaci, disse pap. Non sei obbligato a fare niente, se non ti va.
Dopo circa cinque giorni trasfer i vestiti dalla valigia all'armadio, ma continu a tenere la valigia sotto il letto.
Quella notte stessa, credo, fui svegliata da un pianto terribile proveniente da oltre l'arco che metteva in comunicazione le nostre due stanze. Mi alzai e, a piedi scalzi, mi avvicinai. Il pavimento di mattonelle era freddo, cos mi sedetti sul suo letto e mi coprii i piedi con la camicia da notte.
Che cosa c'?, sussurrai.
Le loup garou, rispose.
Ma che loup garou?, Loup garou in francese vuol dire
lupo mannaro.
 qui.
No, che non c'.
Ho fatto la pip. Adesso mi picchiano. Tir fuori un braccio da sotto le coperte e lo allung sotto il letto, cercando qualcosa a tastoni nel buio.
Non preoccuparti,  l, gli dissi come se fosse la persona pi stupida di questa terra. E non ti picchieranno. Ti assicuro che non ti picchier nessuno.
Tu sai gi disegnare e sai scrivere il tuo nome, ribatt affranto.
Non ti hanno insegnato a disegnare e a scrivere laggi?.
Stette in silenzio a pensare per un buon minuto prima di rispondere: S, ma non ci riuscivo.
Domani diremo a pap di farti vedere come si scrive il tuo nome. Come si stava, laggi?.
Abbastanza bene, rispose in quel suo tono indifferente.
Avevi tanti amici?.
Abbastanza. Per suor Hlne ci picchiava, se facevamo la pip a letto.
Dove l'hai presa quella valigia?.
Non mi ricordo. Lasciami in pace. E nascose la testa sotto il cuscino.
Togliti il pigiama, se  bagnato. Adesso te ne prendo un altro. Andai ad accendere la luce, aprii il cassetto del suo
armadio e presi un pigiama nuovo, che lui aveva piegato con cura e sistemato vicino a un paio di calzini dello stesso colore.
Ecco, dissi porgendoglielo. Si cambi in fretta, sotto le lenzuola, muovendole in tutte le direzioni con i piedi e le ginocchia. Misi i pantaloni bagnati per terra in un angolo e spensi la luce.
Non! Non spegnere la luce. Il loup garou viene al buio.
Suor Hlne dice che mangia solo i bambini cattivi.
Tu non sei mica cattivo. Sei bravissimo. Io sono molto pi cattiva di te e non mi viene a prendere nessun loup garou.
Ci riflett per un attimo con la sua aria corrucciata, poco convinto.
E poi se un loup garou si prova a entrare in casa, pap gli spara. Vuoi venire nel mio letto? Se il tuo  bagnato puoi dormire con me.
Va bene, disse scostando le coperte. Si accucci e tir fuori la valigia da sotto il letto.
Non vorrai mica portarti anche quella schifezza, eh?
Non te la porta via nessuno, sta' tranquillo.
La metto solo vicino al tuo letto. Okay?.
Era strano avercelo nel letto. Ogni tanto veniva a dormire da me un'amichetta che abitava vicino a noi. Chiacchieravamo finch non ci veniva sonno, ma con Benit non sapevo di che cosa parlare. Il giorno dopo non sarebbe dovuto andare via e quindi non c'era nessun bisogno di dirsi tutto subito.
Be', allora buonanotte, fece.
Buonanotte.
Rimasi sveglia per un po' ad ascoltare il suo respiro profondo e regolare e a guardargli il viso tondo, le palpebre pesanti, le labbra carnose. Finalmente era calmo e tranquillo nel sonno. Mi augurai che stesse sognando qualcosa di bello e mi ripromisi di trattarlo con gentilezza l'indomani.
Quando litigavamo e i miei genitori non c'erano, Candida prendeva le mie parti e gli dava uno scappellotto o lo mandava a giocare in camera sua. Vendicata e convinta di avere ragione, dopo andavo a curiosare da dietro la porta: si sedeva per terra con i suoi camion e canticchiava
dei motivetti malinconici che inventava l per l. Ero ben contenta che Candida mi difendesse sempre, ma sapevo che non era giusto. La cosa pi strana era che Benit non fece mai la spia. I miei non sospettavano nulla.
Perch facevo cos fatica a essere gentile? Non sarebbe dovuto essere pi facile? Perch, nelle rare occasioni in cui lo ero, di colpo mi sentivo cos male al pensiero di tutte le volte che l'avevo trattato male? Mi faceva sempre venir voglia di tirargli i capelli o dargli un morso pi forte che potevo, oppure mi faceva piombare in uno stato di completo disgusto per me stessa, di vuoto e di malinconia. Perch?
Avrei voluto che ci fosse un istituto, una scuola dove insegnavano a essere gentili. Come l'istituto dove era stato lui.
Ma era un'idea che durava non pi di un secondo, perch sapevo che l non ci sarebbero stati n Candida, n i miei, n nessun altro a difendermi.
Quel sabato a pranzo andammo nella brasserie in fondo all'isola su cui abitavamo per festeggiare la prima settimana trascorsa da Benit in casa nostra. Era stata la settimana pi lunga della mia vita e non mi pareva che ci fosse un bel niente da festeggiare, soprattutto se le settimane successive si fossero rivelate altrettanto lunghe.
Benit mangi due fette di tarte aux framboises e mio padre parl nuovamente dell'eventualit di cambiargli nome.
J'sais pas, disse il fratellino, con la faccia tutta sporca di lamponi. Io ero schifata.
Bill, intervenne la mamma, perch non glielo diamo noi, un altro nome? Che ne diresti di chiamarlo Anthony, come mio padre?.
Io dico che  troppo piccolo per scegliersi un nome da solo. Guardate come si  sporcato....
Zitta, Agata, ribatt mia madre.
Aspettiamo ancora un po', propose pap. Lasciamo che ci pensi su.
Fuori della brasserie c'era un muro di cemento lungo il fiume su cui mi piaceva camminare per mano a mio padre. Siccome era alto pi di un metro, quando ci salivo mi sembrava di volare. Gi in basso, sull'argine, c'erano cani e pescatori e l'acqua torbida della Senna che sciabordava contro la riva.
Pap! Sul muro! Fammi correre sul muro. Gli tesi le braccia. Pap mi prese, mi mise su e mi strinse un polso.
Corsi saltellando e gridando sul muro spesso, allargando le braccia e agitandole nell'aria.
ancora! ancora!, gridai, ma con un salto lui mi fece scendere sul marciapiede.
Ben-u, vuoi provare anche tu?.
Non.
 un fifone, non ha il coraggio, dissi.
Senti, io ti metto su e poi mi dici se ti piace. Ormai pap gli parlava solo in inglese e il fratellino sembrava capire abbastanza, ma continuava a rispondere in francese.
Appena mio padre lo mise sul parapetto, Benit cominci a gridare e a piangere.
Non! Non!, urlava. Gli butt le braccia al collo e gli si avvinghi, cercando di afferrarlo per la vita con le gambe.
Stai tranquillo, tranquillo, continuava a ripetere mio padre.
Papa, non, j'veux pas! J'veux pas!.
Te l'ho detto che aveva paura, ribadii. Ma, contrariamente a quanto speravo, questo non mi fece sentire affatto meglio. La paura di Benit mi faceva star male dentro. Afferrai la mano della mamma, che mi strinse forte.
Mi dispiace, mamma.
Non  colpa tua.
Pap gli pos una mano sulla testa e lo accarezz, mentre lui gli nascondeva la faccia sul petto.
Oh, pap, disse. Oh, pap, pap, pap. Ci vado anch'io sul muro, vedrai che ce la faccio.
Ci proveremo un altro giorno, disse lui avviandosi verso casa con il fratellino in braccio. Oh, pap, pap, continuava a ripetere lui, come se fosse l'unica parola che ricordava.
Mio padre si chiudeva nel suo studio a scrivere tutte le mattine tranne la domenica, che era l'unico giorno in cui dormiva fino a tardi. Era anche il giorno libero di Candida e mia madre doveva andare in cucina a versare l'acqua bollente nel bricco del caff che la sera prima Candida lasciava pronto su un vassoio insieme alle tazze e allo zucchero.
Poi veniva il nostro rito. La mamma mi chiamava, io correvo
in cucina e insieme scendevamo in camera loro, sotto il soggiorno. Mi arrampicavo sul lettone e bevevo un po' di latte in una tazzina mentre loro sorseggiavano il caff e decidevano come passare la giornata.
Era la seconda domenica di Benit a casa nostra. Quando mia madre mi chiam dalla cucina, mi fermai davanti alla sua camera.
 domenica. Vieni?.
Non subito, rispose. Stava di nuovo riordinando la valigia.
L'aveva aperta sul letto e stava tirando fuori delle cose e mettendocene altre. Non stetti a guardare di che cosa si trattava e feci il corridoio di corsa, felice di avere i miei genitori tutti per me, almeno per un po'.
Alla domenica mattina la mamma aveva sempre la voce leggermente stridula. Ci metteva tanto a svegliarsi e aveva gli occhi pi gonfi degli altri giorni.
Dov' tuo fratello?.
In camera sua a trafficare.
C' un film con John Wayne alla TV alle due, annunci mio padre. Andremo al ristorante vietnamita e poi guarderemo la TV. Mi metter il cappello e gli stivali da cowboy.
Magari tirer fuori anche le pistole. Aveva un vero corredo da cowboy che si era comprato da giovane nel West e si divertiva a metterselo quando alla tv c'era qualche bel western.
Aveva comprato anche a Benit un cappello da cowboy, un cinturone, una cartucciera da portare in vita, due grosse pistole nere e un gilet con le frange. Adesso probabilmente cominceranno a vestirsi tutti e due da cowboy, pensai, desiderando di poterlo fare anch'io.
Sentimmo i passi di Benit che scendeva le scale trascinandosi dietro qualcosa.
Entr in camera con la sua valigia, salt sul letto dalla parte di mio padre e gli si avvicin gattoni, sempre con la valigia in mano. Gliela pos in grembo, sopra le lenzuola, e disse: C'est pour vous.
Per me?, esclam mio padre.
Pour vous.
Sei sicuro? Santo Cielo, Benit,  il regalo pi bello che abbia mai ricevuto in vita mia. Apr la valigia e guard dentro. C'era tutto quello che il fratellino aveva portato
con s, compreso il completo scozzese che indossava il giorno che era arrivato.
In francese, disse: Voglio chiamarmi piccolo Bill.
Piccolo Bill? Billy? D'accordo. Mio padre abbass la voce.
Billy Anthony Willis, disse mia madre. Che cosa ne dite?
Va bene?.
Billy, ripet il fratellino.
Ma guarda che roba! Ho odiato il mio nome tutta la vita e adesso lo vuole anche lui.
Billy! Billy?, esclamai saltando sul letto. Le tazze oscillarono sui piattini e mia madre tenne fermo il vassoio senza sgridarmi.
Ho la sensazione..., disse con la voce stridula della domenica.
Prima non l'avrei detto, ma adesso sono convinta che andr tutto bene.
Mi sembra di rivedere ancora adesso i colori intensi e vellutati delle tende e del copriletto e gli abat-jour antichi che proiettano su di noi una luce ambrata, il viso rosso e sorridente del fratellino con i suoi occhi azzurri lucidi e lo spazio tra i denti davanti.
Ci scambiammo il primo bacio quadruplo. Il fratellino mise un braccio intorno al collo di pap e l'altro intorno a quello della mamma. Io feci lo stesso dall'altra parte e ci baciammo tutti e quattro con un grande schiocco.
La felicit che provai in quel momento non dur neppure fino alla sera, n torn il giorno dopo, ma nel momento del bacio quadruplo fui felice che fosse mio fratello e io sua sorella. Per un breve momento provai quasi affetto per lui, perch di sicuro era coraggioso, molto pi di quanto sarei mai stata io, e perch era stato capace di perdonarmi.
...
.
...
LA FIGLIA DI UN SOLDATO NON PIANGE MAI.
...
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...
Mi sedetti in cima alle scale della metropolitana sotto la pioggia, rannicchiandomi sempre di pi ogni volta che una raffica di vento mi sferzava la faccia. Sentii la terra tremare sotto di me all'arrivo del treno successivo. Udii le porte che si aprivano e dopo trenta secondi su per le scale arriv un'orda di francesi di pessimo umore. Erano le cinque passate e tutti, tranne me, volevano arrivare a casa al pi presto. Si spingevano, sgomitavano e brontolavano Quel temps de chien.
Vidi un uomo in giacca e cravatta dare uno spintone a una signora che lo intralciava nel salire le scale. La donna grid: Ah, (a, alors! Merde!, e lo colp in faccia con la borsetta.
Quello si volt e la chiam putain. Poi prosegu di corsa e, arrivato alla mia altezza, mi pest un lembo della gonna grigia della scuola, infangandola.
E che cosa diavolo fai qui seduta?!, grid. Vuoi prendere la grippe?.
Non alzai neppure gli occhi e cercai invece di ripulire dal fango la gonna. Uno dopo l'altro, arrivarono rombando altri quattro treni. Una cicciona con i tacchi alti mi pest un piede graffiandomi; ma per quanto mi avesse fatto male, purtroppo non mi usc neanche un po' di sangue.
Piena di autocommiserazione, speravo di ammalarmi o di avere un incidente sulla strada di casa. Una volta, tre anni prima, mi era venuta la polmonite e, nelle nebbie rosse della febbre, mi era sembrato che in casa la vita si fosse fermata.
Mio padre mi aveva tenuto la mano quando il dottore mi aveva messo a pancia in gi sul letto dei miei per farmi una puntura nel sedere. Mi aveva raccomandato in tono gentile di stare rilassata, che cos non avrei sentito niente, ed era vero. Ero stata cos male che aveva rinunciato a lavorare un giorno intero per assistermi personalmente.
Quanto avrei voluto che mi venisse un bel febbrone come quella volta, prima di dover affrontare mio padre...
Raccolsi il mio cartable pieno di quaderni e mi alzai. Mi pulii le gambe sporche di fango e mi sbottonai la giacca blu. Al semaforo aspettai il verde con i piedi nel canaletto di scolo pieno di acqua gelata, muovendo le dita dentro i mocassini blu. Starnutii tre volte: buon segno.
Madame Beauvier, la directrice, mi aveva convocato nel suo ufficio nel bel mezzo di una lezione. Davanti a tutti!
L'insegnante e i miei compagni erano ammutoliti e mi avevano guardato esterrefatti mentre uscivo dall'aula. Mi ero sentita i loro occhi puntati nella schiena e mi erano venuti i brividi.
Sapevo benissimo perch madame Beauvier mi aveva mandato a chiamare e scendendo per le grandi scale coperte di linoleum mi ero dovuta tenere forte alla ringhiera per la paura. Mi avrebbe espulso. Non mi sentivo pi le ginocchia.
Non avevo mai avuto problemi prima di allora e con madame Beauvier ero sempre stata educatissima. Ma tutti temevano la collera della directrice, perch era glaciale e si manifestava in maniera imprevedibile. Una volta le avevo visto estrarre dalla tasca un enorme paio di forbici e tagliare la frangia di un chiacchierone nel bel mezzo del corridoio pieno di scolari. Ti ho detto di farti tagliare i capelli la settimana scorsa, Antoine, aveva spiegato senza alzare la voce, imperturbabile.
Madame Beauvier mi aspettava dietro la sua imponente scrivania. Era una donna bassa, con le spalle strette e curve e un viso tirato e pallido. Aveva lo smalto rosso alle unghie, che erano le pi lunghe e le pi belle che avessi mai visto, tanto lunghe che per fare i numeri di telefono usava una matita dalla parte della gomma.
Bonjour, mademoiselle Charlotte-Anne!, esord energicamente con una voce che sembrava un violino scordato, quasi fosse sorpresa e contenta di vedermi, mentre io me ne stavo paralizzata a mezzo metro dalla scrivania.
Accidenti, pensai, ci siamo: nessuno mi chiamava pi cos.
Il primo giorno di asilo avevo scoperto che Charlotte-Anne in francese suonava praticamente come ciarlatana, parola che non avevo mai sentito prima di allora, ma che di
colpo cominci a comparire dappertutto: nelle poesie, nelle canzoni, e persino gli insegnanti non riuscivano a resistere alla tentazione di scherzarci un po' sopra.
Avevo chiesto che usassero sempre, anche sulle pagelle, il soprannome con cui mi chiamavano a casa, Channe. L per l avevano detto di no, sostenendo che era contrario al regolamento e non si poteva, ma mio padre mi aveva aiutato telefonando a madame Beauvier e facendo presente che, se non avessero usato il nome che volevo io, si sarebbe visto costretto a cercare un'altra scuola dove fossero disposti ad accontentarmi. Poi aveva minacciato di mandarmi alla principale concorrente, l'American Middle School, cosa che in realt non avrebbe mai fatto perch secondo lui la Middle School aveva una mentalit americana troppo ristretta.
Madame Beauvier mi si avvicin incrociando le lunghe dita sottili sul piano del tavolo.
Sentiamo, mademoiselle Charlotte-Anne, mi disse in tono confidenziale, come si scrive gymnastics?.
Fissai le dita di madame Beauvier senza rispondere. Le mani sparirono da sopra la scrivania, aprirono un cassetto e ne estrassero un foglietto piegato. Lo aprirono lentamente e me lo posarono davanti.
Questa  la giustificazione che hai portato per non fare ginnastica.... Aspett un momento. Tuo padre  un famoso scrittore americano, vero? Quindi mi sembra che dovrebbe conoscere l'ortografia, no? Invece.... Spinse verso di me il foglietto con la punta delle unghie rosse, voltandolo dalla mia parte. Invece qui c' un errore. Gym  scritto con la j. E questa  la firma di tuo padre, vero?.
No, mormorai. L'ho fatta io, madame. Non mi sentivo bene.
C' l'infermeria. Madame Beauvier mantenne la calma, ma alz terribilmente la voce. Ho telefonato a tuo padre.
Normalmente per una cosa come questa ci sarebbe l'espulsione.
Prese una delle sue matite gialle nuove e batt con la gommina sul tavolo. Pensai che sarei stata costretta a scappare di casa.
In considerazione del fatto che non hai mai dato problemi finora, che il tuo profitto  discreto e frequenti questa
scuola dal jardin d'enfants - da quattro anni, giusto? -
abbiamo deciso di darti un'altra chance. Lasceremo ai tuoi genitori il compito di punirti come meglio credono.
Gli occhi mi si riempirono di lacrime, ma rimasi impassibile, impietrita davanti a madame Beauvier che scuoteva lentamente la testa.
Mi dispiace, disse soltanto. Torna in classe per il resto della lezione.
Mentre attraversavo il ponte dell'Ile Saint-Louis smise di piovere. Non ero n bagnata n infreddolita a sufficienza: mio padre non si sarebbe affatto impietosito. In fondo al ponte mi fermai in una pozzanghera e osservai la mia immagine riflessa nell'acqua. La camicetta bianca si confondeva con la giacca blu e la gonna grigia. Mi avrebbe picchiato?
Non lo aveva mai fatto, anche se a volte mi minacciava scuotendo un pugno nell'aria: Te le dar di santa ragione!.
Avrei potuto dirgli che ero stata investita da una macchina.
Non mi avrebbe creduto. Dove potevo andare? In preda al massimo sconforto, attraversai la strada e imboccai Rue des deux Ponts per tornare a casa.
In punta di piedi salii la scala di servizio senza fermarmi al primo piano, dove mi aspettava la tata che mi avrebbe certamente fatto cambiare, prima di lasciarmi andare da lui. Feci le tre vecchie rampe scricchiolanti al buio, trascinando per la cinghia il cartable che rimbalzava con un piccolo tonfo su ogni gradino.
Mio padre passava le giornate nel suo studio, lontano da tutti, a scrivere libri lunghi e importanti. Ne aveva scritti due prima che io nascessi e adesso stava lavorando al quarto.
Doveva essere importantissimo, perch nessuno era autorizzato a entrare nello studio salvo in caso di emergenza.
Una volta, mentre Billy e io pulivamo la vasca, uno dei pesci era caduto nel lavello. Billy era corso su gridando:
pap! pap! il pesce! channe! il pesce!, E nostro padre si era precipitato gi per le scale come un fulmine. Pensava che io avessi ingoiato una spina. Con un paio di pinze aveva tirato fuori dal tubo del lavandino il pesce boccheggiante salvandogli la vita. Gli era rimasta la coda un po'
strappata, ma era diventato il nostro preferito. Desiderai in cuor mio che questa emergenza fosse pi simile a quella del pesce.
Bussai piano alla porta dello studio. Aspettai qualche minuto, ma non mi apr. Mi voltai e a tastoni, al buio, cercai la ringhiera e il primo gradino. Potevo sempre cadere e farmi male. Ma la tromba buia e profonda delle scale mi faceva paura. Prima o poi le avrei prese, inutile tergiversare, e pap non mi avrebbe ucciso, mentre cadendo dalle scale rischiavo di restarci secca. Mi voltai e diedi un calcetto alla porta con la punta della scarpa. Sentii dei passi e il battito assordante del mio cuore. Apr la porta. Sentii l'odore dello studio: era come se in quella stanza tutti gli odori di pap si fondessero in un unico aroma forte, indefinibile, non molto paterno. Riconobbi fumo di pipa, vecchio caff nero, sapone da barba e dopobarba fresco, il grasso metallico della cyclette e della macchina per scrivere e il suo strano sudore un po' pungente.
Oh, ciao, disse con voce rauca. Alzai gli occhi e vidi che aveva la fronte corrucciata. Le sopracciglia erano quasi unite a formare una specie di grande baffo riccioluto color sale e pepe sopra al naso. Aveva il mento sporgente come Braccio di Ferro, che di solito mi faceva ridere, ma quel giorno le labbra erano strette in una smorfia rabbiosa.
Entra e siediti. Dobbiamo fare un discorso serio.
Non riuscivo a muovermi. Vieni, ripet. Togliti la giacca e siediti. Si allontan dalla porta. Avevo il viso in fiamme e non osavo alzare gli occhi da terra.
Sei tutta bagnata. Togliti le scarpe. Si volt e mi mise una mano sulla spalla, accompagnandomi verso il calorifero sotto la finestra. Si accucci, mi tolse le scarpe e le pos sul davanzale. Sollevai la gonna e la allargai a ruota prima di sedermi su una sedia che veniva dal Village Suisse ed era un pezzo di antiquariato, con il sedile foderato di velluto color pesca. Pap si schiar la voce.
Oggi mi ha telefonato madame Beauvier.
Lo so, mormorai. Me lo ha detto quando mi ha mandato a chiamare.
Hai fatto una bruttissima azione, sai?. Mi guardai i piedi e cercai d'infilarli nel radiatore, che scottava da morire.
Lo hai fatto da sola?  stata tua l'idea di falsificare la mia firma?.
Mia e di Melissa, bofonchiai. L'abbiamo fatto insieme.
Non avevamo voglia di andare a ginnastica perch pioveva.
Non  una scusa per falsificare la mia firma. Sai che se fossi pi grande potresti finire in prigione, per una cosa del genere? Firmare al posto di un altro  un reato molto grave.  contro la legge. Mio padre non alz la voce, ma il tono era severo, fermo. Il suo sguardo, quando gli diedi una sbirciatina, sembrava pi preoccupato che arrabbiato.
Avrei voluto che mi sgridasse o mi desse gli scapaccioni di cui parlava sempre. Almeno mi sarei potuta arrabbiare.
Se mi avesse picchiato avrei pianto, poi avremmo fatto la pace e ci saremmo di nuovo voluti bene e basta. Invece pap non era in collera, ma deluso, e questo era terribile.
Il fatto  che sei troppo abituata a ottenere sempre quello che vuoi. Non sono stato abbastanza severo con te. Sospir e, come faceva sempre quando si concentrava, si pass le mani sulla fronte corrugata e si sfreg le sopracciglia.
Gli occhi allora fissavano nel vuoto e sembravano storti.
Mi misi a piangere, stringendo i denti. Pensai a quando cadevo e mi facevo male. Pap mi medicava le ferite e mi bisbigliava all'orecchio il nostro segreto: la figlia di un soldato non piange mai.
Era in piedi davanti alla finestra e guardava il cielo piovoso.
Il palazzo di fronte era vecchio e grigio, pi scuro del cielo. Con le mani sui fianchi, inarc la schiena e avvicin i gomiti e le scapole tra loro.
Sono tutto indolenzito, disse. Sono qui seduto da stamattina.
Quella strega della Beauvier ha una voce che fa venire i brividi e rizzare i capelli. Non piove pi. Sei ancora bagnata?. Si volt a guardarmi. Io feci di no con la testa.
Andiamo a fare una passeggiata?.
Di nuovo feci di s con la testa. Pap si chin e mi aiut a infilarmi la giacca e le scarpe. Le scarpe sono ancora umide, osserv.
Fuori non fa freddo, dissi.
In quel momento squill il telefono. Era la linea, installata da poco, che metteva in comunicazione lo studio di pap con il resto della casa.
Pronto, disse. Poi ci fu una pausa.  qui da me, tesoro.
Tutto a posto. Andiamo a fare una passeggiata. Le sto spiegando, aggiunse in tono serio.  mortificata. Disse a mia madre che saremmo stati di ritorno entro un'ora e riattacc.
Aspetta. Prese il maglione di cachemire verde oliva appoggiato sulla sua poltroncina e me lo mise sulle spalle come una sciarpa. Era dello stesso colore dei suoi occhi.
Non voglio passare gi di sotto e coinvolgere tutta la famiglia, accidenti.
Provai un sollievo immenso nello scoprire che non aveva intenzione di costringermi a chiedere scusa davanti a tutti.
Passeggiammo lungo il fiume, sull'argine che faceva quasi tutto il giro della parte sud dell'isola, dove abitavamo noi.
La gente ci portava a passeggio i cani e le coppiette si sedevano sulle panchine verdi e pomiciavano. Avevo sentito usare questa parola da pap, ma non sapevo bene che cosa volesse dire, pur intuendo che aveva a che fare con maschi e femmine e che suonava sporca.
Superata la prima curva, ci trovammo davanti Notre Dame, alta e grigia oltre il fiume.
Sai, mi piace l'odore di pip di questo posto, mi disse.
Oh, che schifo, pap.
Camminava a passi lenti e regolari perch io riuscissi a tenergli dietro. Dopo un po' mi prese per mano. La mamma e Candida davano l'impressione di dimenticarsi che eravamo piccoli, io e mio fratello, e ci facevano sempre correre.
Mio padre apparentemente non aveva mai fretta. Io guardavo i lastroni e stavo attenta a non mettere il piede sulle giunture perch portava sfortuna.
Dopo un lungo silenzio disse: Non so che cosa fare. Sai che devo punirti. Secondo te quale sarebbe il castigo giusto?.
Non so, risposi stringendomi nelle spalle. Magari non far venire nessuno a dormire da me per un mese?. Alzai lo sguardo; mi sentivo gli occhi gonfi. Pap annu lentamente, ma non disse nulla. Si sfreg la fronte con la punta delle dita e fece gli occhi storti.
Ti sembra ragionevole, date le circostanze?.
Anche niente dolci per un mese?.
Fammi pensare, disse in tono solenne. Gli strinsi la
grande mano asciutta, ma non capii se se ne fosse accorto o no. Poco pi avanti c'era una panchina libera e ci sedemmo.
Cominciai a dondolare le gambe avanti e indietro.
Quando ero pi giovane, prese a raccontare, prima di conoscere tua mamma, mi capit una cosa simile. C'era un tale a New York che si chiamava Bill Willis, come me. E andava in giro a firmare con il mio nome un po' dappertutto: bar, ristoranti e negozi vari. Prelev anche un sacco di soldi dal mio conto in banca, pi di diecimila dollari, che a quei tempi erano veramente tanti.
Lo conoscevi?.
No.
La polizia lo ha beccato?, smisi di dondolare le gambe e guardai pap da sotto in su.
S, alla fine s. Ma aveva gi speso tutti i soldi. Guardava Notre Dame.
Osservai una bottiglia che passava galleggiando sull'acqua verdastra finch la corrente non la port oltre il ponte.
E non l'hai mai visto, pap?.
No, mai. Non ne avevo nessuna voglia, per la verit.
I soldi per glieli hanno fatti restituire, vero?.
E come? Non ne aveva.
Cos  finito in prigione?.
No, ho lasciato perdere. Ho ritirato la denuncia.
Ma perch?.
Non lo so, figlia mia. Mi faceva pena, credo.
Sarebbe dovuto andare in prigione, dissi decisa.
Magari aveva moglie e figli... O magari fame. Chiss....
Aggrottai la fronte. Mah, sospir lui, non so. Mi accarezz la testa con la punta delle dita: avevo i capelli folti, ricci, biondastri come i suoi. N io n lui sopportavamo che la gente ci toccasse la testa. Io lo invidiavo perch era grande e nessuno gli correva dietro brandendo una spazzola.
A me invece tutti dicevano che avevo un cespuglio in testa. Di solito quando mio padre mi passava distrattamente le dita fra i capelli mi dava fastidio, ma quel giorno no.
Sei cos bravo, pap, dissi. Mi strinsi al suo fianco; lui ridacchi e lo sentii sussultare.
Sono troppo bravo,  questo il guaio. Mi mise un braccio sulle spalle e io ricominciai a piangere.
Mi dispiace, pap. Il mondo scomparve dietro una cortina di lacrime. Pap, mi dispiace non lo far mai pi te lo prometto.
Sst, adesso basta. Ti ricordi che cosa ti dicevo sempre?.
Che la figlia di un soldato non piange mai.
Giusto... Hai fame?.
Scossi la testa.
Be', io invece s. E siccome comando io, adesso andiamo alla brasserie a mangiare qualcosa.
Mi fece sedere su uno sgabello davanti a un flipper e infil due franchi nella fessura. Stai diventando bravina, disse in piedi dietro di me tenendomi una mano sulla spalla.
Tra un po' batterai anche tuo padre.
Figuriamoci. Ero concentrata sulla pallina.
Il bar era pieno di uomini che si fermavano a bere prima di tornare a casa. Abitavano quasi tutti sull'isola e conoscevano mio padre: con lui parlavano di lavoro, del tempo e del governo. Lo trovavano simpatico, credo, perch lo consideravano un po' il loro amico americano. E anche perch i suoi figli parlavano francese senza accento e giocavano per la strada con i loro.
Pap mi insegn un trucco nuovo: come tenere ferma la palla in modo da poter prendere la mira. Alla fine mi sollev di peso dallo sgabello.
E ora di andare, disse.
Mentre camminavamo sul lungofiume, alla luce dei lampioni circondati da un alone giallo nella nebbia, disse: Mi sembra che tu sia stata un po' troppo severa con te stessa, quando ti sei scelta il castigo. Facciamo soltanto niente dolci per un mese, va bene?.
Annuii lentamente.
E mi dai la tua parola che non entrerai di nascosto in nessuna boulangerie tornando da scuola?.
Giuro. Non guarder nemmeno le vetrine. E star alla larga da Melissa.
Pap fece un gran sospiro e agit le braccia come per allontanare da s l'intera faccenda. Non  il caso.
Quando arrivammo all'angolo di casa, lo tirai per una manica.
Sei ancora arrabbiato con me, pap? Sei ancora triste?.
No, rispose. Per un attimo mi guard dritto negli occhi, poi scoppi a ridere forte.
Che cosa c' di tanto buffo?. Non mi sembrava che ci fosse niente da ridere e rimasi perplessa e un po' scocciata.
Sei in terza e fai ancora questi errori di ortografia! Allora, come si scrive gymnastics? Fammi lo spelling.
J... No, g-y-m. Facevo fatica a distinguere J e G perch la pronuncia era la stessa. Mio padre continuava a sbellicarsi.
Ci scommetto che adesso non te lo scorderai pi, disse.
Sempre ridendo, mi prese in braccio, mi sistem su un fianco e mi port dentro.
...
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...
LA CASETTA SULL'ALBERO.
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Un'estate i miei affittarono una casa vicino a Deauville insieme a una coppia di loro amici, gli Smith, che avevano tre figlie insopportabili. La maggiore, Cassandra, aveva quattordici anni, si considerava troppo grande per partecipare ai nostri stupidi giochi e passava tutti i pomeriggi, dopo la spiaggia, a provarsi vestiti da grande: calze di tutti i colori, reggicalze e reggiseni rosa e azzurri che sua madre le comprava nelle boutique eleganti della cittadina. Sarebbe stato divertente se ci avesse lasciato almeno guardare i suoi tesori, invece no: soltanto le sue sorelle, Mary-Ellen e Gillis, avevano il permesso di entrare in camera sua, anche se Billy e io curiosavamo comunque. Inizialmente avevamo sperato di trovare un'alleata in Gillis, che aveva solo dieci anni, uno pi di noi, ma Gillis veniva trattata come una principessina dalle sorelle maggiori e si stanc presto della nostra democrazia, che consisteva fondamentalmente nel fatto che non sempre le davamo ragione.
La loro tata, Bethany, non parlava francese e la nostra, Candida, non sapeva l'inglese ma, finch non scoppi una rissa tra noi e le Smith, andarono d'accordo. Di solito litigavamo perch loro ci accusavano di non essere veramente americani. Essendo cresciuti in Francia Billy e io non sapevamo, per esempio, la differenza tra le varie frazioni del dollaro, quarters, dimes e cents; non eravamo mai stati in un McDonald's o al drive-in. Le tre Smith avevano il simbolo della pace ricamato sui jeans e sapevano a memoria le parole delle canzoni pacifiste rock'n roll pi nuove e pi famose.
Pace, fratello, dicevano, mostrando il simbolo, oppure
Lunga vita alle Pantere Nere, alzando un pugno.
La guerra del Vietnam non aveva ancora avuto grande influenza sulla nostra vita parigina e loro ci consideravano
gravemente disinformati, anche se si rifiutavano d'insegnarci alcunch e non perdevano mai l'occasione di ripeterci che eravamo due idioti. Billy e io parlavamo inglese con una strana cadenza a denti stretti, mettendo l'accento in fondo alle frasi e pronunciando male molte parole.
Una di loro invariabilmente ci correggeva dicendo: Mio Dio, siete proprio francesi!.
Mio fratello si arrabbiava da morire.
Erano cinque anni che era venuto a stare con noi. Quando era arrivato dall'orfanotrofio non sapeva una parola d'inglese, ma lo aveva imparato in pochi mesi. I bambini con cui giocavamo a Parigi lo chiamavano Amerloque, un grave insulto che Billy considerava invece il massimo dei complimenti. L'offesa peggiore che gli si potesse fare era rinfacciargli di non essere veramente americano. C'erano cose che non bisognava assolutamente dirgli (una di queste era: Non sei veramente americano), ma le ragazze Smith ignoravano questa regola. Probabilmente non sapevano nemmeno che Billy era stato adottato.
Fino a quell'estate, i rapporti tra me e mio fratello non erano mai stati molto buoni. Devo riconoscere che ero tutt'altro che una brava bambina: ero prepotente, sfacciata, insicura, nevrotica e terribilmente gelosa di lui. Con Billy davo il peggio di me. Ma dal momento che le Smith ce l'avevano sia con lui sia con me, quell'estate trovammo conforto nel sostenerci a vicenda, nel difenderci, e per la prima volta da quando era arrivato fui felice di avere un fratello.
I genitori non si facevano vedere molto. Il motivo per cui eravamo in vacanza con gli Smith era che mio padre e il signor Smith stavano scrivendo insieme una sceneggiatura
che poteva rendere un sacco di soldi, come ci spieg pap. La mamma e la signora Smith andavano all'ippodromo di Clairefontaine quasi ogni giorno e alla sera tutti e quattro andavano al casin a Deauville. Quando le bambinaie ci riportavano a casa dalla spiaggia, ci restavano ore per esplorare la tenuta e inventare giochi. L'unica regola ferrea era che non dovevamo disturbare il lavoro dei due autori, la cui presenza in una stanza del piano di sopra incombeva sui nostri giochi come lo sguardo di Dio.
La casa sembrava pi un castello che una villa: era una lunga costruzione a due piani, di pietra, con un alto tetto di ardesia e finestre ad arco con piccoli balconi. Al piano terra dalle portefinestre di tutte le stanze si poteva uscire nel giardino coperto di ghiaia e nel roseto. La casa era interamente circondata da un viale di pietrisco bianco, fiancheggiato da enormi ortensie rosa e azzurre e rododendri bianchi.
C'era un lungo prato in discesa con alcune magnifiche querce e, oltre il prato, il bosco fitto, verde e incolto.
Il gioco preferito delle Smith era il croquet. Si vestivano eleganti e si pavoneggiavano nel prato fingendo di essere duchesse. Ah, ah, ah, facevano con una risatina gutturale, come se tutto quel che era buffo non lo fosse affatto. A Billy e a me sembrava che le due maggiori fossero sgarbate tra loro quanto lo erano con noi, ma che avessero una specie di accordo segreto per cui non si offendevano mai veramente.
Billy e io ce ne andavamo nel bosco, non perch ci piacesse in s, ma perch era l'unico posto dove eravamo sicuri di non incontrarle. I boschi sono per i barbari, ripeteva spesso Cassandra.
In mezzo al bosco c'era una rete metallica verde che non si vedeva finch non ci si arrivava vicino. Oltre la rete alberi e rovi continuavano a perdita d'occhio. Decidemmo che doveva essere il confine tra la nostra propriet e quella dei vicini.
Billy e io inventavamo giochi di tutti i tipi. I nostri preferiti erano Thierry la Fronde salva la bella fanciulla da morte certa per mano degli elfi della foresta, e L'eroico cowboy trova una squaw indiana legata a un albero nel bosco che sta morendo di fame e di sete. Finiva sempre con E si sposarono e costruirono una casa nel bosco, che non era un gran finale perch tutto sommato Billy era mio fratello e non ci baciavamo mai. A volte cercavamo le porte delle case degli elfi fra le radici nodose degli alberi pi alti e alla base dei grandi funghi marroni. Dopo un po' il gioco si rivel deludente, perch le porte erano troppo ben nascoste e, anche se chiamavamo gli elfi e promettevamo di non fare loro alcun male, quelli si rifiutavano lo stesso di uscire a giocare.
Un pomeriggio ero con la schiena appoggiata a un grande
albero e le mani intorno al tronco (non mi lasciavo legare veramente da Billy, perch non mi fidavo fino a quel punto). Il fogliame era cos fitto e verde che la luce del sole filtrava a malapena. Sentii un fruscio di fronde, i sottili raggi di luce tutto intorno si mossero e di colpo mi vidi di fronte una faccia pallida, verdastra, un ciuffo disordinato di capelli biondo scuro e due occhi che mi fissavano, mentre un paio di mani sporche spuntavano dai buchi della rete metallica.
Aahhh!, urlai e mi misi a correre nella direzione in cui era andato Billy.
N'aies pas peur!, esclam una voce di bambino. Non aver paura! Io abito qui.
Billy spunt trafelato tra i rovi poco lontano e io mi fermai.
Saluti, disse il ragazzo. Billy lo guard con i suoi occhi azzurri sospettosi e impenetrabili.
Salut, rispose senza sorridere. Aveva un lungo bastone in mano e batteva il sottobosco.
Abito l, ripet il ragazzo voltandosi da una parte e indicando dietro le proprie spalle. Voi di dove siete?.
Di Parigi, rispose Billy. Ma siamo americani.
Americani! Non ci credo. Come mai parlate francese allora?.
Te l'ho detto, abitiamo a Parigi.
Volete vedere la mia casa sull'albero?, chiese il ragazzo.
L'ho costruita con mio padre.
C' la rete, disse Billy sempre sospettoso. Non dava confidenza facilmente.
Un po' pi avanti c' un buco, spieg il ragazzo avviandosi verso sinistra, lungo la recinzione. Billy e io lo seguimmo dalla nostra parte. Mentre camminava il ragazzo faceva scorrere le dita sporche sulla rete.
Mi chiamo Stphane, annunci.
Io Channe. Lui  mio fratello Billy.
Strani nomi.
Perch siamo americani, disse Billy tutto fiero.
Com' laggi?.
Grande, rispose Billy. Sono grandi le macchine, le strade, i palazzi sono altissimi e la gente  pi alta che in Francia.
Non farmi ridere, esclam il ragazzo sprezzante.
 vero, ribattei io. Le macchine sono lunghe quanto tre di quelle francesi messe insieme.
Ecco il buco nella rete, disse lui. Abbass la mano e sollev la rete da terra.
Forse lo hanno fatto gli elfi, osservai.
Non esistono, disse lui.
Quando fummo dalla sua parte mi parve molto pi grande, pi grande di noi, in ogni caso. Era pi alto di Billy di almeno tutta la testa e aveva la faccia e le braccia sporche.
Portava una camicia marroncina che si confondeva con lo sfondo.
Conosco questi boschi meglio di chiunque, a parte mio padre, disse. Mio padre  il custode di quella grande casa laggi.
Facci vedere la tua casetta sull'albero, disse Billy. Il ragazzo si avvi, voltandoci le spalle e facendo cenno di seguirlo.
A quel punto Billy fece una cosa che trovai straordinaria: con grande nonchalance tir fuori dalla tasca un fazzoletto rosso e lo leg in alto sulla rete, in corrispondenza del buco.
Che boy-scout! pensai. I nostri cugini in Pennsylvania erano boy-scout e lupetti, ma avrei scommesso che a loro non sarebbe mai venuto in mente. Devo raccontare a pap che Billy si ricorda tutto quello che ci ha insegnato su come giocare nel bosco, pensai. Ero cos piena di orgoglio e di affetto che mi batteva forte il cuore e quasi mi girava la testa.
Che furbo!, gli dissi stringendogli un braccio mentre seguivamo il ragazzo pi grande di noi fra i rovi e piante.
Billy arross e scroll via la mia mano. Non gli piacevano i complimenti, non gli erano mai piaciuti, da che lo conoscevo.
La casetta sull'albero era una meraviglia. Aveva un robusto pavimento di legno appoggiato sulla biforcazione dei rami pi grossi, tre pareti con una finestra in quella di fondo e il tetto a due spioventi. Per arrivarci c'era una scaletta su cui il ragazzo si arrampic svelto come una scimmia. Si sedette dentro la casetta e ci fece segno di salire anche noi.
Vai prima tu, mi disse sottovoce Billy, cos se cadi forse riesco a prenderti.
Normalmente mi sarei offesa a morte per un consiglio del genere, ma date le circostanze lo considerai molto cavalleresco e salii per prima. Avevo un paio di pantaloni tagliati sopra il ginocchio (una rarit, perch di solito portavo la gonna anche per giocare nel bosco) e pensai che era un bene, perch cos non poteva vedermi le mutande.
Nella casetta il ragazzo aveva una torcia, qualche cuscino e una coperta sporchi, un pacchetto di Gauloises, una scatola di fiammiferi, una fionda, un mucchio di sassi e un temperino.
Da qui posso uccidere gli scoiattoli con la fionda, disse.
Proprio come Thierry la Fronde.
Thierry la Fronde uccide i cattivi, non gli scoiattoli, esclamai scandalizzata.
Sta' a vedere, ribatt Stphane. Si sedette sul bordo del lato aperto della capanna e punt la fionda contro un albero vicino. Intravidi qualcosa che si muoveva tra i rami, uccelli e scoiattoli che si nascondevano, cinguettii. Stphane tese l'elastico, stringendo una grossa pietra nel pezzo di cuoio. Sorrise scoprendo due file di denti dall'aria pericolosa.
Billy lo osservava ammutolito e affascinato.
non! non! Non tirare, ti prego!, gridai nascondendomi la faccia tra le mani.
Udii il tonfo sordo della pietra su un ramo. Aveva mancato il bersaglio! Ma un attimo dopo stava gi prendendo di nuovo la mira. Mi misi a piangere.
Smettila, disse mio fratello in tono calmo e deciso.
Stai facendo paura a mia sorella.
Non riuscivo a credere alle mie orecchie. Avrei voluto buttargli le braccia al collo e baciarlo sulla guancia.
Sar meglio che andiamo comunque, disse Billy. 
tardi.
Be', io resto qui, disse Stphane. Andate e trovatevi la strada da soli. Poi scoppi in una strana risata. Tanto non ci riuscirete! Vi perderete nel bosco al buio.
Non credo, ribatt Billy nel suo tono tranquillo. Vieni con me, mi disse poi, avviandosi gi per la scala. Appena la sua testa scomparve, Stphane mi afferr un polso con le dita forti.
Mi piaci, sussurr e mi diede un bacio sull'angolo della
bocca. Sei proprio carina. Non riuscii n a parlare n a respingerlo. Avevo il cuore che batteva troppo forte e la testa troppo piena di pensieri confusi. Il suo alito mi parve dolce e le sue labbra morbide mentre sfioravano con tanta delicatezza le mie, ma appena allent la stretta al polso, mi precipitai gi atterrita.
Ci vediamo domani vicino alla rete?, ci grid dietro in tono amichevole.
Non siamo costretti a giocare di nuovo insieme, disse Billy per rassicurarmi mentre correvo con gli occhi sbarrati tra i rovi che mi si attaccavano ai vestiti e ai capelli e mi graffiavano le braccia. Mi fece strada verso il giardino scostando i rami di spine per aiutarmi a passare.
 un peccato, per, perch ha proprio una bella casetta sull'albero, aggiunse con rammarico.
Le tre Smith cantavano a squarciagola Rocky Raccoon
sedute al tavolo di noi bambini nella cucina luminosa che dava sul prato verde e soleggiato.
Ay, ay, ay, esclam Candida tappandosi le orecchie dopo aver girato le bistecche nella padella.
Come siete stonate, comment Billy guardando sconsolato il proprio piatto di minestra.
Sono i Beatles, scemo. Cassandra si accese una sigaretta e spinse il suo piatto verso il centro del tavolo. Appena i genitori uscivano, cominciava a fumare.
Che noia, esclam. Come mi annoioooo.
Possiamo andare a fare una passeggiata sul lungomare per vedere se ci sono di nuovo quei tipi carini, propose Mary-Ellen con fare misterioso. Mary-Ellen era un po' grassottella, aveva i fianchi larghi e la faccia piatta e rotonda, ma gli occhi grandi con le ciglia lunghe e dei bellissimi capelli di un rosso dorato. Aveva una bocca piccola e stretta da cui si capiva che disapprovava tutto, ma che non si sarebbe mai abbassata a dirlo.
Mary-Ellen mi aveva ignorato fin dal primo giorno con una determinazione consumata che trovavo difficile da mandar gi. Sbuffava ogni volta che aprivo bocca e mi guardava da dietro le lunghe ciglia rosse come se fossi un uccello morto portato in casa da uno dei gatti della mamma.
Ero pi antipatica a lei che alle altre due messe insieme e non capivo perch.
 invidiosa di te, diceva Billy, come se fosse la cosa pi naturale del mondo.
Invidiosa? Di me? Non riuscivo a capire che motivo potesse avere Mary-Ellen per invidiarmi. Avrei capito che fosse gelosa della sorella maggiore, che era grande e sottile come un giunco e aveva sempre ragione, o della minore che era la cocca di tutti. I grandi pensavano che Gillis fosse un genio perch diceva cose tanto da grande. Io pensavo che fossero deficienti perch a me erano bastati tre giorni per capire che Gillis scimmiottava semplicemente le sorelle maggiori e sputava sentenze che non erano farina del suo sacco.
Dopo due o tre settimane giunsi alla conclusione che Mary-Ellen mi invidiava perch non ero la sorella bruttina in mezzo a due splendide ragazze che credevano di essere dei geni. Io avevo soltanto un normalissimo fratello, buono e gentile come pochi. Forse era un po' invidiosa anche perch ero magra e parlavo francese. Mi ero accorta che Mary-
Ellen moriva dalla voglia d'imparare il francese perch l'avevo sorpresa a esercitarsi quando nessuno la sentiva.
anch'io voglio venire sul lungomare, grid Gillis.
VOGLIO FARE UN TIRO ANCH'IO!.
Tieni, disse Cassandra porgendole la sigaretta. Uno solo, per. La principessina dai capelli biondi e dalla faccia d'angelo diede un tiro alla sigaretta, facendo diventare rossa la punta, inspir profondamente e poi emise dei grandi anelli di fumo.
Ay, ay, ay, disse Candida brontolando nel suo francese dal forte accento portoghese: La pequena ha solo dieci anos!.
MIO DIO, Cassandra, giuro che questa volta lo dico ai tuoi!, esclam sgomenta Bethany, la loro tata. Aveva i capelli crespi e si truccava troppo.
Allora io racconto alla mamma di quando ti ho visto che fumavi uno spinello con Fred nel garage, ribatt Cassandra.
Sei una strega, ribatt Bethany.
Su, dai. Non glielo dico, fece Cassandra civettuola. Avvicin
la sedia a quella di Bethany e cominci ad accarezzarle un braccio, implorandola di lasciarle andare sul lungomare.
Anche se avesse detto di no, le due pi grandi ci sarebbero andate comunque, perch i genitori non rientravano mai prima di mezzanotte e Bethany, a quanto pareva, non osava contraddirle perch aveva tanta paura del signor Smith quanta Candida ne aveva di nostro padre.
Quella sera, al buio in camera mia, guardai un albero che ondeggiava al chiaro di luna davanti alla finestra, pensai al bambino nella casetta sull'albero ed ebbi uno strano brivido. Mio fratello mi aveva difeso e si era offerto di non giocare pi con lui, ma la cosa che desideravo di pi al mondo in quel momento era tornare nella casetta sull'albero e lasciarmi baciare di nuovo. Abbracciai forte il mio orsacchiotto. Era grosso, beige e morbido. Avevo dovuto fare un gran capriccio e rinunciare a tutti gli altri giocattoli per poterlo portare in macchina da Parigi. L'orsacchiotto sapeva tutto quello che pensavo. Sapeva anche che quella sera non pensavo a lui, ma a un altro, e stringendomelo al petto gli bisbigliai in un orecchio di perdonarmi.
L'indomani mio fratello dovette andare dal dottore a farsi togliere un foruncolo sotto un braccio. Avrei voluto accompagnarlo, ma i miei temevano che mi mettessi a piangere e lo spaventassi, cos rimasi a casa a guardare le tre Smith che giocavano a croquet nel prato.
Quando pensavo al bambino nel bosco mi veniva la pelle d'oca. Senza volere, vagando a caso, mi ritrovai nel bosco, spinta dallo stesso strano impulso che a tre anni mi aveva fatto entrare in piscina dal lato pi profondo rischiando di annegare.
Stphane era l che mi aspettava, affacciato con le braccia penzoloni al di qua della rete.
O est ton frre?.
 dovuto andare dal dottore.
Ci guardammo in silenzio per un po'. Sempre senza parlare andammo, ognuno dalla sua parte della rete, fino al punto in cui si trovava il buco. Il fazzoletto rosso di mio fratello era ancora l. Il ragazzo sollev la rete e io ci passai sotto.
Mi prese la mano nella sua, che era grossa e ruvida, e mi accompagn alla casetta nel bosco. Mi guardavo intorno attentamente, sentendomi come Gretel senza Hansel, in cerca di un albero diverso dagli altri, di un cespuglio fiorito, in modo da poter ritrovare la strada in caso di emergenza.
Su, sali prima tu, mi disse.
Quel giorno avevo la gonna.
Ci pensai per un attimo, intimidita, e dopo una brevissima esitazione mi arrampicai su per la scaletta. Mi pareva di sentire il suo sguardo che mi seguiva dal basso e un brivido, sgradevole e strano, mi corse su per la schiena.
Andai dritta in un angolo e mi voltai, in modo da averlo di fronte. Arriv quasi subito e si mise a scrutarmi con occhi avidi.
Vuoi prendere in mano la mia fionda?.
Mi sentii un po' ipocrita, ma non avevo intenzione di prendere la mira n tantomeno di tirare, quindi con la giusta dose di riluttanza dissi: Va bene.
Guarda, funziona cos. La impugn e tese l'elastico. 
mio padre che mi ha insegnato a farle. Nella maniera in cui maneggiava la fionda e nel tono un po' burbero della sua voce c'era qualcosa di aspro che mi fece pensare che non si trattava del solito gioco ai cowboy e agli indiani che facevo con Billy, ma di una cosa seria.
Te ne far una, propose.
Non mi serve, risposi in fretta.
Vuoi vedere le mie lumache?.
Lumache?.
S. Faccio la raccolta.
Non gli fai del male, vero?.
Assolutamente no, ribatt come se fossi completamente stupida.
Non avevo mai avuto paura delle lumache, anzi, mi piacevano.
Stphane tir fuori da un angolo scuro una scatola e la mise in mezzo. Dentro c'erano delle foglie ed era ricoperta da un pezzo di rete per zanzariere. Vi infil una mano e poco dopo tre chiocciole grigie, con il guscio marrone e beige, cominciarono ad arrampicarglisi lentamente su per un braccio lasciandosi dietro sottili scie appiccicose.
Vuoi toccarne una?.
Certo.
Allora togliti la camicetta.
Perch?.
 bello sentirle sul petto e sul collo, rispose semplicemente.
Perch non avrei dovuto lasciarmi camminare una chiocciola sul petto? Mi sollevai la camicetta sopra la testa.
Stphane mi pos una lumaca sulla spalla, vicino al collo, poi mi diede un bacio sull'angolo della bocca. Aveva le labbra dolci e bagnate, come ciliegie, e negli occhi uno strano sguardo pieno di desiderio che mi mise lo stomaco in subbuglio.
Ero l, nuda dalla vita in su, senza seno da fargli toccare.
Mi chiesi con un pizzico d'invidia se Cassandra e Mary-Ellen non gli sarebbero piaciute pi di me, nel caso avesse avuto occasione di vederle da vicino. Mi ripromisi di non invitarlo mai a giocare a casa nostra.
Togliti la gonna, disse piano. Strinse tra le dita sporche l'orlo e mi baci il palmo della mano.
Non volevo togliermi la gonna. Alla spiaggia portavo solo le mutande del costume, perch alla mia et in Francia nessuna portava il reggiseno, ma mostrargli da vicino le mie mutande di cotone bianco era tutto un altro discorso.
Nello stesso tempo non volevo nemmeno farlo arrabbiare.
Mi tormentai nell'indecisione.
Promettimi che non ucciderai pi nessun animale con la fionda.
Promesso, disse lui in tono piatto.
Mi convinsi momentaneamente che togliermi la gonna per qualche secondo non era troppo grave, se lo facevo per il bene degli animali della foresta, e me la sfilai. Mi ritrovai nella penombra della casetta sull'albero, seduta in mutande, con la terra sul pavimento che mi grattava. Appena mi fui tolta la gonna, mi sentii completamente esposta ed ebbi un tuffo al cuore al pensiero che ormai ero nelle sue mani.
In quel momento il bambino e la casetta sull'albero sprofondarono in una nebbia marroncina in cui sono rimasti avvolti da allora in poi nei miei ricordi.
Togliti anche quelle, disse indicando le mutande.
Non.
Toglitele, ho detto.
Non. Guarda che ti faccio la spia.
Ah, ah, ah?. Fece una brutta risata e mi baci di nuovo.
Vuoi vedere come sono io nudo?.
Ho gi visto mio fratello, replicai con una vena di tensione che mi incrinava la voce.
Non  la stessa cosa. Guarda.
Il suo coso era chiaro e curvo all'ins come un dito un po' piegato. Mi prese per un polso e cerc di farmelo toccare.
Io tentai di liberarmi, ma con il dorso della mano ne sfiorai la testa a forma di fungo. Lanciai un grido, gli sferrai un calcio negli stinchi e con la mano libera afferrai la gonna e la camicia. Lui cerc di prendermele, ma piuttosto che mollarle saltai gi. Cadendo riuscii ad aggrapparmi a un piolo, attutendo il colpo. Per fortuna il terreno ai piedi dell'albero era morbido, ma mi graffiai e mi ammaccai malamente ginocchia e palmi delle mani. Poi mi feci largo tra i rovi seminuda, stringendo in mano i vestiti e piangendo cos forte che quasi non ci vedevo.
Mi ci volle un po' per ritrovare il fazzoletto rosso, ma Stphane non mi segu. Attraversato il buco nella rete, mi rivestii in fretta e corsi senza fermarmi fino a casa, da Candida che era seduta in cucina a pulire fagiolini. Mi diede un'occhiata e sbianc. Da olivastra che era prese una sfumatura verdognola che mi spavent ancora di pi; mi misi a urlare.
Didi! Didi! Didi?, gridavo inconsolabile.
Bb, mon bb, cosa ti  successo? Che cosa ti  successo?.
Mi mise a sedere sul tavolo. Avevo il suo naso appuntito e i suoi occhietti bruni a un palmo dalla faccia.
Sono caduta da un albero, singhiozzai. Candida and in dispensa a prendere cerotti e mercurocromo.
Ay, ay, ay, Channe, perch ti arrampichi sugli alberi da sola?. Mi ripul le gambe e le braccia con una pezzuola pulita, calda e insaponata. Es matta.
Quando piangevo, anche a Candida si riempivano gli occhi di lacrime. E quando lei piangeva perch aveva nostalgia di sua madre e della sua arida fattoria in Portogallo, mi mettevo a piangere anch'io come se si trattasse di mia madre e della mia fattoria. In quel momento non ero in grado
di reggere le sue lacrime e scoppiai in singhiozzi, e Candida anche, mentre mi abbracciava e mi cullava. Piangevo perch non le stavo dicendo la verit n mai gliel'avrei potuta dire. Candida aveva una paura da morire degli uomini, spesso mi diceva che da una bella ragazza gli uomini volevano una cosa sola e che, se lei gliela dava, diventava una ragazza cattiva e allora non la volevano pi.
Dio mio. Era l'odiosa Mary-Ellen, ferma sulla soglia.
Che cosa c'? Posso partecipare anch'io alla festa?.
Candida non poteva aver capito che cosa aveva detto, ma l'espressione di scherno dipinta sulla faccia di Mary-Ellen era inequivocabile.
Sors d'ici tout de suite!, le grid. Vattene immediatamente!.
Candida non si lasciava prendere in giro da nessuno a parte me. Nessuna delle Smith le aveva mai sentito alzare la voce, ma quando voleva, Candida aveva una voce da pescivendola capace di mettere in fuga anche Mary-Ellen, che se ne and scandalizzata.
Pobrezinha, bambina mia, mi disse. Che cosa abbiamo fatto di male per meritarci queste ragazze cattive?.
Quella sera tutti furono esageratamente gentili con me.
Mio padre mi mise a letto con l'orsacchiotto e mi disse che non mi ero rotta niente e che mi sarebbe passato tutto.
A lui avrei potuto raccontare la verit, perch parlava sempre del sesso come di una cosa naturale e bella, ma quando si trattava di proteggere Billy e me diventava un fanatico e sapevo che sarebbe andato dritto a casa di Stphane e probabilmente le avrebbe date sia a lui sia a suo padre. Una volta, quando avevo due anni, un bambino di cinque che era venuto a trovarci con i suoi genitori mi aveva dato un calcio in faccia appena i grandi ci avevano lasciati soli a giocare. Pap mi aveva trovato sdraiata per terra, sporca di sangue, con gli occhi sbarrati, mentre il bambino continuava a infierire su di me e, davanti ai genitori esterrefatti, lo aveva mandato a sbattere contro il muro con una pedata.
Sapevo che se la sarebbe presa con Stphane e non con me, perch era pi grande e pi forte, ma per qualche
strana ragione non volevo che finisse nei guai per causa mia. Non volevo che scoppiasse uno scandalo, che le Smith lo venissero a sapere e che pap mi vietasse di rivedere mai pi lui e la sua casetta sull'albero. Cos, mentre mi rimboccava le coperte, mi limitai a piangere e tenni la bocca chiusa.
 cattivo, Billy, dissi a mio fratello l'indomani.  proprio cattivo.
Non mi sembra tanto cattivo, ribatt Billy distogliendo lo sguardo spazientito.
Non voglio pi giocare nel bosco, dissi decisa.
Io s, dichiar lui avviandosi nel grande prato verde con un fazzoletto nuovo nella tasca di dietro.
BILLY, NON CI ANDARE, gli gridai dietro. PER FAVORE, TORNA indietro. Ma lui non si ferm.
Aspettai per un po', vergognandomi e sentendomi tradita al tempo stesso. Le Smith ridacchiavano come al solito in giardino. Dopo qualche minuto entrai anch'io nel bosco, vagando senza meta e parlando agli elfi, e tutto a un tratto mi trovai di fronte al buco nella rete.
Seguii il suono delle voci di Billy e di Stphane con sempre maggiore apprensione. Prima ancora di vedere la casetta, li sentii ridere. Non si erano accorti di me e, nascosta dietro un cespuglio, vidi Stphane che lanciava sassi agli scoiattoli sull'albero accanto. Poi porse la fionda a Billy, che rimase interdetto per un attimo, con la faccia corrucciata e pensosa. Aspettai sperando che la posasse, invece sollev la fionda, tese l'elastico, chiuse un occhio e tir.
Billy, gridai uscendo di corsa dai cespugli.
Mio fratello lasci cadere la fionda sul pavimento della casetta e abbass gli occhi con aria colpevole.
Stphane la raccolse, vi mise un altro sasso e mi prese di mira.
Le bambine qui non possono venire, mi url. Vattene.
Avrei dovuto imparare la lezione per l'adolescenza, ma naturalmente non capii. Pensai che Stphane fosse matto, che i maschi non si comportavano cos. Quando, anni dopo, mi resi conto che il bambino del bosco non era un'eccezione
ma solo un piccolo assaggio di quel che mi aspettava, rimasi molto male.
Me l'avevi promesso, gli dissi furiosa.
Vaffanculo, rispose lui. Billy rimase immobile a guardarsi la punta delle scarpe.
In inglese chiesi a mio fratello per favore di tornare a casa con me. Stphane, che aveva capito il concetto, dichiar che Billy era un codardo e un finocchio se mi dava retta.
Billy rimase dov'era, sempre con gli occhi bassi.
Mi voltai e tornai verso la rete in preda a una rabbia e a un odio per il mondo che non credevo di poter provare.
Non riuscivo nemmeno a piangere, tanto ero furibonda.
Andai a farmi consolare da Candida in cucina, ma le sue generiche parole affettuose da persona all'oscuro di tutto mi fecero stare ancora peggio.
Quando, dopo circa un'ora, Billy torn e and a prendersi un bicchiere di latte nel frigo, lo guardai male. Si avvicin al tavolo a cui ero seduta con cautela, indeciso se sedersi anche lui o no. Mi sorrise e arross, con aria timida e colpevole, e intanto giocherellava con lo schienale della sedia.
Non sei mio fratello, gli dissi piano in inglese perch Candida non capisse, con una convinzione e una foga che non avevo mai provato prima. Non sei mio fratello, sei un francese e non sarai mai mio fratello. Sei stato adottato e non sei figlio loro. D'ora in avanti far finta che tu non esista.
Billy continuava a fissarsi i piedi, pallidissimo. Sentimmo un rumore e ci voltammo: sulla soglia c'era Mary-Ellen. Da bianco Billy divenne rosso; lentamente, con la schiena dritta, pass davanti a Mary-Ellen e usc dalla cucina.
Cos'hai detto, Channe?, chiese Candida spostando gli occhi scuri da me a Mary-Ellen e di nuovo a me. Che cosa gli hai detto?.
Guarda che io zitta non ci sto, disse piano Mary-Ellen in tono molto simile a quello che avevo appena usato con mio fratello. Non devi dire queste cose. Io lo so, perch i miei mi hanno raccontato tutto.
Me ne frego, ribattei raccogliendo l'ultimo briciolo di coraggio che mi restava. Odio anche te. Sei grassa e maligna.
Le passai davanti, sentendomi perforare la schiena dal suo sguardo, e andai a cercare Billy.
Salii in camera sua, che era vicino alla mia, in fondo a uno dei corridoi del piano di sopra. La porta era chiusa.
Bussai piano per paura di disturbare i padri.
Billy, sussurrai, Billy! Posso entrare?, Nessuna risposta.
Avevano tolto le chiavi dalle serrature delle nostre porte nel timore che ci chiudessimo dentro, cos girai la maniglia ed entrai nella stanza semibuia. Billy aveva chiuso le persiane, che proiettavano strisce di sole sul letto. Era sdraiato a pancia in gi con la faccia affondata nel cuscino e singhiozzava in silenzio. Vidi che gli tremavano le spalle.
Mi sedetti al suo fianco e gli posai una mano sulla schiena.
Non cerc di scrollarmi via come faceva di solito quando lo toccavo.
Billy, dissi. Billy, non dicevo sul serio, te lo giuro. Sei mio fratello, sei l'unico fratello che ho e sono felice di averti qui, Billy, perch tu sei bravo e gentile e quelle ragazze sono terribili.
Lui continuava a singhiozzare in silenzio.
Quel bambino mi ha fatto una cosa bruttissima ieri, quando tu eri dal dottore, spiegai. Mi ha fatto spogliare e poi ha tirato fuori il suo coso, che non assomigliava per niente al tuo. Per niente.
Sentii che smetteva di tremare. Disse qualcosa che non riuscii a capire.
Che cosa?, feci, tutta contenta che si fosse degnato di parlarmi.
Com'era?, chiese lui tirando su con il naso e voltando la testa dall'altra parte.
Come un dito, risposi.
Come un dito?.
S. Mi sono presa una paura, Billy, una paura che sono saltata gi dall'albero e sono corsa fino a casa.  per quello che ero cos arrabbiata. Volevo che prendessi le mie parti come fai con quelle stupide.
Non  giusto, disse lui emettendo un sospiro spaventosamente lungo. Non  giusto che tu dica queste cose.
Lo so, risposi e mi misi a piangere.
Hai solo paura di fare arrabbiare pap, disse Billy.
Glielo vado a raccontare subito, prima che ci vada Mary-Ellen. Gli racconter tutto, cos mi metter in castigo.
No, no, disse Billy. Tanto lei non dir niente. Vattene e basta, okay? Lasciami in pace.
Andai in camera mia e tra i singhiozzi abbracciai l'orsacchiotto, nascondendo la faccia nel suo pelo finch non mi parve di soffocare.
All'ora di cena la situazione sembrava quasi normalizzata.
Avevo bussato alla porta di Billy per chiedergli se veniva gi con me a mangiare. Eravamo seduti intorno al tavolo rotondo della cucina, noi cinque bambini e le due tate, e mangiavamo in silenzio quando i padri entrarono con l'aria cupa di due terribili nubi temporalesche.
Channe, disse pap in tono piatto, mi hanno riferito una cosa veramente brutta.
Billy alz gli occhi dal piatto, smise di masticare anche se aveva la bocca piena e mi fiss inorridito con i suoi occhi azzurri. Candida si alz e and ai fornelli. Si tirava sempre indietro quando mio padre faceva cos.
Lanciai un'occhiata a Mary-Ellen. Stava seduta diritta, molto compiaciuta di s, e tagliava la carne con il polso elegantemente piegato.
Channe ti ha detto qualcosa di brutto oggi, Billy?, domand pap. Non voglio sapere che cosa, ma solo se ha detto qualcosa che non avrebbe dovuto dire.
Billy mi guard con quegli occhi e mi venne da piangere per la paura di quel che mi sarebbe toccato, per la vergogna e per l'odio che provavo per Mary-Ellen. Billy guard velocemente prima lei, poi me e infine i padri in piedi sulla soglia.
Mand gi quel che aveva in bocca deglutendo rumorosamente e disse No, come sforzandosi di ricordare. Fece una faccia completamente innocente, vuota, una faccia che probabilmente aveva imparato osservando Gillis quando cercava di affascinare i genitori.
Channe non mi ha detto niente di brutto oggi. Non abbiamo mai litigato, da quando siamo partiti da Parigi, ribad.
Sulle labbra di mio padre comparve di colpo uno strano
sorriso. Doveva aver capito che Billy mentiva, ma evidentemente il fatto che mi difendesse per lui era pi importante del fatto che io avessi infranto la regola ferrea.
Bene, disse voltandosi per andare.
Mary-Ellen per  venuta a dirmi che aveva sentito..., cominci il signor Smith, stizzito.
Si sar sbagliata, tagli corto Billy in tono neutro.
Mary-Ellen ci fulmin con lo sguardo, tremando per l'umiliazione e la collera.
Siete due marmocchi viziati, borbott a denti stretti.
Quanto vi odio....
Crescendo, le Smith sono migliorate, ma continuano a non piacermi. Sono passati quasi vent'anni da quell'estate e Cassandra  una delle donne in carriera di maggior successo che io conosca. Fa la mediatrice di borsa a Wall Street e guadagna 300.000 dollari all'anno. Non  sposata. Mary-
Ellen  sempre grassa, pi grassa di prima, anzi, e vive a Vienna dove studia per diventare cantante d'opera. Quelli che l'hanno sentita cantare dicono che ha una voce possente.
Gillis, la principessina,  rimasta una principessina: ha sposato un produttore cinematografico ricchissimo e vecchissimo e vive a Beverly Hills con le due figlie del marito, che hanno almeno cinque anni pi di lei. Per fortuna nessuna delle Smith legge romanzi, altrimenti non avrei mai scritto questa storia.
...
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...
L'ET DELLO SVILUPPO.
...
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...
Tornando da scuola in autobus il primo venerd della prima settimana della Trne, feci una scoperta stupefacente: non c'era un solo insegnante o compagno di scuola a cui fossi simpatica.
Il tratto in autobus fino a casa era lungo: di solito Candida veniva a prendermi in macchina, ma quel giorno aveva un appuntamento per il permesso di soggiorno e mia madre aveva un t importante. Ero contenta di essere sola e me ne stetti seduta a lungo sull'autobus silenzioso, non troppo affollato, a meditare sulla mia scoperta.
Era stato chiaro fin dal primo giorno di scuola che la mia reputazione mi aveva preceduto fra i docenti, ma mi chiedevo: ero davvero cos tremenda? Ero davvero tanto peggio degli altri?
Sapevo di aver commesso un grosso errore con una persona in particolare, l'insegnante di storia dell'anno precedente.
Avevamo passato una buona met dell'anno a studiare l'antica Grecia. Ne sapevo gi pi di tutti gli altri, perch l'estate prima pap ci aveva portato su una piccola isola greca. Era molto caldo e, siccome alla sera non c'era niente da fare, nei due mesi e mezzo di vacanza ci aveva letto tutta l'Iliade e l'Odissea.
Mi pareva bellissimo e incredibile che io e mio fratello riuscissimo a capire tutto quello che pap leggeva nel grande volume rilegato in pelle che si era portato da Parigi.
Una sera curiosai da dietro le sue spalle e vidi che non sempre le parole che leggeva corrispondevano a quelle sulla pagina. Ricordo per esempio che vidi scritto soggiunse Ulisse, quando lui diceva invece esclam Ulisse.
Di ed eroi mi appassionarono talmente che scrissi delle
lettere ai miei preferiti e pap le bruci solennemente su una piccola pira in riva al mare perch i messaggi giungessero a destinazione.
Carisima Atena, scrissi, sono tua amica e sono molto contenta che ti piacciono i greci e non i troiani. Per favore mandami un segno. Firmato Channe Willis.
Oppure: Carisimo Achille, mio pap dice che i semidi non sono immortali ma io ti scrivo lo stesso. Mi sposerai se muoio e vado nell'Ade? Channe Willis.
L'insegnante di storia dell'anno prima era giovane, agitata e noiosissima. Aveva i capelli rossi raccolti in un grande chignon e la pelle talmente chiara che quasi scompariva sullo sfondo del muro bianco. Parlava con voce piatta e bassa persino quando descriveva una battaglia. E un giorno prese un granchio disegnando la battaglia di Troia sulla lavagna con i gessetti colorati. Disse che Atena aveva salvato la vita a Paride portandolo via in volo quando Agamennone stava per ucciderlo davanti alle mura della citt.
Non era Atena, gridai. Era Afrodite!. La maestra divent rossa come i suoi capelli e borbott: Et bien, mademoiselle, se vuoi fare lezione tu, visto che non mi ritieni all'altezza....
Avrei voluto sprofondare e chiedere scusa (pur sapendo di avere ragione), ma era troppo tardi. Da quel giorno mi sforzai di essere educata e di applicarmi, ma fra di noi fu la guerra.
Quando gliene parlai, mio padre mi spieg che non tutti gli adulti si comportano da adulti. Pi s'invecchia, meno si sopportano le critiche.
Cerca di essere gentile con lei, mi sugger, falle capire che la rispetti.
Ma per quanto mi dessi da fare, l'insegnante di storia continu a darmi un'insufficienza dietro l'altra.
Cos quell'anno erano preparati e mi sgridavano perch ero sfacciata, prepotente, invadente e maliziosa. E grazie a Dio nessuno sapeva fino a che punto: negli ultimi due anni avevo convinto tutti i maschi carini della mia classe a mostrarmi il pisello dietro una panchina durante la ricreazione.
Per un attimo il pensiero del pisello dei miei compagni mi distrasse. Quello dei bambini americani sembrava un fungo chiaro, mentre quello dei francesi assomigliava vagamente a uno spicchio d'aglio prima di essere sbucciato. Per un po'
avevo creduto che dipendesse da dove uno era nato (mio fratello era nato in Francia e aveva uno spicchio d'aglio, mentre mio padre era nato in America e ce l'aveva a fungo). Ma poi scoprii un bambino americano nato in America che aveva uno spicchio d'aglio invece di un fungo e la mia teoria croll.
Pensavo di consultare mio padre al riguardo, ma non avevo ancora trovato un modo per formulare la domanda senza fargli capire che ne avevo visti pi di due.
Ritornai a pensare ai miei insegnanti e agli sgradevoli commenti che avevano fatto sul mio conto fin dal primo giorno di scuola: Evidentemente le vacanze non ti hanno calmata, oppure: Sempre indisciplinata, vedo. La nuova insegnante di matematica mi aveva detto addirittura: Non sei stupida: perch ti comporti come se lo fossi?.
Come facevano a sapere se ero stupida o no?
Non era giusto. Con gli altri zucconi non se la prendevano mai come con me.
In matematica, in effetti, tanto furba non ero: anche i problemi pi semplici mi mettevano in difficolt e l'anno prima le divisioni mi avevano decisamente traumatizzato.
Frustrata e perseguitata, avevo smesso di stare attenta e durante le lezioni facevo il solletico alla mia compagna di banco nonch mia migliore amica, Sally Sutherland. Per passare il tempo scrivevo anche messaggi d'amore in francese a Paul Frankel, un ragazzino con degli splendidi occhi scuri che era seduto nel banco accanto. Paul, se dopo la lezione mi dai un bacio, ti regalo le mie caramelle Pez, gli scrivevo. Paul voleva sempre sapere quale personaggio di Disney avevo come contenitore delle Pez e che gusto avevo portato quel giorno. S'impegnava per iscritto a baciarmi e io gli passavo le Pez sotto il banco; poi fuori, nel corridoio, a volte mi baciava e a volte mi alzava la gonna per dispetto.
Pensai a Sally, a come era brava. Non scriveva mai bigliettini ai maschi, faceva sempre i compiti e nessuno le alzava
mai la gonna. Mi si strinse il cuore, con un misto di desiderio e d'invidia. Quell'anno ero nella classe degli asini, la 7me C, mentre Sally era rimasta nella A. Liberatasi finalmente di me, si stava facendo un sacco di nuovi amici.
Non mi ero mai resa conto n di quanto dipendevo da lei, dalla mia amica taciturna, divertente, di buon carattere e di buon senso, n del fatto che era la mia unica amica, perch fino a quel momento non era stato importante. Adesso, a pensarci mi veniva da piangere.
Sola sull'autobus mi resi conto che, sebbene odiassi quella scuola e quella scuola odiasse me, ci ero troppo abituata e non avrei avuto il coraggio di cambiare. Avevo sentito dire che nei lyces gli insegnanti avevano diritto di picchiare gli studenti e che era vietato andare nel bagno durante le lezioni. E
poi non ci sarebbero stati altri americani. Viceversa, in una scuola rigorosamente americana come quella che frequentava mio fratello non c'erano francesi e io sarei sembrata cos francese che sarei risultata antipatica a tutti comunque.
No, l'cole Internationale Bilingue era l'unica scuola adatta a me, perch in un modo o nell'altro tutti gli studenti erano mezzi americani e mezzi francesi. In questo non ero diversa dagli altri.
Alla fine della prima settimana nella 7me C avevo scoperto che tutti gli altri erano entrati a far parte di vari gruppi da cui io ero chiaramente esclusa, insieme a Frdrique
Charpentier e a Francis Fortescue, che erano i due tipi pi strani che avessi mai conosciuto in vita mia.
Frdrique era orfana e viveva con la nonna. Si vestiva e si comportava come un'anziana signora, o perch la nonna non sapeva insegnarle niente di meglio o forse perch lei la imitava: portava le galosce, scialletti fatti a maglia e le lunghe trecce bionde legate sopra la testa le incorniciavano il viso a forma di cuore. Faceva delle risatine da nonna e si asciugava gli occhi con fazzoletti di pizzo, camminava con le spalle curve e - incredibile! - durante la ricreazione in giardino lavorava a maglia.
Francis Fortescue era nuovo. In un solo giorno aveva usurpato il titolo di Personaggio Bizzarro Numero Uno, che Frdrique deteneva da vari anni, perch aveva l'aspetto
e i modi di una femminuccia. Aveva un faccino grazioso, i capelli neri e dei grandi occhi con le ciglia cos lunghe e scure che sembravano finte. Parlando agitava talmente le mani bianche e delicate che ti veniva voglia di legargliele dietro la schiena.
In una settimana Frdrique e Francis erano diventati amici per la pelle. Durante la ricreazione passeggiavano insieme in giardino e insieme - lei con le spalle curve da vecchina artritica e lui che la seguiva con la sua andatura affettata
- erano talmente ridicoli che il resto della classe cominci a chiamarli la mmre et sa petite-fille, la nonna e la nipotina.
Lo ammetto: neanch'io ero un angelo; gli sparlavo dietro come tutti, ma fino a quel pomeriggio non avevo mai alzato un dito contro di loro. Non per una questione morale, solo per il fatto che la violenza fisica mi ripugnava. Quel giorno per essendo di umore particolarmente cattivo e dispettoso, durante la ricreazione avevo tirato i capelli a Frdrique.
La poveretta aveva appena preso un calcio in uno stinco da Luc Wang, un ragazzo grande e grosso con la testa quadrata, mezzo cinese, e saltellava su un piede solo piangendo e facendo una smorfia ridicola. Era cos buffa che fui colta da un impulso irresistibile e, avvicinandomi da dietro con mossa rapida, le tolsi le forcine facendole cadere una treccia su una spalla. Nel vedere l'espressione disperata e sconvolta che le comparve sul viso mi venne male. Dovetti andare a sedermi per terra con la schiena appoggiata a un albero per riprendermi.
Poi scoppi una lite tra Luc e Francis, che si gir di scatto e con voce acutissima grid: Sono stufo di te, brutto prepotente?, Poi gli diede un gran ceffone in piena faccia.
Rimase l a guardare con le braccia conserte quando Luc, ancora stordito, gli moll un pugno. Allora Francis perse completamente la testa, si mise a urlare come una scimmia impazzita e a saltellare di qua e di l come i ballerini di charleston che avevo visto al cinema in Millie. In un turbinio di braccia e gambe, volarono schiaffi, pugni e calci.
Luc, stupefatto, imbarazzato e rosso come un peperone, si diede alla fuga.
Quando si fu calmato, Francis venne da me (che ero ancora sotto l'albero) e in un inglese impeccabile, puntandomi un dito contro, mi disse: E tu, tu dovresti vergognarti.
Che cosa ti ha fatto quella povera ragazza?.
Ero cos sconvolta che non riuscii a rispondere. Mentre Francis andava a consolare Frdrique, mi resi conto che non sapevo nemmeno che fosse americano, visto che aveva un cognome cos strano e parlava benissimo il francese.
Proprio mentre mi proponevo di chiedere scusa (in segreto)
a Frdrique e Francis, dal fondo dell'autobus arriv qualcuno che mi si sedette accanto. Con la coda dell'occhio vidi che era Francis. Stava seduto composto, con le braccia sul cartable e le gambe accavallate, e guardava dritto davanti a s come se si trovasse l per purissimo caso e non mi avesse neanche visto.
Non lo sapevo che eri americano, dissi in tono neutro, tanto per attaccare discorso.
Tu non sai niente di me, ma io ne so tante su di te, rispose lui con un'irritante aria di mistero.
Mi girai verso il finestrino. Era un viaggio lunghissimo.
Ai miei non piaceva che prendessi i mezzi pubblici da sola, ma in caso di emergenza lo facevo. Preferivo l'autobus alla metropolitana, anche se ci metteva pi tempo, perch c'era meno gente e mi portava praticamente davanti al portone di casa.
S, continu Francis con la sua voce alta e stridula. Per esempio so che abiti sull'ile Saint-Louis. So che vai alla boulangerie di Rue des deux Ponts tornando a casa e a volte anche al sabato.
Come fai a saperlo?, domandai guardandolo accigliata.
Aveva una luce maligna negli occhi.
Perch ci abito, in Rue des deux Ponts, rispose. Non ti guardi mai intorno quando sei per la strada. Cammini a testa bassa come una suora.
Per un po' rimanemmo in silenzio.
Mia madre dice che potremmo andare a scuola insieme.
Lei potrebbe accompagnarci alla mattina e qualcuno di casa tua venirci a prendere nel pomeriggio. O viceversa. Se ti sfagiola.
Vedremo, risposi vaga.
Sai, non sei mica antipatica, in realt. Perch te la sei presa con Frdrique oggi? Ti  saltato il ghiribizzo o cosa?.
Non so. Usava delle espressioni che chiss perch mi facevano ridere: se ti sfagiola, a testa bassa come una suora, saltare il ghiribizzo. Era tanto che non mi capitava di essere cos incuriosita, e la curiosit mi divertiva sempre.
Povera Frdrique, disse Francis pensoso, sospirando.
Certo che per  una pizza.
Perch siete amici se non ti sta simpatica?.
Non  che non mi stia simpatica. Sai com'. Passeggiare con qualcuno a ricreazione  sempre meglio che da soli. Mi parve una riflessione profonda, che toccava un tasto inquietante anche per me.
Ho un cane e un acquario di pesci tropicali, disse Francis.
Tu che cos'hai?.
Mia mamma ha tre gatti siamesi.
La mia ha una Deux-Chevaux. Che macchina hanno i tuoi?.
Una Peugeot 404.
Mi piace l'opera e sto imparando a suonare il violino.
L'opera? pensai. Sapevo che aveva a che fare con il canto, ma non avevo la minima idea di che cosa fosse.
Che razza di nome  Fortescue?.
 americano.  il nome da ragazza di mia madre. Quello di mio padre non lo so. Poteva chiamarsi Tremotino, per quel che ne so io. Scroll enfaticamente le spalle e alz gli occhi al cielo, sbattendo le lunghe ciglia.
Io risi. Sei strano. Sembri una femmina.
Io non sembro nessuno, ribatt. Sembro me stesso. E
so gi tutto del sesso e compagnia bella. Me lo ha spiegato la mamma.
Se sai tutto allora dimmi una cosa, feci abbassando la voce, sebbene stessimo parlando inglese. Spiegami perch gli zizi degli americani sono rotondi mentre quelli dei francesi sono a punta.
Non c'entra niente con il fatto di essere americani o francesi, dichiar Francis con la massima disinvoltura.
Dipende dall'ospedale in cui uno nasce e anche dal fatto
che sia cattolico, ebreo o protestante. Si chiama circoncisione.
Se sei cattolico, ti tagliano un pezzettino di pelle dalla punta e se sei ebreo o protestante invece no. No, aspetta...
Forse  il contrario... Se sei ebreo, te ne tagliano un pezzetto....
Non ci credo, dissi lanciandogli un'occhiata di traverso, pi che altro per darmi un contegno.
Lui si strinse nelle spalle. Peggio per te:  la verit.
Pensai a tutti gli zizi che avevo visto e mi chiesi come fosse possibile che nessuno di quelli che me l'avevano mostrato fosse abbastanza mio amico da potergli fare una domanda semplice come quella.
Dopo un breve silenzio, Francis mi disse che gli sarebbe piaciuto invitarmi a vedere il suo acquario e il suo cane, ma che prima doveva chiedere il permesso alla mamma. Risposi tutta fiera che io non dovevo chiedere il permesso a nessuno e lo invitai a mangiare un pain au chocolat per gouter.
Durante il weekend Francis venne a conoscere i miei genitori e mio fratello Billy e io conobbi sua madre, il suo cane e i suoi pesci tropicali. Aveva dato un nome a ognuno e li riconosceva tutti. La vasca dei pesci era l'unica cosa pulita di tutta la casa. Il cane era il pi brutto e il pi stupido che avessi mai visto: di mezza taglia, bianco con chiazze marroni e nere e senza coda. Lo chiamavi per un'ora e quello non veniva comunque.
La signora Fortescue aveva lunghi capelli neri striati di grigio, gli stessi occhi neri con le ciglia lunghe di suo figlio e una pancia tanto enorme che sembrava incinta. Indossava un maglione bucato e notai che anche i pantaloni e le scarpe da ginnastica erano malridotti.
Sembrava che in casa Fortescue fosse appena passata una tromba d'aria. Il pavimento era di linoleum bianco, senza tappeti e con peli di cane dappertutto. Pi che una casa sembrava un canile e puzzava come un canile. Nella stanza pi grande, che fungeva da camera da letto della signora e da soggiorno, risuonava un'opera a tutto volume. Il vano di passaggio era vuoto, tranne alcune scatole e un grande tavolo quadrato su cui era appoggiata un'asse di legno. Evidentemente stavano costruendo un plastico per un trenino,
con tanto di montagne, pascoli per le mucche e paesini svizzeri. Il lavoro procedeva lentamente. Francis mi confid che l'avevano cominciato la primavera precedente. Contemplai tutta quella confusione e rimasi ammirata, perch in casa mia tanto disordine sarebbe stato inammissibile.
La stanza di Francis era in fondo al corridoio. Aveva tre marionette, due donne e un uomo. Una delle donne era bionda e aveva un abito lungo rosa bordato d'oro, mentre l'altra era vestita di viola con rifiniture d'argento e aveva i capelli neri. Francis mi disse che Esperanza, quella in rosa, era buona, e Serpentina era la perfida adultera, assassina e rovinafamiglie. L'ometto era Don Francesco.  gentile, debole e crede a tutto quello che gli dicono, mi spieg.
Quelle due lo mettono sempre di mezzo e a volte ci scappa anche il morto.
Le marionette, sedute sulla scrivania di Francis, sembravano vive e mi fissavano da sotto le palpebre facendomi paura: non mi sarebbe per niente piaciuto dormire con loro che mi guardavano a quel modo.
Quel sabato a mezzogiorno tornammo a casa mia per pranzo. Candida ci sorvegliava come una chioccia preoccupata, allungando ogni tanto le braccia sul tavolo, sopra le nostre teste, come ali di un grande uccello. Hi, hi, hi, ridacchiava Francis agitando le mani. Di tanto in tanto dava una pacca sulla spalla a mio fratello e gli diceva con aria leziosa:
Sei timido, eh?. Billy faceva una faccia infelice. Mi parve che Francis stesse semplicemente recitando la parte che ci si aspettava da lui, ma per Billy non era tanto ovvio.
La domenica sera i miei si misero d'accordo al telefono con la signora Fortescue per accompagnarci a scuola a turno e il luned Francis e io eravamo gi inseparabili.
Arrivammo a scuola a bordo della Deux-Chevaux della signora Fortescue. Era la macchina pi sporca e pi rumorosa su cui fossi mai salita. C'erano tanti di quei peli di cane sui sedili che a malapena si riconosceva la fodera scozzese;
dietro c'erano vasetti vuoti di yogurt che puzzavano di latte andato a male e incarti di gelato con peli di cane appiccicati alla cioccolata sciolta. Quando scesi, avevo il dietro della giacca blu completamente coperto di peli di cane. Entrai in
classe pensando che a mio padre sarebbe venuto un colpo se avesse visto la casa o la macchina della signora Fortescue e decisi che la cosa migliore era rimandare l'incontro il pi a lungo possibile.
Francis non mostr pi nessun interesse per Frdrique.
Non lo fece con cattiveria, ma come se avesse semplicemente smesso di notare la sua esistenza. Mi dispiaceva per lei e le lasciai un posto nel banco vicino al mio perch non fosse da sola; pi io mi mostravo bendisposta, per, pi lei s'incattiviva. Era la reazione pi strana che avessi mai visto.
Frdrique trovava sempre da ridire su tutto, come se si ritenesse veramente in possesso di una saggezza nonnesca che le dava il diritto di criticare quello che facevano gli altri.
Sei cos infantile, diceva battendo le mani con una risatina sprezzante. Magari io le offrivo una caramella e lei scuoteva la testa, abbassava gli occhi e diceva: Veramente dovresti vergognarti di mangiare questa roba.
Sei una piaga, Frd, lo sai?, le dissi dopo qualche giorno, non sgarbatamente, ma come un dato di fatto. Lei mi guard dritta in faccia con i suoi occhi chiari e non rispose.
Qualche settimana dopo le venne la polmonite e si ritir dalla scuola.
Il trimestre era cominciato da circa un mese quando la direttrice venne in classe con un questionario per gli studenti anglofoni. I pi grandi avevano sparso la voce che alcuni genitori si erano lamentati con l'amministrazione. L'inglese veniva insegnato come lingua straniera anche agli studenti americani e inglesi, cos alla scuola bastava un solo insegnante, che non era neppure un madrelingua. Le lezioni, uguali per tutti, non si tenevano tutti i giorni, ma solo due volte alla settimana. La scuola lo faceva per risparmiare, era risaputo. Le lezioni d'inglese erano talmente facili e noiose che Francis e io venivamo continuamente sbattuti fuori, il che per noi andava benissimo, perch cos potevamo chiacchierare e ridere pi comodamente. Francis aveva cominciato a raccontarmi le trame delle opere liriche.
Che opera vuoi che ti racconti oggi?, mi diceva mentre eravamo fuori, fra gli attaccapanni carichi di cappotti.
Raccontami di nuovo la Tosca.
Allora lui mi riferiva tutti i particolari del triangolo e mi recitava la morte tragica e violenta dei personaggi. Francis non mi faceva mai ascoltare i suoi dischi n mi parlava dei compositori; mi raccontava solo le trame. Don Giovanni, Tosca, Aida, Madama Butterfly, Otello, La Bohme erano le storie pi belle, romantiche, appassionate e tragiche che avessi mai sentito. Mi piacevano soprattutto Romeo e Giulietta e la Tosca. Quando Francis arrivava alla fine di Romeo e Giulietta diceva: E lei si affond il pugnale nel petto. Mimava il gesto e poi crollava a terra come un sacco di patate. Per il finale della Tosca saltava gi da un tavolo o da una scala, se ce n'era una a portata di mano.
Il giorno che madame Beauvier, la directrice, ci distribu il questionario Francis e io eravamo seduti come al solito nell'ultima fila.
Vedo che voi due siete sempre al Polo Nord, comment in tono caustico.
Nel questionario bisognava scrivere il nome e la nazionalit dei genitori, da quanti anni vivevano in Francia, eccetera.
Sentendomi importante, mi affrettai a scrivere che mio padre e mia madre erano americani ma io ero nata e avevo sempre vissuto in Francia. Dal momento che nella Trne C eravamo solo in quattro a sapere l'inglese, madame Beauvier raccolse velocemente i questionari e si ferm sulla porta a dare loro una scorsa.
Francis Fortescue, disse con la sua voce forte e decisa.
Hai dimenticato di mettere il nome e la nazionalit di tuo padre.
Francis alz gli occhi verso il soffitto, sbattendo le ciglia, e tamburell spazientito con le dita sul banco.
Come si chiama tuo padre, Francis?. La bocca della directrice si chiuse in una smorfia seccata mentre si accingeva a completare il modulo di Francis.
Ma non si rende conto che lo sta mettendo in imbarazzo?
mi chiesi. Perch non se ne va?
Su, Francis, rispondi, insistette madame Beauvier.
Non posso stare qui ad aspettare tutto il giorno.
Tutti si voltarono a guardare Francis.
Non lo so, disse alla fine questi esasperato, lanciando un'occhiataccia alla directrice.
Non lo sai?, ripet lei scuotendo leggermente la testa.
Ah, be', questo spiega tutto..., concluse poi, come se lo avesse sospettato fin dall'inizio.
Tutti ridacchiarono, compresa la maestra, che gi non aveva un'opinione molto alta n di Francis n di me. Prima di andarsene, madame Beauvier disse in tono burbero a tutta la classe che eravamo una massa di delinquenti e che era ora che imparassimo a comportarci come si deve, altrimenti...
Guardai quel che avevo scritto sul quaderno prima che arrivasse la directrice. Era un dettato, un brano difficile tratto dai Miserabili. Ma ero troppo sconvolta per riuscire a leggere quello che avevo scritto o a guardare Francis, che dopo un po' disse sottovoce: Quella strega voleva solo farmi uscire dai gangheri.
Un weekend costruimmo un teatro dell'opera per le marionette di Francis con una grossa scatola di cartone. Per le scene usammo materiali di ogni genere: vecchi foulard della mamma di Francis, strofinacci e veli. In cartoleria comprammo carta dorata, argentata, marmorizzata e finto velluto per decorare i muri e il pavimento. Appena avevamo preparato una scena, facevamo recitare alle marionette i complicati triangoli che avevamo inventato per loro. Le scene cambiavano pi spesso e in maniera pi radicale delle vicende.
Due volte alla settimana Francis andava a lezione di violino;
erano gli unici pomeriggi in cui non ci vedevamo dopo la scuola. Io mi sentivo sola e mi annoiavo.
Suonare  cos noioso, brontolava Francis in quei giorni,
ma mia madre dice che se continuo a esercitarmi diventer un grande violinista.
Per il mio compleanno la mamma vuole portarci a teatro a vedere Tristano e Isotta, mi annunci un giorno mentre andavamo a ricreazione. E di Wagner, dura cinque ore ed  praticamente senza scenografia. Pensi di resistere seduta tanto tempo? Mia madre dice che sei cos insofferente che forse non ce la fai.
Bast questo a farmi decidere immediatamente che non avrei mosso un dito per tutta l'opera, a costo di schiattare.
Quando riferii ai miei i programmi per il compleanno di Francis mi guardarono in silenzio senza fare commenti. Dovette sembrar loro un po' strano, ma che cosa potevano obiettare? Se non altro era un grande progresso rispetto a giocare ai cowboy per la strada.
Eravamo in un palco sulla destra. La scenografia consisteva unicamente nell'interno della prua di una nave in fondo al palcoscenico inclinato, qualche panca e, sparsi qua e l, alcuni dei bauli di Isotta su cui i cantanti si sedevano ogni tanto. Sapevo la storia: nel primo atto Tristano porta Isotta per mare a conoscere il futuro marito, il re.
Tristano e Isotta erano cos grossi che mi facevano ridere: immaginavo che tutti gli eroi tragici fossero giovani e magri.
Ci misero un'ora e mezzo per bere per sbaglio la pozione d'amore destinata a Isotta e al suo futuro marito, dopo di che, verso la fine dell'atto, si buttarono l'uno fra le braccia dell'altra e tutto il palcoscenico trem per l'impatto.
Stetti seduta buona e zitta per l'intera opera. Uscendo, la signora Fortescue mi sorrise con la sua aria maliziosa e mi chiese: Ti  piaciuto?.
Moltissimo, risposi, per erano un po' grassi.
Un giorno la signora Fortescue port a scuola il violino di Francis e alla fine della lezione l'insegnante glielo fece suonare per qualche minuto.
Bambini, Francis ha portato il violino e suoner per noi, annunci in tono vagamente derisorio. La signora Fortescue era in piedi vicino alla porta con le braccia conserte e sorrideva come se ci trovasse tutti particolarmente carini e gentili.
Nessuno aveva mai osato tanto nella classe degli asini.
Lentamente, mestamente Francis si trascin fin davanti alla lavagna e stette l ad aspettare, battendo impaziente il piede e facendo quella sua faccia arrogante, con gli occhi fissi sul soffitto e le labbra strette come se avesse un sapore schifoso in bocca.
Esegu lentamente un breve brano di musica classica, senza ritmo n sfumature. Alla fine tutti batterono educatamente le mani e sua madre se ne and con il violino.
Sei stato bravo, Francis, gli dissi.
No, rispose lui. Tu non hai orecchio per la musica e non ti rendi conto. Ho suonato malissimo. Non sono per niente bravo. Mia madre ci tiene, per.  stata un'idea sua, non mia. Forse dovrei prendere lezioni di canto, o magari provare con il pianoforte. Bisogna che qualcosa impari a fare, se voglio lavorare nel campo nella lirica.
Decisi di chiedere ai miei se Francis poteva restare a dormire da noi una sera, durante le vacanze di Natale. Aspettai che fossimo tutti a tavola.
Posso invitare Francis a dormire qui il prossimo weekend?.
Mio padre e mia madre si scambiarono una rapida occhiata e poi mi guardarono.
Dove pensi di farlo dormire?, chiese la mamma.
In camera di Billy, suggerii io.
Ma sei matta?, salt su Billy furioso. Pap scoppi a ridere tanto forte che a momenti cadde dalla seggiola.
Attento alle sedie, disse la mamma. Quel ciccione ubriaco del tuo amico ci ha gi rovinato una Louis Treize il mese scorso.
Pu dormire sul divano in camera tua, disse pap raddrizzandosi, sempre ridendo.
Era un divano su cui ci sedevamo per guardare la TV.
Aggiungendo i cuscini che facevano da schienale al materasso, diventava un letto singolo. Non ci aveva mai dormito nessuno, ma era una buona idea.
Potremmo metterlo ai piedi del mio letto, in modo che non si senta solo, dissi.
Francis cominci a venire a dormire da noi spesso. Stavamo svegli fino all'alba, facendo spedizioni segrete in cucina, ridendo e raccontandoci storie di fantasmi in cui tutti i protagonisti facevano una brutta fine.
Il primo luned del secondo trimestre fu istituito un nuovo corso d'inglese per gli studenti della Trne che lo parlavano correntemente. Consisteva in cinque lezioni la settimana, tenute da una giovane insegnante irlandese con i capelli neri e gli occhi del colore del cielo in tempesta. Aveva un bel viso con la pelle chiara e quando sorrideva le venivano le zampe di gallina.
Ci disse di chiamarsi Sheila O'Shaunessy, cosa insolita perch gli insegnanti non rivelavano mai spontaneamente il proprio nome di battesimo e, anzi, era un avvenimento se riuscivamo a scoprirlo. Ma Sheila O'Shaunessy era diversa e parlava un inglese che non avevo mai sentito. Pi che parlare, sembrava che cantasse, tanto era bella la sua voce.
Ci lesse lunghe ballate e favole irlandesi di ubriaconi furbi, draghi terribili, damigelle in pericolo, gnomi e pentole piene d'oro sepolte ai piedi dell'arcobaleno.
Sono di Belfast, ci confid un giorno con voce profonda.
Per noi non significava niente. A volte, quando parlava dell'Irlanda, le si riempivano gli occhi di lacrime, ma se li asciugava subito. Poi sorrideva e diceva: Abbiamo i nostri problemi, ma ci consoliamo con un bel racconto irlandese, e apriva uno dei suoi numerosi volumi di favole.
Un giorno ci parl delle torture inflitte ai prigionieri politici e ci disse che l'ultima cosa che faceva la gente prima di morire sotto tortura era urinare. La cosa mi turb talmente che andai a casa e chiesi spiegazioni a pap. Rimase perplesso e incuriosito da un'insegnante che parlava apertamente di cose simili.
Mi piacerebbe conoscerla, disse.
Uno dei motivi per cui mi piacevano le lezioni di miss O'Shaunessy era che mi ritrovavo in classe con la mia adorata Sally Sutherland. Sally era pi intelligente e studiosa che mai e, essendo anche molto equilibrata, non se la prendeva per il fatto che io e Francis eravamo cos affiatati.
Francis invece era gelosissimo di Sally e di miss O'Shaunessy
e divenne il pi pelandrone e indisciplinato della classe.
Apparentemente la O'Shaunessy non sapeva che avevo una brutta reputazione e comunque io pensavo che, se anche le fosse giunta qualche voce, era una che dava a tutti le stesse chance. Siccome ci tenevo a fare bella figura con lei, stavo attenta e alzavo la mano a ogni domanda cui sapevo rispondere. E, dal momento che una volta tanto stavo attenta, sapevo rispondere a molte domande.
Quando miss O'Shaunessy mi sorrideva, mi veniva il batticuore.
Lei non ci faceva fare dettati o stupidi esercizi in cui bisognava ricopiare mille volte le stesse frasi, ma ci incoraggiava
a scrivere. Descrivete una vacanza estiva, diceva.
Oppure: Inventate una storia.
La prima volta feci un tema su una bambina che si sveglia nel cuore della notte e scopre che tutte le sue bambole e i suoi orsacchiotti hanno preso vita e stanno scappando. Sono arrabbiati con lei per come li tratta, perch li tiene ammucchiati in un sottoscala e non si ricorda come si chiamano. La bambina si accorge che le hanno preso il lenzuolo dal letto, lo hanno strappato a strisce e le hanno annodate per calarsi gi dal terzo piano. Corre alla finestra e si affaccia piangendo e implorandoli di perdonarla. Dopo una breve trattativa, quelli decidono di rientrare. La mattina dopo, quando la bambina si sveglia, il lenzuolo  scomparso, ma bambole e orsacchiotti sono tutti nel letto insieme a lei.
Miss O'Shaunessy mi diede il voto pi alto, A, e scrisse:
Hai una fantasia straordinaria! Devi solo stare pi attenta all'ortografia. Impara a scrivere correttamente e cerca di non pensare in francese.
Sally prese B+, anche se c'erano pochi segni rossi sul suo foglio, e Francis prese C. Il tema di Sally era sui suoi gerbilli,
mentre Francis parl di quanto detestava l'cole Internationale Bilingue.
Sei la cocca della maestra, mi disse con una smorfia disgustata.
Per qualche motivo, ne fui molto fiera e contenta. Mi impegnai ancora di pi e feci il possibile per migliorare l'ortografia.
Alla fine della settimana avevo collezionato un A
per il travati, un A+ per effort e un A per comportement.
Allora Francis cominci ad attaccare briga con me in classe.
Non ero abbastanza abituata a essere brava da non reagire alle provocazioni. Le prime volte miss O'Shaunessy non disse nulla, limitandosi a guardarci con aria triste. I suoi occhi grigi erano diversissimi da quelli di Candida, che erano rotondi e color cioccolato, ma ['espressione ferita e tradita era tanto simile che mi faceva venire voglia di piangere.
Alla fine miss O'Shaunessy ci mand fuori della porta.
Francis cerc di placarmi con l'intreccio di un'altra opera lirica.
Oggi te ne racconto una veramente bella, mi disse avvicinandosi da dietro mentre stavo con la faccia nascosta
tra le giacche blu. S'intitola La traviata. La tenevo da parte per un'occasione speciale.
Io per ero cos arrabbiata che mi tappai le orecchie e mi rifiutai di parlargli.
Il tema della settimana successiva era Parlate di un vostro amico.
Scrissi: Cara miss O'Shaunessy, il mio amico Francis e molto strano e senza pap e s'innervosisce sempre. Ma ha volte  molto furbo e divertente pero vuole sempre essere considerato e non s quando  l'ora di smetere di fare lo stuppido. Lei  la miliore
maestra che o mai avuto in questa scuola e mi dispiace che mi ha buttato fuori. Vuole venire a prendre il te a casa mia un giorno di questi, che mio pap e mia mamma vorebbero conoscerla perche non riescono a credere che ho preso A?
La sua alunna e amica Channe Willis.
Miss O'Shaunessy mi convoc per un colloquio privato.
Mi disse che capiva benissimo la mia amicizia con Francis ma, con la sua bella voce musicale, aggiunse:
Se  un vero amico, capir che non deve metterti i bastoni tra le ruote.
E quelle furono le parole esatte che riferii a Francis quel pomeriggio, mentre Candida ci accompagnava a casa in macchina. Candida non capiva l'inglese abbastanza da seguire i nostri discorsi se parlavamo veloce. Appena ebbi concluso il mio predicozzo, Francis si rannicchi imbronciato vicino alla portiera, il pi lontano possibile da me.
Smettila di fare cos, Francis, dissi. Se voglio studiare inglese,  un mio diritto. Lo fai apposta per farmi fare brutta figura.
Tutte panzane, ribatt lui. E tu allora? Tu non vuoi mai che vada a lezione di violino e mi metti i bastoni tra le ruote tutti i giorni.
A te non piace suonare il violino, Francis.  diverso. E
comunque puoi esercitarti alla sera dopo cena.
Alla sera sono troppo stanco per suonare: dopo aver corso per la strada e giocato all'opera con te, ho la testa nelle nuvole.
Presi in considerazione le alternative. Pensai al mio caratteraccio, a quanto ero prepotente e sgarbata, al fatto che non avevo amici e a miss O'Shaunessy. Volevo prendere dei bei voti, ma non volevo nemmeno tornare a essere sola come prima di conoscere Francis. Certo che adesso sarebbe stato diverso, visto che c'era miss O'Shaunessy e, se avessi continuato ad applicarmi, forse con il suo aiuto sarei persino riuscita a farmi togliere dalla classe degli asini. Non riuscivo a credere che Francis fosse disposto a rinunciare a tutto - alle nostre opere, a venire a dormire da me al sabato sera, ad andare e venire da scuola insieme - per via di miss O'Shaunessy e mi arrischiai a dire:
Se non mi lasci in pace durante le lezioni d'inglese, non sei un vero amico. Perch se lo fossi veramente, mi aiuteresti.
Quindi se non la smetti di darmi fastidio, io non ti sono pi amica.
Quando Candida si ferm davanti a casa sua, Francis scese sbattendo la porta. Lo guardammo entrare senza voltarsi con passo furtivo, a testa bassa, trascinandosi dietro il cartable per la cinghia.
Cosa gli hai detto?, mi chiese Candida lanciandomi un'occhiataccia sul sedile di dietro.
Niente. Sai che abbiamo una nuova maestra d'inglese?
Gli ho solo detto di smetterla di darmi fastidio durante le sue lezioni.
Brava bambina, approv Candida. Quello  un selvaggio.
Anche tu. Due selvaggi farebbero ammattire un santo. Che cosa  successo alla tua amichetta, quella brava bambina grassa? Perch non ricominci a giocare con lei invece?
Lo sai che al sabato non riesco a dormire e non ne posso pi di voi due selvaggi che ululate alla luna tutta la notte.
Candida avrebbe voluto che nella vita tutto fosse chiaro come la luce del giorno e puro come la pioggia; quel che usciva dalla norma la insospettiva e la infastidiva. Francis non le era mai piaciuto e aspettava solo l'occasione per dire quel che pensava di lui.
Lascia perdere, Didi, le dissi allegramente. Parli perch hai la lingua in bocca.
Candida scosse la testa e ripart, premendo il piede sull'acceleratore e dimenticando come al solito di guardare nello specchietto retrovisore.
La mattina dopo, quando la signora Fortescue pass a prendermi per andare a scuola, mi venne la tremarella prima ancora di salire in macchina perch Francis era seduto davanti e teneva il muso. Avrei preferito che fosse una delle mattine di Candida, ma destino volle che quel giorno toccasse alla signora Fortescue. Mi sedetti dietro senza aprire bocca. Nessuno parl e la giornata cominci in silenzio.
Finito di mangiare (la lezione di miss O'Shaunessy era dopo la ricreazione) Francis mi si avvicin timidamente mentre ci mettevamo in fila per due per la passeggiata in giardino e disse:
Okay, a inglese non mi sieder pi vicino a te. Va bene?.
Va bene, risposi. E, sollevati, ci mettemmo in fila insieme come al solito.
Solo molto tempo dopo mi resi conto della tensione che quell'ultimatum aveva creato nei nostri rapporti. Poco prima dell'estate, la direzione della scuola mi propose di tornare nel gruppo A e io accettai con grande sollievo. Il modo d'insegnare di miss O'Shaunessy mi aveva talmente cambiato che il mio rendimento ne aveva risentito positivamente anche nelle altre materie. Da quel punto in poi rifiutai di applicarmi solo con gli insegnanti che proprio non potevo vedere e che, naturalmente, non potevano vedere me.
L'anno dopo agli studenti di madrelingua inglese venne offerta la possibilit di fare anche storia e geografia in inglese, con un'altra nuova insegnante favolosa quasi quanto miss O'Shaunessy. Era canadese e si chiamava Dubois, pronunciato du-boi, e correggeva con gran gusto gli impiegati francesi della scuola che la chiamavano du-bu. Aveva i capelli lisci e castani, con la riga in mezzo, che le cadevano continuamente sugli occhiali e portava ampi vestiti a fiori da hippy e stivali da cowboy. Aveva una voce tonante e sembrava
sempre che urlasse; in realt, anche se era esigente, non si arrabbiava mai. okay, voi che sapete l'inglese, quest'anno STUDIEREMO L'AMERICA. MI RACCOMANDO, METTETECELA
TUTTA, PERCH ALLA FINE DELL'ANNO DOVRETE SAPERE I
NOMI DI TUTTI I FIUMI, I LAGHI, GLI STATI E LE CAPITALI DEL
CONTINENTE, NORD, CENTRO E SUD, CHIARO?.
In apparenza i miei rapporti con Francis non erano cambiati, bench adesso fossimo in classi diverse. Giocavamo a campana durante la ricreazione, ci sedevamo vicini sul pullman durante le gite, battevamo la fiacca a ginnastica e continuavamo a inventare trame di opere liriche e ad andare a teatro nelle grandi occasioni.
Ma gli equilibri si erano alterati. Ormai ero io a dettare legge; invariabilmente Francis si ribellava, litigavamo, io non cedevo e lui finiva per arrendersi. Lui dipendeva da me pi di quanto io dipendessi da lui, al contrario di quel che era successo tra Sally e me. E Francis aveva cominciato a prendersela con me, come io me la prendevo con Sally.
La mia civetteria divenne pi manifesta quando cominci a crescermi il seno (che tutti, anche pap, trovavano grosso per la mia et). Volevo un reggiseno perch le ragazze americane lo portavano tutte anche prima di averne veramente bisogno. I miei ci pensarono un po' e poi mi consigliarono di aspettare. Pap mi spieg che probabilmente mi sarebbe venuto il seno prosperoso come quello di mia madre e che il motivo per cui il suo era ancora cos bello era che da ragazzina non portava il reggiseno.
 la verit, il Cielo mi  testimone, conferm la mamma facendosi il segno della croce. Pensa che lotta, con le suore.
Non portando il reggiseno i muscoli si sviluppavano di pi, mi spieg mio padre.
Ma fai quello che vuoi, aggiunse la mamma. Se poi ti ritrovi con le tette che ti arrivano fino alle ginocchia, peggio per te.
Se me lo avessero proibito, con tutta probabilit sarei corsa nel primo negozio di biancheria; invece decisi che non volevo farmi arrivare le tette alle ginocchia e diedi retta ai loro consigli.
Tanti ragazzini che conoscevo dai tempi dell'asilo e che mi avevano fatto vedere il loro zizi un bel po' di tempo prima cominciarono a mostrare nuovo interesse per me. Durante la ricreazione mi correvano dietro in giardino, con grande sgomento di Francis. A certe lezioni per era facile civettare, perch Francis era in classe con me solo durante le ore d'inglese con la O'Shaunessy, di musica con Flowers e di storia e geografia con la Dubois.
Al sabato sera i miei compagni cominciarono a invitarmi alle boums, le feste danzanti in cui si abbassavano le luci e si ballava e ci si baciava al ritmo degli ultimi 45 giri importati dall'Inghilterra. Francis non veniva invitato e io non gliene parlavo. Non sapevo nemmeno se ne era al corrente e preferivo evitare con cura l'argomento.
A una di queste feste un ragazzo mi tocc involontariamente il seno mentre ballavamo un lento e io non dissi niente. Alla festa successiva, altri due ci riprovarono e io presi di nuovo in considerazione l'idea di mettere il reggiseno.
Francis, gli chiesi il giorno dopo mentre pattinavamo sul ponte appena costruito tra l'Ile Saint-Louis e l'ile de la Cit, che era chiuso al traffico. Secondo te ho le tette molto pi grosse delle altre ragazze?.
E come faccio a saperlo io?, ribatt lui alzando le spalle.
Pensi che dovrei portare il reggiseno? Le altre, le americane, dicono che dovrei mettermelo.
Mia madre dice che le ragazze americane porterebbero anche la cintura di castit, se qualcuno gli dicesse che  meglio, rispose Francis. Fai quello che vuoi. Io personalmente gli direi di badare ai fatti loro.
Ebbi le mie prime mestruazioni il 30 ottobre 1972 durante la lezione di musica. Era un po' che avevo mal di pancia e mal di reni e, mentre cantavamo Let It Be con l'accompagnamento della tastiera del professor Flowers, mi sentii qualcosa di caldo e bagnato nelle mutande. I miei compagni pi smaliziati non avevano dubbi sul fatto che Flowers era gaio. Portava camicie con le maniche a sbuffo, si arricciava i capelli e aveva un difetto di pronuncia.
Cos rimasi ferma immobile nel mio banco a rimpiangere
che non fosse una lezione di miss O'Shaunessy o della Dubois. Come se non bastasse, Sally Sutherland era a casa con l'influenza. Ero seduta accanto a Francis, che a musica andava benissimo perch gli piaceva e andava molto d'accordo con Flowers. Dopo un po' mi spostai sulla sedia e vidi le prime tracce di una chiazza marrone-rossastra sul legno lucido; diedi un gridolino e bisbigliai a Francis:
Merda, Francis, mi sono venute le mie cose. Come faccio?.
Avevamo gi parlato di quell'eventualit. Francis era al corrente di molte cose, che gli aveva spiegato sua madre, una delle quali era che probabilmente potevo stare tranquilla ancora per qualche anno. A mia madre per le mestruazioni erano venute a undici anni e secondo lei queste cose sono ereditarie.
Che cosa devo fare? Come faccio?.
Alzati e vai all'infermeria, sussurr Francis. Dici: Sono indisposta. Mia mamma ha detto che bisogna fare cos.
Vengo con te e ti aspetto fuori. Appena finita Let It Be, Francis alz educatamente la mano.
Scusi, disse in tono serissimo, dobbiamo uscire un momento.
Francis fu talmente disinvolto che gliene sar grata per tutta la vita. Mentre andavamo all'infermeria mi raccont che aveva portato a sistemare, la sua cagnetta perch le erano venute le mestruazioni e mi rassicur dicendo che era normale e non c'era niente di cui vergognarsi.
Quella sera a casa pap mi regal cento franchi per festeggiare e mi spieg tutto sulla contraccezione. Lo ascoltai in silenzio e annuendo quando mi pareva che fosse il caso, ma in realt non riuscivo a capire che cosa stesse cercando di dirmi. La mamma stava a sentire senza aprir bocca.
Poi pap raccont una delle cose pi strane che gli avessi mai sentito dire:
Dove abitavo io c'erano ragazzi che avevano i primi rapporti sessuali a dieci anni, con le ragazze dei quartieri poveri.
Con questo voglio dire solo che non intendo chiudere gli occhi sul fatto che i ragazzi ti verranno dietro e che possono arrivare fino in fondo gi adesso.
Vedendo che non reagivo, la mamma aggiunse: Tuo padre
non ti sta dicendo che ci devi stare, ti sta solo spiegando che puoi rimanere incinta.
Qualche mese dopo Francis cominci a cambiare voce e i sottili peli chiari che aveva sul mento e sotto il naso diventarono neri. A mio fratello non era ancora successo e io non sapevo come comportarmi. In fondo Francis aveva accettato il mio sviluppo senza problemi, almeno apparentemente, e non vedevo perch non potessi fare anch'io altrettanto nei suoi confronti. Quando al sabato sera si fermava a dormire da me mi faceva uno strano effetto e non riuscivo a prendere sonno con lui sdraiato sul divano nella mia stanza.
Dopo un po' smisi d'invitarlo e lui non disse niente.
A met anno a scuola arriv dall'America un ragazzo con i capelli stopposi di nome Kevin Westgate. Non sapeva una parola di francese e fu messo in una classe speciale, detta Adaptation, che in teoria era uguale alle altre ma aveva una brutta fama e, per qualche motivo, era un po' emarginata.
Probabilmente la direzione francese della scuola temeva l'influsso dei nuovi studenti americani su quelli europeizzati, che erano iperprotetti. A quell'epoca si diceva che in America i giovani fossero completamente allo sbaraglio e che droga, amore libero e ideologie rivoluzionarie si stessero diffondendo a macchia d'olio.
Sally e io non sapevamo quanti anni avesse questo Kevin, ma calcolammo che dovesse avere pi o meno la nostra et, o forse qualche anno di pi, perch era nel gruppo Adaptation che corrispondeva alla 5me, la nostra stessa classe.
Sally e io seguivamo Kevin Westgate nei corridoi e, quando si voltava e ci guardava con aria assente, restavamo di sale.
Quando poi scompariva nel mare di teste, gridavamo come ragazzine a un concerto rock e scappavamo nella direzione opposta. Altri studenti della classe Adaptation dicevano che Kevin era tanto bello quanto timido e stupido. Dicevano anche che fumava erba.
Una domenica pomeriggio, poco dopo l'arrivo di Kevin, la mamma di Francis ci port all'opera a vedere la Madama Butterfly. Eravamo sulla metropolitana, tutti in ghingheri, quando il caso volle che sullo stesso treno salisse Kevin Westgate,
in compagnia di una ragazza pi grande e di un bambino,
anche loro con i capelli stopposi, il naso all'ins e gli occhi verdi. Come se non bastasse, si sedette di fronte a noi. Il suo viso s'illumin e sorrise, alzando una mano per salutare. Automaticamente, senza volere, mi voltai dall'altra parte e mi misi a guardare fuori del finestrino. E sul vetro vidi riflessa la mia faccia terrorizzata e quella di Francis, con un ghigno satanico. Per la precisione, madre e figlio mi sorridevano entrambi con l'aria di chi la sa lunga.
Sarebbe stata l'occasione ideale per attaccare discorso con Kevin, pensavo sgomenta. Il riflesso di Francis sul vetro non era solo effemminato, ma del tutto fuori moda: aveva il farfallino, i pantaloni corti e un taglio di capelli troppo corto e troppo da bambino: un vero cocco di mamma, pensai. Mi vidi con gli occhi di Kevin e mi sentii sprofondare.
Non lo conosci, Channe? disse Francis ad alta voce.
Perch non lo saluti?.
Aveva ragione, naturalmente: non mi stavo comportando bene. Ma a quel punto avevo perso sia la voce sia il buon senso.
Per tutta la Madama Butterfly non riuscii a pensare ad altro che all'increscioso incontro sulla metropolitana. Per la prima volta mi rendevo conto che Francis si presentava in modo veramente bizzarro e anche che la nostra amicizia aveva finito per occupare una nicchia totalmente staccata dal resto della mia vita sociale. Mi vergognavo di lui come di Candida perch tutti e due mi ricordavano che ero iperprotetta, infantile e ingenua, quando invece avrei voluto essere grande e sofisticata.
Rimasi malissimo quando capii che il motivo per cui non volevo pi che Francis si fermasse a dormire da me era che lui faceva ancora finta che fossimo bambini innocenti e asessuati, che cercava d'impedirmi di diventare adulta. Appena me ne accorsi fui colta da un'improvvisa e violentissima rabbia e mi venne voglia di scappare.
Dopo l'opera mangiammo un panino al prosciutto in un caff. Ero taciturna e immusonita. Dopo un po' Francis mi diede un colpetto su un braccio e disse: Su, di, non prendertela.
 cos stupido che domani si sar gi dimenticato di averti visto insieme a me.
La signora Fortescue fece una delle sue risatine stridule e maliziose.
Che cos'ha questa donna? mi chiesi. Non si accorge di quanto  strano suo figlio?
L'ultimo giorno di scuola prima delle vacanze estive, Francis mi annunci che aveva intenzione di lasciare l'cole Internationale Bilingue e di trasferirsi in un lyce francese l'autunno successivo. Me lo disse mentre salivamo le scale di servizio di casa mia.
Erano vecchie, buie e sapevano di muffa. Le luci si spensero automaticamente prima che arrivassimo alla porta.
Che cosa?, esclamai voltandomi di scatto al buio e premendo l'interruttore. Francis era a pochi passi da me, appoggiato alla ringhiera, con le braccia conserte.
Mi sono stufato, disse in tono abbacchiato. Ormai aveva parecchia peluria nera sul labbro superiore, ma non aveva ancora cominciato a radersi.
Il pensiero che l'autunno successivo lui non ci fosse pi mi spaventava e nello stesso tempo mi accorsi che mi sollevava.
Lui dovette leggermelo in faccia.
Voglio dirti una cosa, disse facendo un passo verso di me. Ma non prendertela e cerca di non fare scenate. Be', ti conosco e so che farai una scenata comunque. S'interruppe per lasciarmi il tempo di fare tutte le ipotesi pi spaventose del mondo. Si batteva i bicipiti con le dita come se stesse suonando il piano.
Sono un po' innamorato di te, disse. Alz la mano destra e avvicin il pollice e l'indice. Appena un po', ripet.
Qualche anno fa era peggio, adesso riesco a tenere la cosa sotto controllo. Sono terribilmente geloso di tutti i ragazzi che ti piacciono. E anche stufo di far finta che non me ne freghi niente.
Sei pazzo, Francis, mormorai e scossi la testa perch non sapevo che cos'altro fare.
Lui alz le spalle come annoiato, poi si gir e si avvi gi per le scale. In realt non aveva nessuna intenzione di salire da me.
La luce si spense di nuovo e mi ritrovai al buio. Sono bugie, pensai, sta solo cercando di farmi arrabbiare. Ma mi sentivo presa in giro: Francis aveva approfittato di me, aveva
fatto finta di essere mio amico per venire a dormire a casa mia. Si era insinuato oltre le mura del castello di mio padre come nessun ragazzo era mai riuscito e probabilmente mai sarebbe riuscito a fare.
Nonostante ci, restava sempre il miglior amico che avessi mai avuto. Perch doveva succedermi una cosa cos? Perch rompere i ponti?
Nei giorni successivi, mentre facevamo i bagagli per partire per le vacanze estive, ero combattuta tra l'odio e il rimpianto.
Alla fine raccontai tutto a mio padre perch, tutto sommato, forse lui sarebbe riuscito a spiegarmi che cosa aveva in mente Francis. Mi guard dritto negli occhi e disse: Povero Francis. Mi sentii morire.
Lo odio, riuscii a dire soltanto.
No, no. Non ti devi arrabbiare, disse pap. Probabilmente si era preso davvero una cotta per te, solo che prima non era mai riuscito a dirtelo. L'unico modo per starti vicino era essere il tuo migliore amico. Poveraccio.
L'indomani partimmo per la Normandia. Bastarono pochi giorni in un ambiente diverso per farmi mettere Francis nel dimenticatoio.
Quando tornai in citt in settembre, non gli telefonai, e lui nemmeno. Negli anni che seguirono, ogni tanto ci incontrammo per caso in Rue des Deux Ponts. Di solito era con qualche amico, tutti maschi. Non sapendo che cosa dire, una volta gli chiesi se suonava ancora il violino e lui rispose vagamente di no, che aveva smesso da secoli. I suoi amici sembravano sempre impazienti di portarlo via. Immagino che fosse perch alla gente non piace essere interrotta da terze persone per la strada, soprattutto quando l'amico comune, per imbarazzo o per distrazione, dimentica di presentare i due che non si conoscono.
...
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...
CANDIDA.
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...
Spesso, quando ero piccola, mi sedevo in silenzio sul bancone della cucina mentre Candida faceva da mangiare, oppure per terra a gambe incrociate su un tappetino quando lucidava le scarpe, o a cavalcioni dell'asse da stiro, e la stavo a sentire. Nulla mi confortava pi del suono della sua voce triste e dolce e degli odori forti dei lavori di casa.
Mi sembrava che Candida e io fossimo legate indissolubilmente, che fossimo destinate a stare insieme per sempre, contro il resto del mondo. Nel resto del mondo erano compresi anche mio padre, mia madre e Billy.
Forse mi sentivo cos legata a Candida perch non mi contraddiceva e non mi ostacolava mai. E perch era anche lei una bambina, che viveva sotto la protezione e le leggi di mio padre, un uomo forte e coerente che talvolta aveva scatti d'ira violenti e imprevedibili e che lei amava e temeva.
Lo perdonava come perdonava Dio per i terremoti, le tempeste e le miserie di questo mondo, perch era convinta che mio padre l'avesse salvata da quella che sarebbe stata una vita piena d'infelicit.
Quando venne a lavorare da noi Candida aveva venticinque anni. Era partita dal Portogallo per venire a fare la bambinaia a Parigi perch la fattoria nei pressi di Oporto in cui aveva sempre vissuto insieme con la madre era diventata un peso insostenibile, un'impresa disperata. Prima di allora non si era mai allontanata da casa pi dei trecento chilometri che la separavano da Lisbona.
Quando mi parlava di suo padre, lo chiamava quel buono a nulla filho da puta. Sua madre, Castelha, non si era mai stancata di raccontarle della sera in cui il marito era scappato come un ladro con la sua dote, la sua eredit e tutti i gioielli e i soldi che teneva in casa. All'epoca Candida aveva dodici anni.
Prima eravamo ricchi. Vivevamo bene, mi diceva un giorno e l'indomani, dimenticandosene, si lamentava delle esagerazioni della madre. Non le sembrava che la vita prima che il padre se ne andasse fosse particolarmente facile o comoda. Avevano qualche mucca, dei polli, delle pecore e delle capre in pi e dei braccianti che davano una mano, ma in generale gli uomini, compreso suo padre, erano crudeli, violenti e pigri. Candida, suo fratello e sua sorella lavoravano dopo la scuola e al sabato fino a che faceva buio.
Aveva un incubo ricorrente: suo padre, brandendo una grossa corda, inseguiva una capretta dentro casa. La capretta correva da Candida che era in cucina e cercava di nascondersi dietro di lei con la coda tra le gambe. No, no, pai!, gridava lei, mentre suo padre la spingeva brutalmente da una parte. La capretta riusciva a rifugiarsi sotto il tavolo, ma il padre si metteva carponi e, imprecando, la acchiappava e le tagliava la gola.
Ma  solo un sogno, vero, Didi?, le chiesi con una vocina preoccupata e tremante la prima volta che me lo raccont.
Lei non alz gli occhi dai panni che stava stirando.
Era rossa in viso e nell'aria c'era l'odore pungente delle lenzuola appena stirate. Era un miracolo quanto il ferro arrivasse vicino alle mie ginocchia, spinto dalla sua mano veloce e sicura, senza mai sfiorarmi.
S, disse stringendosi nelle spalle.  solo un brutto sogno.
Il fratello e la sorella, che erano pi giovani di lei, si erano stufati di lavorare sempre (pareva che Castelha avesse meno autorit su di loro che su Candida) e, appena erano stati abbastanza grandi, avevano lasciato la fattoria senza nessun rimpianto. Il fratello era emigrato in Brasile e la sorella aveva sposato un marinaio inglese. Non mandavano mai soldi a casa e scrivevano raramente, cosa che irritava Candida pi del fatto che se ne fossero andati.
Castelha, con un sospiro, soleva dirle chiaro e tondo che non era sorpresa di essere stata dimenticata da quegli ingrati dei figli minori. Non ci pensare, le diceva, hanno preso tutto dal padre. Tu sei l'unica figlia decente che ho avuto da quel buono a nulla flho da puta. Tu s che vuoi bene
a questo sacco di patate di tua madre. Tu non scappi quando c' da lavorare.
Non ci volevano male, mae, rispondeva lei in tono consolatorio.
Si sentiva buona e lusingata dal complimento, anche se non le piaceva che sua madre parlasse degli altri figli come se fossero morti: portava sfortuna.
Vedrai che morir giovane a furia di sgobbare, e nessuno mi pianger tranne te.
Alla fine, quando erano state costrette a vendere la fattoria, alcuni vicini amici loro, impietositi, avevano consigliato a Castelha di mandare la figlia a Parigi. Avevano dei parenti che erano emigrati e che scrivevano che l c'era da guadagnare e riuscivano addirittura a mandare dei soldi a casa.
C'era voluto un bel po' a convincerla, ma alla fine
Castelha aveva ammesso che non c'era altra soluzione. Candida aveva scritto ai parenti dei vicini, che le avevano trovato un posto in una famiglia francese come si deve.
La fattoria era stata venduta e Castelha era riuscita a ripagare quasi tutti i debiti. Si era trasferita a Oporto e si era messa a cucire. Era una sarta bravissima e aveva sempre sognato in segreto di guadagnarsi da vivere cos. Me lo raccont lei stessa cinque anni dopo, quando venne a trovarci a Parigi e mi fece un bellissimo vestito elegante di velluto rosso, con il colletto e i polsini di pizzo bianco e un nastro di raso in vita. Stetti per tre giorni ad assistere a quella miracolosa impresa, mentre lei chiacchierava tutta contenta in un misto di portoghese e di francese.
Cucire mi fa pi felice di qualsiasi altra cosa al mondo, mi confid. Era una donna bassa e rotondetta, che per non sembrava flaccida. Forse portava un busto stretto. Mi faceva venire in mente una roccia.
Prese un tono lacrimoso e aggiunse: Mi manca tanto la mia Candida a Oporto.
Quel commento non mi piacque per niente: per tutto il tempo che Castelha pass con noi, ebbi paura che alla fine della sua visita si portasse via con s la figlia.
 la mia Candida, non solo la tua, le risposi con una vocetta stizzita che la fece ridere di cuore.
I primi tre mesi di Candida a Parigi furono molto tristi.
Una volta che prese un'arancia dal frigo senza chiedere il permesso i suoi patrons francesi la rimproverarono aspramente e lei non lo fece mai pi. Tutte le settimane deducevano dalla sua paga il costo del vitto e del viaggio in treno dal Portogallo e lei mandava la met di quel che le restava alla madre con lettere allegre ed entusiaste perch non voleva che si preoccupasse.
I due bambini dei patrons francesi erano carini e beneducati, ma non avevano bisogno di lei e non le mostravano alcun affetto. Era questa la cosa che le pesava di pi.
Le avevano assegnato una stanzetta nella mansarda del palazzo, nella bella Avenue Foch, dove Candida passava molto tempo seduta a pensare. Una volta, quando ero pi grande, mi raccont che non le importava essere infelice perch credeva che la sofferenza, in tutte le sue forme, fosse una prova che Dio mandava all'uomo e contribuisse a formare il carattere: meglio uno si comportava nelle difficolt, pi generosamente sarebbe stato ricompensato in futuro.
Quando lo riferii a mio padre (dovevo avere circa otto anni), lui trasal infastidito e divenne di colpo tutto rosso.
 proprio per questo che odio i preti?, esclam. Sono bugiardi e ipocriti, usano la religione per tenere sotto controllo la povera gente ignorante come Candida. A mano a mano alz la voce, finch non si trov a sbraitare nel vuoto.
Gli predicano di avere pazienza che cos si guadagnano il paradiso e intanto loro, maledetti bigotti STRONZI, VIVONO
COME NABABBI A SPESE DEI RICCHI.
Rimasi esterrefatta, mentre lui rifletteva in silenzio per un po'. Era difficile prevedere che cosa lo mandava in bestia.
Certe cose lo urtavano moltissimo. Era sconcertante e tutti temevano le sue scenate. A volte rompeva quello che gli capitava sottomano o dava dei pugni contro i muri.
Ma non andarlo a raccontare a Candida, aggiunse dopo un po' sottovoce. Ci rimarrebbe male e basta.
Tenni la bocca chiusa, rosa dal primo vero dubbio della mia vita. Chi aveva ragione? Sapevo che pap era pi intelligente di Candida e non diceva mai bugie, anche se a volte confondeva quel che scriveva nei suoi libri con la realt.
Nemmeno Candida, per quanto avessi avuto modo di vedere, mentiva mai. Allora chi dei due aveva ragione?
Candida era arrivata a Parigi con il numero di telefono di una ragazza di Oporto che era stata sua compagna di scuola e che aveva una cattiva fama. Erano corse voci di flirt andati un po' troppo in l e di un ricco proprietario terriero che la riempiva di regali, ma Candida non faceva caso a queste cose. Era stato lo zio della ragazza a darle di nascosto il numero della nipote senza farsi vedere da Castelha.
Candida se l'era infilato in tasca e non ne aveva fatto parola con nessuno.
Per un po' aveva evitato di telefonare a Maria, ma dopo qualche tempo, una domenica pomeriggio, la solitudine l'aveva spinta fino a un telefono pubblico. Maria era sembrata felicissima di sentirla e si era subito offerta di andarla a prendere dicendole di aspettarla davanti al caff.
Mi raccomando, non sorridere agli uomini che passano, se no penseranno che sei una prostituta, aveva detto Maria ridendo forte al telefono. Candida era rimasta scioccata: non aveva mai sentito una ragazza parlare a quel modo.
Quando io avevo sei anni, per, Candida diceva tranquillamente maricon e puta in mia presenza.
Bench non badasse ai pettegolezzi, nelle lettere che scriveva a casa Candida prefer non nominare Maria a cui in Portogallo, a scanso di equivoci, non avrebbe dato confidenza.
Se Castelha fosse venuta a sapere di quella nuova amicizia, le si sarebbe subito alzata la pressione, sarebbe diventata paonazza e affannata e sarebbe crollata sfinita sul primo letto o divano che trovava.
Candida si sentiva in colpa, ma la domenica pomeriggio passata nella cucina del patron francese di Maria era l'unico divertimento di tutta la settimana. Maria era come un raggio di sole: si vestiva bene, di colori vivaci, si truccava (forse un po' troppo), rideva sempre, fumava e le serviva il porto in piccoli calici di cristallo e chouriqo con il pane su un bel piatto azzurro.
Maria cerc di convincerla a uscire con lei e con due ragazzi portoghesi che conosceva, ma Candida voleva solo stare
in cucina a parlare del Portogallo. Maria lavorava per un uomo d'affari americano che aveva un appartamento in Place des Vosges e quando Candida piangendo sommessamente si lamentava dei suoi patrons francesi le consigliava di andare a lavorare per un americano. Secondo lei non erano cos tirchi, erano molto meno antipatici e non facevano troppo caso alla pulizia: in generale, a suo dire, trattavano le cameriere come esseri umani e non come schiave o come cani.
Ma non potrei lavorare per uno scapolo. A mia madre verrebbe un accidente, le fece notare Candida.
Sei proprio buffa, ribatt Maria. E come fa tua madre a sapere per chi lavori?.
Qualcuno le scriverebbe e glielo direbbe, rispose Candida, come se riferire i fatti degli altri fosse un dovere morale.
Sei proprio buffa. Non ti rendi conto che adesso sei a Parigi?, la punzecchi Maria.
Maria si diede da fare per tirare fuori Candida dalla brutta situazione in cui si trovava. Ne parl all'americano:
C' una ragazza del mio paese, gli disse serissima, che  una santa. Una santa, le dico! La lascerei sola in casa con un milione di franchi.
Qualche giorno dopo questo colloquio, l'uomo d'affari diede a Maria il numero di telefono di una giovane coppia di suoi compatrioti che avevano bisogno di una tata: i miei genitori.
La domenica dopo Maria mise in mano a Candida il biglietto con il numero e le ripet quel che le aveva detto il suo padrone: i Willis erano una giovane coppia, il marito faceva lo scrittore, avevano appena avuto una bambina e stavano cercando una tata a tempo pieno.
Telefonagli, insistette Maria. Mi fai diventar matta, Candida, aveva esclamato esasperata. A cosa serve la vita se non ne approfitti?.
I miei genitori chiesero a Candida di presentarsi subito, spiegandole che avevano avuto dei problemi con i domestici che l'avevano preceduta e che erano piuttosto disperati.
Non era un'esagerazione. Erano arrivati a Parigi meno di
un anno prima, appena sposati, senza avere idea di come si gestisce una casa, e le loro prime esperienze con la servit erano state con un Sikh e la moglie di Liverpool, che in realt erano ladri di gioielli ricercati dall'interpol. Il Sikh girava armato di coltello a serramanico e la moglie portava scarpe dorate con il tacco a spillo e un cappellino rosso scarlatto. Ai miei parvero un po' vistosi per essere domestici europei, ma non avendone mai avuti altri non avevano pietre di paragone.
Il rapporto di lavoro si era concluso con un duello all'arma bianca tra il Sikh e mio padre.
Una sera dopo cena pap li aveva chiamati e con calma, scusandosi ampiamente, aveva spiegato loro che, sebbene fosse un ottimo cuoco, il Sikh aveva modi troppo rozzi e arroganti per servire in tavola, soprattutto in presenza di ospiti.
E sua moglie, aveva aggiunto, sembra che lo faccia apposta a bruciare i vestiti di mia moglie quando stira.
Nessuna reazione.
Neanche voi sembrate contenti, aveva concluso. Forse questo lavoro non fa per voi. Probabilmente vi converrebbe trovare un'altra occupazione.
Con mossa cos rapida che mia madre, incinta, aveva visto solo un luccichio con la coda dell'occhio, il Sikh si era avventato su mio padre e gli aveva puntato il coltello alla gola. Stringendo l'arma nella mano tremante, aveva detto con un odio da far gelare il sangue nelle vene: Ma chi si crede di essere?.
Mio padre, che sotto sotto si aspettava uno scontro, si era alzato di scatto dalla sedia, gli aveva afferrato il polso con la sinistra, lo aveva inchiodato sul tavolo facendo volare piatti e posate e a sua volta gli aveva puntato un coltello alla gola.
Pap portava sempre con s un coltello a serramanico da quando era stato in guerra nel Pacifico e dormiva con una pistola sotto il letto. Ci era contrario alle sue radicatissime convinzioni pacifiste, ma era diventata un'abitudine di cui non sarebbe riuscito a liberarsi per il resto della sua vita.
Il Sikh aveva sbarrato gli occhi e mio padre gli aveva rivolto un sorriso satanico.
Una volta ho ucciso un uomo in un corpo a corpo, quindi non credere che non abbia il coraggio di farlo di nuovo, lo avvert. Avete dieci minuti per fare i bagagli e andarvene da questa casa; dopodich chiamo la polizia.
La moglie del Sikh, come ultimo gesto, si era fatta avanti e aveva buttato per terra il piatto di mia madre, rovesciandole in grembo gli avanzi dell'agnello al curry.
Mi fate schifo, voi americani arricchiti, aveva detto sputando per terra.
E tu sei solo una stupida puttana ordinaria e senza gusto, aveva risposto calma mia madre raccogliendo la carne e rimettendola nel piatto.
La moglie del Sikh era scappata di corsa, urlando.
Dieci minuti dopo erano spariti senza lasciare tracce dalla stanzetta che occupavano in fondo alle scale di servizio.
La settimana successiva si era presentato un agente di polizia con un mandato di arresto per il Sikh e la moglie ed era venuta fuori tutta la verit.
I miei genitori non avevano pi avuto domestici in casa finch non ero nata io e avevano assunto una vedova bavarese con le tette grosse e la faccia piatta. Pur essendo terribilmente bonaria, Frau Hausler aveva un debole per la Kronenbourg e, dopo tre o quattro bottiglie,
rievocava in toni nostalgici la vita durante il Terzo Reich. Mi cantava a gran voce Deutschland, Deutschland berAlles, e poi scoppiava a piangere. Diceva ai miei che non aveva niente contro gli americani perch in fondo i veri americani erano ariani come i tedeschi, certo che se la guerra l'avessero vinta i nazisti il mondo sarebbe stato migliore... Un bel giorno mio padre litig con Frau Hausler a questo riguardo e la licenzi in tronco.
Appena Candida mise piede in casa nostra con la sua faccia spaventata, sincera, spigolosa e la sua aureola di ricci neri, i miei s'innamorarono di lei. Si sedette in un angolo del sof con la borsetta da pochi soldi sulle ginocchia. Aveva le mani forti e rosee e le gambe pelose sotto le calze.
In un francese timido e un po' incerto, raccont la propria storia. Spieg la triste fine della fattoria e l'improvvisa povert che aveva disperso la sua famiglia in tutto il mondo.
Parl della coppia di francesi che l'avevano fatta venire a Parigi e che trattavano meglio il loro cane di lei.
Mio padre pens che la storia di Candida aveva molto in comune con quella del Sikh e di Frau Hausler e concluse che tutti i domestici dovevano avere un po' il complesso di Cenerentola, ma che tutto sommato era una caratteristica perdonabile.
Il cane pensano che non rubi, ma io lo conosco e so che gli porta via la roba dalla tavola, disse Candida, mentre se io prendo un'arancia  una tragedia.
I miei genitori le spiegarono, anche loro in francese esitante, che avevano appena avuto la loro prima figlia, che aveva due mesi. Candida chiese di vedere la bambina. La accompagnarono gi nella nursery e rimasero tutti e tre in silenzio intorno alla culla ad ammirarmi come se fossi un oggetto raro e fragilissimo da tenere sotto una campana di vetro.
I miei erano sempre in ansia per me. Mia madre aveva avuto una gravidanza difficile. Al sesto mese le si erano rotte le acque e aveva dovuto restare a letto e prendere molte medicine fino al parto. Pap aveva trasferito la macchina per scrivere nella stanza accanto alla sua, le portava da mangiare a letto, la lavava, le svuotava la padella e non la lasciava un attimo anche se era uno cui piaceva starsene al bar o al ristorante fino all'ora di chiusura a discutere con amici e perfetti sconosciuti dello stato del mondo. In quel periodo invece di uscire portava gli amici in camera da letto a bere e raccontare barzellette e tenere allegra la mamma.
Dopo il parto con il forcipe alto i medici le dissero che aveva poche probabilit di avere un altro figlio.
Mio padre torn a casa dall'ospedale americano di Neuilly a trenta all'ora sulla sua Mercedes-Benz bianca decappottabile.
La mamma, seduta dietro con me, gli gridava che se non accelerava un po' prima o poi lo avrebbero tamponato.
Gli suonavano, gli gridavano di tutto e gli mostravano il pugno, ma lui si asciugava grosse gocce di sudore dalla fronte con il dorso della mano e manteneva la sua andatura da lumaca.
Erano terrorizzati al pensiero che mi succedesse qualcosa e, dopo aver licenziato Frau Hausler, avevano chiamato
un'infermiera diplomata che mi facesse il bagno perch loro avevano paura di annegarmi.
Posso?, disse Candida indicando la culla. Mio padre e mia madre annuirono preoccupati e Candida mi prese delicatamente in braccio, con una mano dietro la nuca e una sotto il sedere. Mi sussurr qualcosa in portoghese e mi cull. Ero nata con i capelli neri come una messicana e avevo un riccetto ribelle sulla fronte. Candida decise che mi ci avrebbe messo un fiocchetto rosa, se Dio fosse stato tanto buono da affidarmi a lei.
Disse: Sembra una bambina messicana.
Monsieur ha un po' di sangue pellerossa, le spieg mia madre sorridendo, grandemente sollevata.
Quando  nata, intervenne mio padre, ho detto: So chi  il padre, ma chi  la madre?, Rise forte e Candida, che non aveva capito la battuta, lo guard un po' stupita.
I primi capelli si perdono, osserv quindi in tono rassicurante.
Con questi occhi azzurri pu darsi che poi diventi bionda come lei, madame. Mio fratello e mia sorella li ho tirati su io. Fece una risatina. Eppure ero una bambina anch'io.
Mi rimise nella culla, poi assunse un'espressione tragica.
Ay, che brave persone siete. Sono cos infelice con quei francesi. E devo ancora finire di pagargli il viaggio dal Portogallo.
Quanto gli devi ancora?, chiese mia madre.
Candida si strinse nelle spalle. Centocinquanta, duecento franchi, non so.
Mio padre tir fuori il portafogli e cominci a contare.
Ecco trecento franchi.
No, no, non posso.
Prendili, disse mia madre. Digli che da domani vieni a lavorare qui. Se fanno delle storie, gli parler mio marito.
Il pomeriggio successivo Candida arriv raggiante con una valigia e un cestino di vimini e restitu a mio padre centosettantacinque franchi, dicendo che gliene avevano chiesti solo centoventicinque.
Francesi tirchi e bastardi, comment mio padre scandalizzato che avessero veramente preteso una cifra cos
miserabile da una persona che non aveva un quattrino. Era talmente soddisfatto dell'onest di Candida che le disse di tenere il resto e con un gesto deciso le rimise in mano il denaro.
Lo mander a mia madre a Oporto, disse lei.
Candida si sistem accanto alla nursery, in una stanza con il pavimento di linoleum azzurro e una piccola doccia quadrata di plastica. Addossato a una parete c'era un letto singolo, con un tappeto colorato sotto. Candida chiese se poteva usare un po' dei soldi della spesa per comprare delle piante e i miei genitori dissero subito di s, autorizzandola
a spendere quanto le serviva per arredare la stanza come voleva. Questo la mise un po' in difficolt, perch la stanza era grande e lei aveva gusti semplici.
Sulla parete sopra il letto appese alcuni acquerelli di soggetto religioso in elaborate cornici d'oro. Uno, in tenui colori caldi, raffigurava Ges durante il discorso della montagna e un altro la crocifissione, con gli occhi di Ges che ti seguivano dovunque andassi; l'ultimo era santa Bernadette in ginocchio davanti all'apparizione dell'immacolata a Lourdes ed era tutto rosa, con il sole che disegnava strisce di luce bianca nel cielo nuvoloso. Se li era portati dal Portogallo e li aveva sempre tenuti in camera sua.
Con il primo stipendio si compr una statuetta di porcellana della vergine Maria vestita di azzurro, con le braccia allargate ad abbracciare il mondo, e la sistem sul davanzale a capo del letto. Quegli oggetti le davano un senso di sicurezza e di protezione. Io le ero stata affidata cos all'improvviso che Candida si era convinta che finalmente Dio avesse deciso di essere generoso con lei e di concederle un grande dono.
Quando avevo due anni andammo a passare l'inverno a Tahiti, dove pap doveva fare delle ricerche per un libro.
Avevamo una casa sulla spiaggia e il mare arrivava praticamente sotto la terrazza. Candida non sapeva nuotare, ma mi faceva sguazzare a riva con il salvagente. Pap ci vedeva dalla finestra della stanza dove lavorava. Una mattina sent un grido spaventoso, alz gli occhi e vide
un sacco di spruzzi e un grande agitare di braccia nell'acqua. Si
precipit fuori rovesciando la sedia e trov Candida che combatteva contro qualcosa e nello stesso tempo cercava di prendermi sulle spalle. I miei gemiti di terrore e di dolore gli fecero gelare il sangue nelle vene. A un certo punto scorse una macchia azzurrognola e cap che Candida aveva addosso una caravella portoghese, con i tentacoli intorno ai miei piedi. Candida era in preda al panico, gli occhi sbarrati dalla paura e dallo shock, ma non mi mollava. Pap si tuff e ci tir fuori dall'acqua insieme.
Candida era molto pi grave di me, tanto che le venne la febbre alta e dovette stare a letto per parecchi giorni.
Che roba era?, chiese a mio padre. Doveva venire dal diavolo in persona.
Era una caravella portoghese, le spieg pap. Una medusa.
Com' possibile che una cosa portoghese faccia cos male a un'altra portoghese?, si meravigli lei con gli occhi lucidi.
Quel drammatico episodio scosse talmente mio padre che continu a parlarne per anni. Sarebbe annegata piuttosto di lasciarti andare, te lo giuro. Non ho mai visto nessuno cos attaccato a un bambino che non fosse figlio suo.
Candida e io parlavamo una forma tutta nostra di francese infantile, misto a un po' d'inglese e di portoghese. Nel mio vocabolario erano entrate tante parole portoghesi che persino i miei genitori avevano cominciato a usarle. Passarinha,
per esempio: Non stare seduta con le gambe cos larghe, Channe, mi dicevano, se no ti si vede la passarinha.
A tre anni cominciai a soffrire d'insonnia, ma soltanto al sabato e alla domenica sera. L'insonnia del sabato era in preparazione di quella della domenica, l'unica sera della settimana in cui ero separata da Candida.
Al sabato aspettavo che i miei fossero usciti per mettermi a piangere. Candida si sforzava di non correre subito da me perch pap le aveva detto di non farlo, ma dalla sua stanza mi sentiva piagnucolare e singhiozzare sempre pi forte.
Quando non ce la faceva pi a resistere, arrivava di corsa con la camicia da notte bianca trasparente contro la luce che usciva dalla porta della sua camera.
Il suo arrivo mi agitava ancora di pi e restavo senza fiato, soffocata dalle mie stesse lacrime; allora lei si sedeva sul letto e mi prendeva in braccio.
Appena mi calmavo un po', le domandavo: Dove vai domani?
A chi vuoi pi bene che a me?, con un tono duro, pieno di rancore e gelosia.
Candida si stringeva nelle spalle con aria infelice e mi spiegava che non era colpa sua: i miei genitori la costringevano
a uscire la domenica. Anni dopo mi venne in mente che forse non era del tutto vero e che probabilmente a Candida piaceva avere un giorno libero come a tutti.
Portami con te da Maria, la imploravo.
Tuo pap e tua mamma vogliono stare con te la domenica.
Allora perch invitano sempre qualcuno alla domenica sera?.
Di nuovo lei alzava le spalle, con le labbra strette e la faccia da vittima, come a dire che non approvava il modo in cui mi tiravano su, ma non poteva interferire.
Alla domenica sera i miei giocavano a poker. Avevano cominciato per caso e poi era diventata un'abitudine, una tradizione di famiglia. Tutti gli americani che a Parigi avevano voglia di un bel piatto di spaghetti al rag (l'unica cosa che mia madre sapesse cucinare, ma le riusciva veramente bene)
e di una bella partita di poker venivano da noi la domenica sera. A volte li trovavamo ancora l al luned mattina, chini sul tavolo verde, con i bicchieri pieni di liquore, il posacenere vicino al gomito e nuvole di fumo sopra la testa.
Non so perch lo fanno, diceva Candida. Non ti vogliono bene quanto te ne voglio io, immagino. Io ti do da mangiare, ti cambio e ti faccio addormentare dalla sera che Kennedy  stato eletto presidente e tua mamma ha bevuto troppo champagne.
Un giorno ti sposerai e mi abbandonerai.
Mai.
Se ti sposi, resterai a vivere qui con tuo marito e i tuoi bambini?.
Lei si metteva a ridere, piegando la testa all'indietro, e diventava tutta rossa.
Stai qui a dormire con me, la imploravo stringendole le braccia al collo come una morsa.
Non posso, diceva cercando di liberarsi. Tuo pap non vuole. Sai come si arrabbia. Io la supplicavo e piagnucolavo finch lei si commuoveva e mi prometteva di restare con me tutta la notte.
Con l'idea di farmi addormentare e poi tornare in camera sua, Candida si sdraiava al mio fianco e faceva finta di dormire. Io per sapevo che, se mi fossi addormentata per prima, se ne sarebbe andata. La nostra era una sfida: a volte vincevo e a volte perdevo.
Se per caso mi risvegliavo dopo che Candida era riuscita ad andarsene, ricominciavo a piangere e urlare e, quando lei tornava di corsa, la accusavo di avermi tradito:
Mi hai detto una bugia! Bugiarda! Te ne sei andata!.
Una volta ogni tanto, per, si assopiva prima lei. Trionfante, mi addormentavo subito e sognavo di veleggiare sopra la citt avvolta in una nuvola.
La domenica era una giornata meravigliosa. I miei genitori mi portavano al parco o al cinema. A volte andavamo allo zoo di Vincennes con Lyddie Lowenstein, un'artista divorziata e senza figli che faceva collage e si chinava continuamente a raccogliere pezzetti di carta nei viali, carte di caramella, mozziconi di sigaretta che le piacevano particolarmente o gusci di noccioline dalla forma strana.
Si trovano sempre cose interessantissime allo zoo, diceva.
Allo zoo di Vincennes c'era un bufalo americano. Lyddie si divertiva ad affacciarsi al muretto di cemento e a gridargli:
Yankee go home!, I miei ridevano come matti, ma i francesi ci guardavano storto.
Vedrai che siamo ancora in tempo a farti diventare americana, mi diceva Lyddie.
Era solo all'avvicinarsi della domenica sera che venivo assalita dal panico e dalla tristezza, quando il sole tramontava, arrivavano i primi ospiti e Candida non si vedeva.
Pi voci sentivo nel soggiorno soprastante la mia camera, peggio era.
I miei genitori non si rendevano conto di quanto fossero traumatiche per me quelle serate.
Mamma, dicevo preoccupata al momento di andare a letto, lo so gi che non riesco a dormire.
Hai solo un po' di nostalgia di Didi, rispondeva lei indifferente.
La mamma era fatta cos: pigra, disorganizzata e spensierata. Avrei voluto che mi prendesse sul serio, ma a meno che non mi facessi del male, lei non si scomponeva per nulla di quello che dicevo o facevo.
Mi chiedeva sbrigativamente: Ti sei lavata i denti?.
S.
Brava.  importante lavarsi bene i denti.
Io non me li lavavo mai. E pi tardi avrei fatto la stessa cosa con i compiti.
Hai fatto i compiti?.
S.
Brava.
In casa mia non esisteva il rinforzo negativo. Se, per attirare l'attenzione, rispondevo: No, non li ho fatti, lei reagiva con altrettanta indifferenza. Be', non ti sembra l'ora di mettertici?, mi chiedeva mandandomi in camera mia e passava subito ad altro.
Vuoi che ti buttiamo in pasto agli squali?, mi diceva alla domenica sera quando toccava a lei e a pap mettermi a letto.
Oh, s?.
La mamma allora mi prendeva per le braccia e pap per i piedi e facendomi dondolare - uno, due tre... - mi lanciavano nel letto. Questo gioco si chiamava buttare Channe in pasto agli squali e, anche se durava poco, era divertentissimo.
Se non riesci a dormire, non preoccuparti. Guarda un libro. Se poi non ce la fai proprio, vieni su e sdraiati sul divano.
Cosa che facevo regolarmente, trascinandomi dietro la coperta, dopo aver aspettato un paio d'ore. Se mi fossi presentata prima, pap e mamma si sarebbero arrabbiati.
I grandi mi guardavano stupiti. Non sar uno sbaglio?, si chiedevano sottovoce. Siete sicuri che non sia meglio rimandarla a letto?.
Macch!, esclamava mio padre. Tra due minuti si addormenta sul divano.
Pi tardi, mi prendeva in braccio e mi riportava nel mio letto.
Questa brutta abitudine preoccupava i miei genitori, ma non eccessivamente. Fu solo quando, crescendo, continuai a fare scene tutti i sabati sera, che cominciarono a impensierirsi veramente. Nel frattempo Billy si era inserito con la massima naturalezza nella nostra vita. Da quando era arrivato, tutto era diventato doppio, tranne Candida, che io non ero assolutamente disposta a dividere con nessuno.
Compii sette anni, poi otto, poi nove e continuai a non riuscire a prendere sonno la domenica sera. I miei avevano sperato che con Billy mi sentissi meno sola e mi staccassi un po' da Candida, invece la sua presenza serv soltanto a farmi impazzire di gelosia. La mamma difendeva Billy perch io esternamente sembravo pi forte, pi aperta, pi padrona di me, e perch avevo dalla mia parte Candida, che mi difendeva a spada tratta. Io mi attaccai a lei ancora pi disperatamente.
A dieci anni mi succhiavo ancora il pollice e facevo terribili capricci ogni sabato sera. Una volta pap venne a vedere se io e Billy dormivamo e sorprese Candida nel mio letto.
Lanci un urlo di rabbia che fece tremare i vetri.
Candida si svegli terrorizzata. Pap le strapp di dosso le coperte e la trascin a viva forza fuori dal letto. Imprecando e minacciando, la scacci dalla mia camera e la insegu.
Lei si chiuse a chiave nella sua stanza, mentre pap prendeva a calci e pugni la porta.
NON CAPISCI CHE COS LA ROVINI? SONO STUFO DI TE! IO TI
licenzio!.
Bill..., sentii mormorare mia madre. Non mi ero quasi accorta che fosse arrivata anche lei, perch di fronte alla collera di mio padre spariva.
taci tu! E tu anche!, url prendendo a calci la porta di
Candida, fuori da questa casa entro domani mattina!
CAPITO? ORA BASTA CON QUESTE STRONZATE!.
Quando se ne fu andato, seguito da mia madre, in punta di piedi andai alla porta di Candida e bussai chiamandola con una vocina: Didi! Didi! Fammi entrare!.
Candida singhiozzava e non aveva il coraggio di muoversi.
Di colpo comparve Billy sulla porta della sua camera, la vecchia nursery che si trovava tra la stanza di Candida e la mia: scalzo, mezzo addormentato, mi guardava sbattendo gli occhi stupefatto.
In quel momento lo odiai perch era indipendente, non aveva mai bisogno di nessuno e riusciva a dormire dappertutto, a qualsiasi ora, appena gli dicevano di andare a letto.
Vattene!, gli gridai fulminandolo con un'occhiata. Poi crollai in ginocchio davanti alla porta di Candida a piangere.
Lui rimase l a guardarmi per un po'. Alla fine mi addormentai.
L'indomani mattina Candida mi trov rannicchiata come un gatto sullo stuoino.
Si mise a fare le valigie.
Ma dove andrai?, le chiesi torcendomi le mani. Stavo cercando di farmi venire in mente qualcosa da dire a mio padre per convincerlo a cambiare idea.
Candida piangeva con dei lacrimoni come non ne avevo mai visti, che le rotolavano dagli occhi come biglie trasparenti.
Aveva la faccia scura e si mordeva le labbra, con la bocca piegata all'ingi.
Raccolse tutti i regali che le aveva fatto mia madre: un paio di scarpe, una bella borsetta italiana, dei maglioni di lana. In fondo alla valigia aveva messo tutti i miei capolavori, i disegni che avevo fatto a scuola, divisi anno per anno.
Pap si stava alzando con i postumi di una bella sbornia e non ricordava pi esattamente come erano andate le cose.
S'infil la vestaglia e venne gi.
Si ferm un attimo sulla soglia della stanza di Candida.
Io lo guardai con gli occhi piedi di odio. Si raschi la gola e disse: Aspetta. Le spieg che non lo aveva fatto per cattiveria
- anche se tutte e due pensavamo di s - ma che ne andava del mio equilibrio.
Channe  troppo attaccata a te e questo le impedisce di crescere normalmente, disse con rammarico. Tu sei l'adulta.
Devi prenderti le tue responsabilit. Channe, per favore, lasciaci un attimo soli.
Me ne andai senza capire di che cosa stesse parlando, convinta che fosse la persona pi cattiva, pi terribile e senza cuore di questo mondo.
Te lo dico per l'ultima volta, Didi, sentii che dichiarava con voce seria e cupa mentre chiudevo la porta.
Ricordo solo un'altra occasione in cui Candida si addorment nel mio letto. Era una sera di primavera e sulla citt si era abbattuto un terribile temporale. Quando i miei genitori tornarono a casa, la mamma venne a controllare in camera mia da sola, per evitare un'altra sfuriata.
Vite!, la sentii bisbigliare, mentre scrollava Candida per svegliarla. Vite! Torna in camera tua, prima che monsieur se ne accorga!.
Candida usc di corsa mormorando: Merci madame.
La mamma si sedette sul mio letto, accanto a me.
Non so pi che cosa dire, Channe, mi rimprover, scrollando la testa.
Stai con me finch non mi addormento?, le chiesi, senza sperarci troppo.
Cinque minuti soltanto. Pap mi sta aspettando. Dopo un po' aggiunse: Non capisci che se la scopre qui un'altra volta, la rimanda in Portogallo? Perch fai cos?. Sembrava preoccupata, come quando avevo la febbre.
 stato il temporale, spiegai. Avevamo paura.
 una bambina pure lei, disse mia madre fra s. Poi si volt verso di me: Come te.
Non molto tempo dopo a Candida venne un'allergia che le fece gonfiare gli occhi in maniera tale che non riusciva pi ad aprirli. Il dottore le fece tante iniezioni nelle braccia per scoprirne la causa e risult che era allergica alle piume e alla polvere, anche se non tanto da giustificare il gonfiore agli occhi. Le spieg che probabilmente era un disturbo psicosomatico e le consigli di cercarsi un impiego meno pesante. Candida gli rispose che era impossibile e non volle sentire ragione. Prese l'abitudine di dormire con degli impacchi freddi sugli occhi e di usare cuscini imbottiti di materiale sintetico anzich di piume.
Un giorno, mentre spolverava una mensola, ruppe un'anfora romana che mio padre aveva trovato durante un'immersione subacquea e scoppi a piangere, maledicendo la propria goffaggine. L'aveva urtata con l'anca, ci spieg, l'anfora era caduta per terra ed era andata in mille pezzi.
Si chiuse in cucina, in lacrime, e si freg le mani in uno strofinaccio, mentre Billy e io, in sala, guardavamo mio padre che cercava di rimettere insieme i frammenti. Pos i pezzi di antichissima argilla sbiaditi dal mare su un foglio di giornale steso sulla tavola e si sedette a fissarli sconsolato.
Vedete questi vermetti?, ci chiese, mostrandoci uno dei cocci pi grandi. Sulla superficie liscia c'erano delle specie di vene in cui non scorreva sangue. Sono talmente vecchi che il mare li ha resi tutt'uno con l'argilla. Lo disse senza emozione, ma una lacrima gli scese sulla guancia. Lui fece finta di niente.
Sapete che cosa penso? Penso che certe volte la gente inconsciamente lo fa apposta a fare certe cose. Come quelli che finiscono sotto una macchina proprio in un periodo brutto della loro vita. Didi sapeva benissimo quanto ci tenevo, a quest'anfora. L'avevo scoperta io, ero andato sott'acqua a ricuperarla, era una dimostrazione della mia bravura, della mia virilit. Insomma, ne andavo fiero.
E adesso non c' pi niente da fare, aggiunse. Ma non voglio prendermela.
Didi se l' presa, dissi.
Lo so benissimo che ci  rimasta male. Voglio dirvi una cosa, per: lei pensa che io le renda la vita difficile, ma  lei che non si comporta da persona adulta. Vedete, sono io che decido tutto in questa casa.
Non l'ha fatta cadere apposta, ma forse, inconsciamente, non  stata abbastanza attenta.
Pazienza!, sospir poi, rialzandosi con un gran sospiro.
Avvolse i cocci nel giornale con un gesto rapido, and al cestino della carta straccia, ci butt tutto dentro e pest l'involucro con un piede.
Una volta Billy e io trovammo un passerotto che era rimasto incastrato sotto il vecchio portone di legno dietro la casa. Avevamo undici anni.
Dev'essersi preso uno spavento e aver sbattuto contro la porta mentre cercava di uscire, comment Billy triste. Ci vollero tutta la sua pazienza e il suo sangue freddo per prenderlo senza fargli ancora pi male. Billy era sdraiato sul marciapiede con le mani sotto la porta e io gli saltellavo alle spalle gridando. Mi ordin di andare in casa a prendere una scatola da scarpe.
Mettici dentro del cotone, mi raccomand. E fai presto!.
Brontolai che non ci volevo andare, ma alla fine acconsentii.
Billy prese l'uccellino fra le mani e lo pos delicatamente sul cotone. La bestiola si dibatteva e urtava contro i lati della scatola cercando di uscire.
Ha un'ala rotta, dichiar Billy pensoso. Se stesse fermo, potrei provare a sistemargliela. Cosa dici, possiamo portarlo dal vtrinaire?.
Sei matto? Pensi che ci lascerebbero andare dal vtrinaire?.
Be', io lo tengo, decret, con il tono perentorio di quando prendeva una decisione.
Sei scemo, ribattei, piena di disapprovazione.
Candida non fu per niente contenta. Se fossi stata io a portare a casa il passerotto, forse sarebbe stata pi comprensiva.
Continuava a ripetere che sarebbe di sicuro morto nel giro di due giorni, in quella scatola, e che i gatti di mia madre se lo sarebbero mangiato.
Mi misi contro Billy per il gusto di farlo e perch l'uccello ferito era un'occasione per dargli addosso. In realt del passerotto non mi importava niente. Era una questione di puntiglio per tutti e due, ma io avevo Candida dalla mia parte. L'uccellino sembrava sempre pi debole, anche se continuava a cercare di scappare, e io ci godevo, perch voleva dire che Billy aveva torto e noi due ragione.
Ma Billy si lasci smuovere e ignor in silenzio sia me sia Candida. And direttamente da mio padre, che era quello che comandava ed era molto meno schizzinoso di mia madre e di Candida, e ottenne il permesso di tenere in casa il passerotto ancora per qualche giorno.
Mise la scatola sullo scaffale pi alto del suo armadio, dove i gatti non potevano arrivare.
Due giorni dopo l'uccellino continuava a non mangiare e a cercare di volare via, sbattendo disperatamente le ali.
Emetteva un verso spaventoso, che attir i gatti, i quali si piazzarono davanti all'armadio di Billy ad aspettare, pazienti, finch Billy non li butt fuori a calci.
Non ti azzardare mai pi a prenderli a calci?, lo sgridai ipocritamente. Dieci minuti dopo erano di nuovo l: erano passati dalla mia cameretta, attraverso l'arco senza porta.
Esasperata, andai a chiedere a Candida di dirlo a mio padre.
Il terzo giorno lo fece, spiegandogli che Billy torturava quel povero uccellino. Gli disse che il passerotto stava morendo e Billy non faceva che prolungarne l'agonia. A mio padre non piacevano le morti lente e ordin a Candida di sbarazzarsene al pi presto senza tanti discorsi.
Doveva essere sabato, perch ricordo che camera mia era piena di sole e non di quella penombra tipica del tardo pomeriggio, quando si tornava da scuola. Billy e io stavamo bisticciando per la jeep di G.I. Joe, perch Barbie voleva farci un giro ma G.I. Joe non aveva voglia di portarcela, quando a un certo punto entr Candida con le braccia tese e qualcosa in mano. Era il passerotto, che girava vorticosamente su se stesso.
Candida gli aveva infilato uno spillone negli occhi e lo teneva orizzontale, facendo girare su se stessa la povera bestia.
Non aveva l'aria n divertita n schifata: non tradiva nessuna emozione e fu proprio questa sua impassibilit la cosa che mi spavent di pi.
Billy e io ci alzammo di scatto, gli occhi fissi sul povero uccellino accecato.
Stava morendo, pobrecito, disse Candida in tono piatto.
Cos smetter di soffrire.
Billy fece un passo indietro, bianco come un cencio, e and nel bagno a passi lenti, rigido, come un sonnambulo.
Lo trovai in ginocchio per terra, con la testa sulla tazza del gabinetto.
Per qualche giorno non mangi niente e la sola vista del cibo gli faceva venire nausea.
Stava per morire, gli disse mio padre con dolcezza.
Non sapeva niente e Billy non gli raccont mai la scena cui avevamo assistito.
Il pensiero di quel che era successo mi dava il mal di pancia, come se avessi avuto una mano che mi strizzava le budella da dentro. Mi sembrava che Candida mi avesse tradito, ma sapevo benissimo che era colpa mia e per un sacco di tempo non riuscii pi a guardarla negli occhi.
Candida conobbe Mamadou all'incirca un anno dopo, andando al mercato. Era il cameriere e l'autista del nostro nuovo vicino, un diplomatico importante che aveva vissuto tanti anni nel Congo Belga.
Mamadou ci mise tre mesi per trovare il coraggio di chiedere a Candida se poteva aiutarla a portare le borse della spesa fino a casa. Poi incominciarono ad andare a messa insieme la domenica. Mamadou era religioso come lei: era stato convertito da uno zelante missionario cattolico, che gli aveva insegnato anche a leggere e scrivere in francese.
Passarono sei mesi prima che Mamadou la invitasse formalmente a uscire con lui. Aveva chiesto al suo patron il permesso di portarla a fare un giro sulla Citroen nera con la targa diplomatica. Era primavera e andarono a fare un picnic. Arrivarono fino a Fontainebleau e si fermarono a mangiare in un'area attrezzata con i tavoli di legno sotto grandi castagni. Posso superare i limiti di velocit senza che mi fermi la polizia, le confid Mamadou tutto fiero,
perch la macchina ha la targa diplomatica.
Dopo un po' Mamadou prese a frequentare la nostra cucina.
Si sedeva e guardava Candida che lavorava rapida ed esperta. Billy e io capimmo subito che Mamadou era innamorato.
La guardava con occhi pieni di ammirazione e le chiedeva le ricette come se la sua cucina fosse la cosa pi elegante e importante al mondo.
Non parlavano molto. Le loro conversazioni vertevano soprattutto sul tempo o sulla situazione in Francia. La loro unica fonte d'informazioni erano i giornali scandalistici e quindi sia lui sia lei sapevano tutto sulla vita dei personaggi ricchi e famosi, se la tale aveva abortito o il talaltro era stato arrestato perch guidava in stato di ebbrezza.
Mamadou era un bell'uomo, con i lineamenti delicati e grandi occhi di un nero e di un bianco strabilianti. Non aveva la pelle color caff, ma nera e lucida come l'onice, tanto scura che sembrava brillare alla luce.
Billy e io eravamo affascinati soprattutto dai palmi delle mani e dalle unghie, cos rosa rispetto a tutto il resto da sembrare innaturali, tinti. Mamadou aveva le mani di un nero diverso da quello della faccia, quasi blu. Ci piaceva toccargli i palmi e le dita; lui rideva e ci lasciava fare.
Le sue attenzioni facevano arrossire furiosamente Candida, tanto che noi pensammo che anche lei fosse un po' innamorata.
Secondo noi, e anche secondo i nostri genitori, erano una coppia perfetta.
Dopo sei mesi di questo corteggiamento molto platonico, Mamadou chiese la mano di Candida.
Prima di tutto and da mio padre, con il vestito da becchino che si metteva la domenica. Un giorno feriale, mentre Candida era fuori a fare la spesa, sal le scale di servizio che odoravano di muffa e buss alla porta dello studio di mio padre al terzo piano.
Mio padre non rimase per nulla sorpreso, anzi, fu sollevato e contento. Chiam mia madre e le diede la bella notizia.
Lei li raggiunse di sopra.
Si misero a fare progetti e mio padre disse a Mamadou che per le nozze gli avrebbe regalato l'appartamento del vecchio concierge al pianterreno, che era in vendita gi da qualche tempo. Si offr di prendere a servizio anche Mamadou, precisando per che probabilmente non avrebbe potuto pagarlo quanto il diplomatico francese. Mamadou rispose che aveva gi parlato con il suo patron e si erano accordati: lui avrebbe continuato a fargli da autista, ma non pi da cameriere. Cos avrebbe potuto fare qualche lavoro a casa nostra.
Mia madre intervenne: Sai, Mamadou, Candida  ancora come una bambina....
Lo so, madame, rispose lui, con gli occhi bassi.
D'accordo, volevo dirti solo questo, fece mia madre.
Si misero d'accordo sullo stipendio e quindi si strinsero la mano, poi Mamadou scese con mia madre ad aspettare Candida.
Candida rifiut. Non si sa che cosa si dissero, perch lei non ne fece mai parola. Quel pomeriggio in casa nostra scese un silenzio pesante e opprimente, che dur per diversi
giorni. Sembrava che fosse morto qualcuno. Candida, pallida e silenziosa, non pianse, ma si mise a lavorare furiosamente.
Pul dietro il frigo e sotto la lavatrice e in angoli dove non aveva mai pulito prima.
Poco tempo dopo il diplomatico di Mamadou fu richiamato in servizio e si trasfer. Non vedemmo pi n l'uno n l'altro.
In seguito provai a chiedere a Candida come mai non aveva voluto sposare Mamadou. Lei fece spallucce e si volt dall'altra parte.
Insistetti. Dai, Didi. Mi racconti sempre tutto.
Maria mi prendeva in giro, disse in tono distante. Mi diceva che a mia madre poi veniva un colpo. Te lo immagini?
Mamadou mi piaceva, ma non volevo dei bambini color caffelatte.
Le dissi che era stata una sciocca, che i suoi bambini color caffelatte sarebbero stati bellissimi. Lei alz le spalle come se avesse avuto un peso enorme sulla schiena.
Raccontai a mio padre quello che mi aveva detto. Lui scosse la testa e replic: Pu darsi che una delle ragioni sia stata quella, ma non  certo l'unica. Ha avuto paura di ben altro.
Nel giro di un anno le venne l'asma. Aveva la schiena curva e perse il colorito di una volta. Era pallida e le rughe intorno agli occhi e alla bocca le davano un'espressione pi dura, severa.
Con me aveva sempre avuto parecchia confidenza, al punto che si cambiava l'assorbente in mia presenza, ma quando incominciai anch'io ad avere le mestruazioni il suo atteggiamento cambi. Alle chiacchiere scherzose e leggere a proposito di putas, maricones, e degli affari di cuore delle star segu un silenzio imbarazzato. Era come se il sesso, secondo Candida, andasse bene solo finch non la riguardava e, per osmosi, non riguardava neanche me.
Non tollerava pi che portassi amici maschi in camera, anche solo per sedersi alla scrivania a mangiare una fetta di torta. Mi stava appresso continuamente, mi teneva d'occhio, sospettosa. La sua presenza era opprimente.
L'estate del mio dodicesimo compleanno trascorremmo due mesi in Normandia e Candida and in Portogallo a
trovare sua madre. Il primo giorno a Deauville pap mi compr un bikini rosso sul lungomare e quindi mi accompagn a fare una passeggiata sulla spiaggia. C'era la bassa marea e dovemmo camminare un sacco sulla sabbia bagnata prima di raggiungere l'acqua.
Mio padre mi prese per mano, cosa che mi parve un po'
strana, visto che ormai ero grande. Pensai che era almeno un anno che non camminavo su una spiaggia mano nella mano con mio padre e che forse si era scordato che ero cresciuta.
Candida non torner, mi comunic, con molta cautela, aspettando la mia reazione. Restai confusa, incerta se arrabbiarmi per il sotterfugio o starlo a sentire. Una cosa era sicura: mio padre era la persona pi affidabile che conoscessi, di un'onest che a volte sembrava eccessiva. Nella sua onest, era sempre molto duro, soprattutto con se stesso.
Perch?, chiesi.
Credimi, mi dispiace da morire, tesoro, disse. Guardava il mare, ma di tanto in tanto si voltava verso di me. Mi  stato molto difficile prendere questa decisione, ma l'ho mandata a casa per un anno. Mi sono sentito talmente in colpa che le ho dato abbastanza soldi per comprare a sua madre una casa al mare e restare a vivere con lei, se vuole.
Questo  un periodo molto importante della tua vita: hai bisogno di spazio, d'indipendenza.
Sai qual  il mio problema? Che sono un codardo, ecco.
Avrei dovuto decidermi molto tempo fa. Ma non sarei mai riuscito a trovare una tata migliore e pi fidata di lei. Il fatto  che ti  troppo attaccata e ti sta soffocando.
Camminammo a lungo. Il vento forte mi scompigliava i capelli.
Mio padre parl della differenza fra normale attaccamento e attaccamento ossessivo, della sessualit repressa di Candida, che non si era mai manifestata in maniera sana, ma perversa, attraverso le allergie, l'asma e l'insonnia. Secondo lui Candida, senza volere, aveva riversato su di me i sentimenti che avrebbe dovuto provare per un uomo.
Non puoi essere il grande amore, la vita di qualcuno, a meno che non sia il tuo amante, la moglie o il marito, insomma.
E anche cos  pericoloso.
Porca miseria, peccato che non abbia sposato Mamadou!
Adesso ho paura di aver aspettato troppo e che il danno sia irreversibile. Sei troppo viziata, sei abituata a ottenere tutto quello che vuoi e io non voglio che tu diventi un'infelice, una che non sa vivere. Mi riferisco al sesso e non solo a quello, capisci?.
Capire? Avevo solo una pallidissima idea di quello che stava dicendo. Non mi ritenevo per niente un'infelice, se pensavo a tutti i ragazzi traumatizzati, soli e tristi che avevo conosciuto a scuola. Era vero che a volte non riuscivo a dormire, ma in fondo quando ne avevo parlato al medico aveva detto che non c'era da preoccuparsi: c' gente che dorme bene e gente che dorme male. Dipende dal metabolismo.
Eravamo abituati a stare senza Candida durante le vacanze estive. Spesso, quando viaggiavamo eri famille, lei tornava in Portogallo. Ma le vacanze erano un periodo a s. Incominciai a sentire terribilmente la sua mancanza solo quando tornammo a casa e, allora, ogni sera era come la domenica. Come un tossicodipendente, dovetti cominciare a disintossicarmi.
Le scrivevo ogni sera e lei mi rispondeva. Ci parlavamo per telefono tre volte la settimana. Mio padre me lo permise, almeno nei primi tempi, forse perch si sentiva responsabile.
Dopo una settimana di scuola, annunciai ai miei che volevo andare in Portogallo per le vacanze di Pasqua e aggiunsi che mi avrebbe pagato il viaggio Didi.
Loro mi guardarono scettici e mi dissero che, se era questo che volevo, a loro stava bene.
Non andai mai in Portogallo. Nel giro di sei mesi essere considerata dai miei compagni divenne ben pi importante per me che dimostrare la mia amicizia a Candida. Mi dispiaceva rinunciare alla mia libert appena conquistata per andarla a trovare, anche solo per dieci giorni. Perci accampai una scusa e diedi la colpa ai miei. Le scrissi una lettera patetica e un po' ipocrita in cui le dicevo che non ero ancora pronta a rivederla, che mi sarebbe tornata quella depressione da cui stavo cominciando solo allora a tirarmi fuori.
Quando Candida torn a casa nostra un anno dopo, come prevedibile, iniziammo a litigare furiosamente. Non
puoi uscire conciata cos! Sembra un prendisole, mi diceva imbarazzata.
Mio padre ha detto che va bene, ribattevo. MA lasciami in pace!.
Lei mi osservava in silenzio mentre mi guardavo vanitosa allo specchio, ignorandola.
Ci provava in tutti i modi: Sono cinque gradi sotto zero, oggi, non ti dimenticare il cappotto. Io allora sbottavo:
Per chi mi prendi? Per una bambina di tre anni?.
Mio padre aveva comprato e ristrutturato la casa del concierge, ma Candida ci andava soltanto per dormire. Doveva sentirsi terribilmente sola: Maria si era sposata e aveva due figlie, a cui Candida aveva fatto da madrina, e non aveva pi molto tempo per la sua vecchia amica.
Siccome Candida entrava in camera mia senza bussare, alla fine chiesi a mio padre di metterci una serratura, cosa che lui fece. Probabilmente le disse anche qualcosa, perch Candida smise di rimproverarmi per come mi vestivo e con chi uscivo e non accenn pi a quanto le dispiaceva che non fossimo pi legate come una volta.
Due anni dopo, quando avevo quindici anni, mio padre decise che la Francia lo aveva stufato e vendette la casa. Fu stabilito - da lui, da Candida o forse da entrambi - che non sarebbe venuta in America con noi. Grazie alle eccellenti referenze dei miei genitori, trov un buon posto al servizio di una distinta coppia di francesi di una certa et.
Non avresti preferito tenere dei bambini, Didi?, le domandai.
Ah, non!, esclam, alzando le braccia. Jamais de la vie!. Mai pi in vita mia.
Feci i bagagli frastornata, spaventata e piena di speranze per il futuro. Con l'aiuto di Candida, impiegai due giorni a sbaraccare camera mia. Conservai solo i ricordi pi preziosi.
Le mie povere Barbie e i vecchi orsacchiotti, tirati fuori dallo scaffale pi alto dell'armadio, erano tutti impolverati e malridotti. Avevano maglioncini all'uncinetto, scarpe, gonnelline a fiori e cappelli confezionati amorevolmente da Candida e da sua madre.
Li pulisco e li do ai poveri, promise Candida. Non ti preoccupare, hai gi fin troppo da fare, tu. Ci penso io.
In un cassetto trovammo gli zoccoletti di legno che mi aveva portato dal Portogallo quando avevo sei anni.
Li prese in mano e disse: Sai, ho ancora il tuo primo paio di scarpe....
I vecchi dischi di Enrico Macias erano in uno scatolone in fondo all'armadio. Mi ero completamente dimenticata di aver avuto una grande passione per Enrico Macias. Era cos fuori moda, ormai, e tutti a scuola lo prendevano in giro.
I miei compagni sostenevano che all'Olympia, a vedere Enrico Macias, ci andavano solo vecchiette e invertiti.
Eppure molti anni prima ci aveva tenuto compagnia tanti sabati sera, quando ballavamo in camera mia le sue canzoni d'amore zigane e io stavo sui piedi di Candida che mi faceva volteggiare da una parte all'altra della stanza, cantando a squarciagola e ridendo.
Lo adoro, disse, rossa in viso, con una mano sul cuore.
Sulla foderina impolverata del disco Enrico sorrideva con la sua faccia rotonda e i suoi ricci, contento come una Pasqua, incurante della volubilit dei suoi fan.
Cosa dici, Didi, ne sentiamo uno?.
Oh, no, rispose ridacchiando. Adesso no. C' troppo da fare.
Fui assalita da un'ondata di commozione e dovetti fissare la faccia sorridente di Enrico per un po', prima di riuscire di nuovo a parlare.
Tienili tu, Didi, le dissi, porgendole la scatola.
La prese e con delicatezza tolse la polvere dalla foto di Enrico con il palmo della mano.
Senti, tieni anche questi.
Sarai sempre la mia bambina, dichiar, guardando gli zoccoletti dipinti a mano che le porgevo.
Quando arriv il taxi che ci avrebbe portato all'aeroporto, Candida rimase sul marciapiede, vestita di nero, con un foulard a fiori intorno al collo. Il taxi ripart e lei agit un fazzoletto bianco e sorrise, facendosi coraggio. Io mi voltai a guardarla e a farle ciao dal finestrino posteriore. Non avevamo fatto dieci metri che il sorriso le si spense sul volto e lacrime grosse come biglie cominciarono a rigarle le guance.
...
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...
LA SERA DELL'ULTIMO DELL'ANNO.
...
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...
Il giorno di Natale nevicava molto forte e mio fratello e io uscimmo a fare il nostro primo pupazzo di neve americano.
La primavera precedente ci eravamo trasferiti in una vecchia casa di campagna all'estremit orientale della South Fork di Long Island. Eravamo partiti dalla Francia poco dopo il secondo attacco di cuore di nostro padre, che era tornato dall'American Hospital di Parigi dimagrito di sette chili e con un'aria di rassegnazione negli occhi che ci aveva spaventato tutti.
Ho sempre avuto intenzione di tornare in America quando voi sareste stati grandi. Adesso avete quindici anni e ho aspettato pi di quanto pensavo all'inizio. Prese fiato, e nessuno parl. Ci aveva riuniti intorno al vecchio tavolo di rovere in sala da pranzo, dove discutevamo tutti i progetti familiari. Mio fratello e io guardammo gli occhi placidi di nostra madre alla ricerca di un indizio, ma lei rimase impassibile. Pap prosegu: Voglio che diventiate americani.
E poi l'Europa mi ha stufato. Qui i telefoni non funzionano mai, le fogne fanno schifo e non c' niente che vada come deve andare. Voglio tornare a casa.
Nella nostra famiglia vigeva una forma di democrazia, instaurata da pap, che prevedeva la possibilit da parte nostra di votare contro le sue proposte e da parte sua quella di opporre il proprio veto nel caso avessimo votato tutti e tre contro di lui. Quel giorno nessuno disse una parola, ma eravamo tutti sconcertati. Dalla sua aria triste e un po' colpevole capivamo istintivamente che non parlava solo dei telefoni e delle fognature, ma del suo cuore e del fatto che non si fidava dei medici francesi, neanche di quelli che lavoravano all'ospedale americano.
Poi ci spieg che cosa aveva: il suo cuore aveva risentito
della malaria che aveva preso nel Pacifico durante la guerra.
Ci disse che un suo amico aveva trovato una casa adatta a noi in una localit turistica sul mare, un posto molto tranquillo d'inverno, che era quello che gli ci voleva per finire l'enorme libro sulla guerra a cui lavorava ormai da cinque anni.
Il primo Natale in America le sue condizioni di salute erano talmente peggiorate che non usciva pi di casa per il freddo. Billy e io continuavamo a comportarci come se al timone ci fosse sempre lui e, dal punto di vista emotivo, era ancora vero. La sua forza di carattere non era diminuita con il decadimento fisico. Dimostrava settant'anni e passava quasi tutti i pomeriggi a leggere su una sedia a dondolo tra il caminetto e una delle finestre del salotto.
Quel Natale, dopo mangiato, mentre Billy e io stavamo costruendo il pupazzo di neve, notammo una cosa straordinaria: i boccioli di rosa vicino al cancello in fondo al giardino, che alla prima gelata di novembre da rosa pallido erano diventati rosso acceso, non erano n appassiti n caduti.
Anzi, sullo sfondo della neve bianca risaltavano come gocce di sangue su un lenzuolo. Billy e io abbandonammo il pupazzo e ci avvicinammo al cespuglio. Le rose, violando con cocciutaggine il letargo invernale, sembravano cresciute nonostante la bianca desolazione che le circondava. Corremmo in casa gridando e ci precipitammo in salotto, pieni di neve. Nostro padre guardava dalla finestra. Aveva una camicia da notte di cotone che aveva ordinato da Brooks Brothers, una pesante vestaglia azzurra e le pantofole. Improvvisamente mi colpirono le sue caviglie, magre e bianche, con le vene spesse dello stesso colore della vestaglia.
Non volendo rovinare l'atmosfera gioiosa con cui eravamo corsi ad annunciare quel miracolo, gridai tutta eccitata:
ma pap! Non ci crederai, ma le rose sono sbocciate! Vieni a vedere?.
Ero senza fiato, ancora circondata dall'alone di aria fredda che avevo portato con me nel salotto.
Mio padre rabbrivid impercettibilmente e Billy corse a chiudere la porta.
Vorrei tanto, ma non posso, piccola. Non riesco pi
nemmeno a salire queste stramaledette scale, disse con calma.
Dov' la macchina fotografica? Faccio una foto, proposi con un filo di voce, rendendomi conto tutto a un tratto della gravit del suo stato: era come se mi avesse colpito un fulmine, mandandomi completamente in tilt.
Buona idea, replic con un mezzo sorriso.
Quando, un paio di giorni dopo, le foto furono pronte, le sparsi sullo stesso tavolo di rovere che a Parigi stava in sala da pranzo. Adesso invece era nella lunga cucina giallina.
Le foto erano venute bene e io ero contentissima. Guarda questa?, dissi. E questa?, C'erano il cancello marrone, i rami marroni, la casa marrone sullo sfondo e le rose rosse contro la neve bianca e il cielo color latte. Mio padre le guard a lungo e gli vennero gli occhi lucidi. Si asciug una lacrima con il dorso della mano.
Pap?, mormorai. Che cosa c'?.
Sono bellissime, rispose. Mi fanno tristezza.
Il primo semestre di scuola in America fu un inferno sia per Billy sia per me. I ragazzi del paese non erano cordiali: sembrava quasi che la grande differenza tra l'inverno e l'estate li avesse resi un po' schizofrenici. Erano diffidenti e scostanti, ma anche un po' invidiosi dei newyorchesi, termine che comprendeva tutti coloro che non erano nati e cresciuti l, come il granoturco e le patate per cui era famosa quella zona.
A scuola con noi c'erano i figli dei pompieri, dei bottegai, dei pescatori, dei contadini e di tutti quelli che mandavano avanti la cittadina per la gente come noi, che normalmente la invadeva soltanto d'estate. Dal settembre precedente Billy aveva messo su sette chili e si era coperto di brufoli sulla faccia e sulla schiena. Stava sempre davanti alla televisione e, per giorni e giorni, non rivolgeva la parola a nessuno, nemmeno a nostro padre.
A settembre pap mi aveva convinto a entrare nella piccola compagnia teatrale del paese e avevo fatto amicizia con gli attori e i tecnici, che erano pi grandi e pi smaliziati dei miei compagni di scuola. Presi una cotta terribile, ma non volevo dire a nessuno per chi.
Un giorno mio padre chiam me e la mamma, ci fece sedere in cucina e dichiar, con voce neutrale: E venuto il momento di parlare di sesso.
Forse  un po' tardino, replicai io, preoccupata.
E la contraccezione?, chiese mia madre con voce tremante.
Oddio, finora cos'hai usato?.
Il preservativo, risposi. Non aggiunsi altro.
D'accordo, fece mio padre. Domani telefoniamo al dottore. Non devi dirci niente, se non vuoi, ma se invece ti fa piacere, sappi che puoi.
Il motivo per cui non volevo dire di chi mi ero innamorata era che si trattava del falegname che costruiva le scene per la compagnia, Dave, che aveva ventinove anni. Aveva gli occhi verdi e la barba rossa, era stato nel Vietnam, ma non voleva parlarne. Avevo gi fatto di tutto con lui - tutto quello contro cui mio padre mi metteva sempre in guardia a Parigi
- ovvero bere, fare l'amore e provare marijuana e cocaina, due volte.
Dave era stato sposato e aveva altre donne, fra cui una delle attrici della compagnia. Questa, che aveva almeno dieci anni pi di me, mi trattava dall'alto in basso. Non potevo competere con lei e me ne stavo zitta e buona quando alle prove mi criticava e mi accusava di essere una bimbetta viziata e iperprotetta. La cotta per non mi passava: il falegname era diventato un'ossessione e non volevo rinunciare a lui, che pure mi aveva raccomandato pi volte di non affezionarmi troppo. Non mi voglio impegnare, capisci?
Sto ancora cercando me stesso, mi diceva.
A venticinque anni non l'avrei nemmeno degnato di uno sguardo. Mi sarebbe sembrato meschino, codardo e narcisista.
Allora, per, Dave riempiva un vuoto nella mia vita che non riuscivo a spiegarmi. Quando mi portava a fare lunghi giri sulla sua station wagon e mi preparava degli hotdog sul suo caravan, mi sembrava che mi amasse. Poi, di colpo, spariva. Non mi telefonava mai, cosa che all'inizio mi era sembrata normale. Io gli telefonavo per giorni e giorni e a volte aspettavo fino al ventesimo squillo senza che lui rispondesse. Non si faceva pi vedere nemmeno alla compagnia. Io credevo di morire, perch lo amavo e lo odiavo contemporaneamente. Mi
ripromettevo di non rivolgergli pi la parola e andavo alle prove decisa a non rimettere mai pi piede sul suo caravan.
Mio padre mi disse che era preoccupato per me: ero dimagrita e troppo taciturna. Dopo la scuola, cominci a insegnarmi a guidare la Volkswagen sulle strade tortuose e meno frequentate.
Non mi chiese mai chi era il mio ragazzo. Mi insegnava a guidare, ad accelerare in curva e a non farmi mai prendere dal panico. Bisogna cercare di prevedere gli imprevisti, mi raccomandava. A volte diceva che, se avevo voglia di parlare o di chiedergli consiglio, lui mi sarebbe stato a sentire.
Ma io tacevo.
Venne a vedere quattro volte lo spettacolo che mettemmo in scena, Il gatto e il canarino, in cui io recitavo la parte di una cameriera nevrotica trentacinquenne. Mio padre sedeva in prima fila e guardava solo me. Mi diede consigli preziosi.
Non devi mai guardare il pubblico, mi sugger. Fai finta che non esista. Gli dissi che da grande volevo fare l'attrice e lui mi spieg che recitare era il lavoro pi duro che ci sia e che le attrici erano trattate come delle merde.
Mi venne voglia di raccontargli del falegname, ma sapevo che, se lo avessi fatto, mi avrebbe costretto a ritirarmi dalla compagnia e avrebbe minacciato Dave con uno dei suoi fucili.
Guidare con pap era una delle cose che mi piacevano di pi, quell'autunno, oltre a vedere Dave. Poi, improvvisamente, l'ultima settimana di ottobre, mio padre stette di nuovo male e il falegname scomparve per sempre.
Billy e io tornammo da scuola un pomeriggio di autunno come tutti gli altri. Lo scuolabus ci lasci di fronte a casa;
corremmo in giardino su un tappeto di foglie secche rosse e gialle e trovammo un'ambulanza davanti alla porta dietro la casa e nostro padre in barella, avvolto in una coperta marrone. Le foglie secche mulinavano tutto intorno come uno stormo di uccelli color ruggine. La mamma camminava vicino alla barella con la faccia pallida e tirata, tenendolo per mano. Billy e io rimanemmo a guardare vicino al portellone dell'ambulanza, stringendoci i libri al petto.
Pap ci lanci un'occhiata come per scusarsi e alz la mano
libera. Oggi niente lezione di guida, tesoro, mi disse.
Billy, per favore, appena puoi rastrelli tutte queste foglie? E
non vi preoccupate, mi raccomando. Torner prestissimo.
Telefonai a Dave per quattro giorni di fila e poi scoprii da uno della compagnia che era partito per la Florida sul suo caravan insieme con l'altra attrice, che era rimasta incinta.
Immaginai che lei l'avesse fatto apposta e li maledissi tutti e due. Poi, quando lei torn meno di un anno dopo senza Dave e con una bambina che si chiamava Biscayne Bay, mi vergognai.
Credevo che tutti i ragazzi facessero l'amore come Dave.
Mi sentivo infelice e agitatissima e non capivo che cosa mi stesse succedendo. Avevo una fame insaziabile, ma non di cibo: quando mio padre fu ricoverato smisi praticamente di mangiare. Volevo altre cose: volevo essere amata, accettata, compresa.
Non capivo perch i miei compagni di scuola si fossero interessati improvvisamente a me, appena Dave era scomparso dalla circolazione. Alla fine Janet, la mia compagna di banco, mi disse che lo sapevano tutti. A scuola sapevano tutti che stavo con uno pi grande.
Mio padre rimase in ospedale tre settimane, durante le quali andai a letto con un giocatore di baseball, un surfista, il figlio di un contadino e un ragazzo che dopo la scuola lavorava nella carrozzeria del padre. Dopo quegli amplessi veloci e affrettati, sul sedile posteriore della macchina di qualche genitore parcheggiata in un angolo buio, e dopo ogni occhiata indifferente e fredda che mi vedevo rivolgere l'indomani, mi sentivo ancora pi sola, agitata e infelice e la mia fame inspiegabile cresceva. Mi rendevo conto che non gliene importava niente di me, di cosa provavo o del fatto che mio padre era all'ospedale, ma, quando mi facevano mille moine per farmi spogliare sulle loro macchine sporche e fredde, non riuscivo a resistere.
Non potevo parlare di queste cose con nessuno e mi angustiavo al pensiero che qualcuno a scuola lo andasse a dire a mio fratello. Billy per non fece mai il minimo accenno alla cosa: aveva altro a cui pensare. Ogni giorno, finita la scuola, prendeva il rastrello nel fienile e si metteva al lavoro nel prato. Raccoglieva le foglie con una passione che
non dimostrava per nient'altro, a parte la televisione. Il terzo giorno vidi mia madre che usciva dalla cucina stringendosi il golf sul petto, mentre il vento faceva sbattere la portafinestra.
Billy, non  il caso che tu rastrelli tutti i giorni!
Aspetta che siano cadute tutte..., gli url disperata. Billy non rispose. Le foglie continuavano a cadere e ogni giorno ce n'era un tappeto per terra. Mulinavano nel vento e volavano da tutte le parti e Billy continuava a rastrellare, finch gli alberi furono completamente spogli e l'erba del prato tutta secca.
Nostro padre torn a casa una settimana prima del giorno del Ringraziamento. Aveva sempre avuto i lineamenti marcati, non tanto spigolosi quanto ben definiti, ma quando usc dall'ospedale sembrava un pellerossa, con gli zigomi alti che sporgevano sopra le guance spaventosamente incavate.
Il mento grande e squadrato pareva pi grosso che mai in quel viso scarno. Mi parve che avesse un gran bell'aspetto, che fosse forte come un toro, che potesse ancora incutere paura e avere la meglio su chiunque.
Fu un periodo tranquillo in casa. Pap lavorava dieci ore al giorno al libro che diceva di aver paura di non riuscire a finire. Noi gli rispondevamo che non doveva dire cos, che sarebbe vissuto altri
vent'anni. Facemmo installare due servoscale che portavano all'ultimo
piano in maniera che pap potesse andare nel suo studio a scrivere tutti i giorni. Solo lui lo consider un segno della catastrofe imminente.
Quando il peggioramento  lento, gli altri tendono a non notarlo. Paragonano ogni piccolo passo verso il baratro a quello precedente e non alla situazione di partenza.
Il lungo weekend del Ringraziamento mi lasci troppo tempo per pensare ai ragazzi con i quali ero stata e che adesso non mi salutavano nemmeno quando li incontravo nei corridoi della scuola. Era una cosa che mi turbava talmente che quasi non riuscivo a pensare ad altro.
La domenica mattina, dopo una notte tormentata da incubi, salii le scale che portavano nello studio di mio padre e bussai piano alla porta. Di solito non gli piaceva essere disturbato mentre lavorava, ma quello che avevo da dirgli mi pareva abbastanza importante per interromperlo.
Lo trovai seduto sulla sua poltroncina girevole, con gli occhiali sul naso e un foglio di carta nella macchina per scrivere. La grande stanza bianca mi parve freddissima e il sudore che avevo sul collo mi si gel addosso.
Pap, devo parlarti.
Che cosa c', piccola?.
Non alz gli occhi dal foglio.
Voglio cambiare scuola, pap.
Perch? Che cosa  successo?.
Mi odiano.
No che non ti odiano, replic lui, in tono piatto. Non sanno che cosa pensare di te perch vieni da un posto diverso.
Mi sono comportata male, pap, confessai disperata.
Mi sento in colpa. I ragazzi sono sempre gentili, prima, ma dopo manco mi rivolgono la parola. Per a scuola mi tocca continuare a vederli e mi d fastidio.
Mio padre riflett un po' massaggiandosi le tempie e passandosi le dita fra i capelli.
Ma a te piace? Voglio dire, ti soddisfa?.
In quel momento quella domanda mi parve assurda, ma a distanza di anni, al college, ripensando a quel giorno credetti di capire dove volesse andare a parare. Al college feci amicizia con una ragazza che teneva una specie di registro in cui metteva un voto ai ragazzi con cui andava a letto e che mi disse di non aver mai raggiunto l'orgasmo. Un rapporto sessuale per lei aveva lo stesso valore e la stessa intimit di una stretta di mano. Dopo aver parlato con lei, mi resi conto che forse mio padre si era chiesto se non mi avesse dato un'educazione troppo libera e io non avessi frainteso il suo atteggiamento nei confronti del sesso.
Mi guardai intorno, osservai le pile precarie di fogli un po' dappertutto, le fotografie delle rose sulla parete dietro la macchina per scrivere e dissi, timidamente: Con uno s, mi  piaciuto. Con lui  stato bello. Uno pi grande.
Tanto pi grande?.
S.
Della mia et?. Vidi che aveva le orecchie rosse e temetti che il cuore ricominciasse a fargli le bizze. Bisognava stare molto attenti a non farlo arrabbiare.
No, pi giovane di te.
Chi?.
Uno della compagnia.
Chi?.
Dave, quello che costruiva le scene. Pensai che potevo dirglielo, visto che ormai Dave viveva chiss dove sul suo caravan in Florida.
Porca miseria, esclam mio padre. Ci ho bevuto insieme pi di una volta, al pub.  quello che  stato in Vietnam?
Ora capisco perch mi guardava con quel sorrisetto da mangiamerda. Probabilmente mi ha preso per fesso. Cristo santo, lo sapevo che stavi con qualcuno, ma credevo fosse uno dei tuoi compagni di scuola. Se avessi saputo che era lui, l'avrei denunciato, ecco cos'avrei fatto. Un momento dopo chiese: E con lui sei stata bene, per?.
S. Ma poi se n' andato. Mi misi a piangere, come se avessi accumulato lacrime per tre mesi e di colpo mi si fossero aperte le cateratte.
Mio padre batt le mani sui braccioli della poltroncina e io mi avvicinai a lui. Mi sedetti sul pavimento vicino alle sue gambe magre e gli poggiai la testa in grembo. Mi accarezz i capelli come faceva quando ero piccola, solo che adesso non mi poteva pi prendere in braccio.
Il sesso  come il tennis, disse.
Come il tennis?, domandai, singhiozzando.
S, come il tennis. Bisogna imparare a giocare. Non si pu entrare in campo con la racchetta in mano e pretendere di giocare subito come Chris Evert. Si pu anche fare pratica contro un muro, ma non  come giocare con qualcun altro. I ragazzi della tua et non ci capiscono un accidente di niente. Tu credi di fargli un favore e pensi che loro debbano essertene grati, invece non lo sono. Dopo, pensano male di te. Lo so che  ridicolo, ma  cos.
Tu per non eri come loro, vero?.
S che lo ero. Ci ho messo anni, prima di capirlo.
Adesso a scuola diranno che sono una troia, sospirai, sgomenta.
Be', che vadano al diavolo, osserv lui. Riflett un momento e poi aggiunse: Trasferirsi qui per voi  stato difficile, lo so. E ora che non sto bene vi trascuro. Questo libro
mi sta facendo diventare matto. Devo assolutamente finirlo.
Tuo fratello sta tutto il santo giorno davanti alla televisione come uno zombie e non riesco a smuoverlo in nessun modo. Che cosa devo fare? Chiuderlo in camera? Giocare a pallone con lui? Non ho nemmeno la forza di salire le scale...
La sua  un'et difficile. Tu l'hai superata in fretta, ma i maschi di solito ci mettono di pi. Dovresti cercare di essere comprensiva nei suoi confronti.
Ma se non mi parla nemmeno?.
Lo so... La vostra non  una brutta scuola, in confronto a certe altre. Dovrei seguirvi di pi, probabilmente. Sono egoista. Vedi, non mi dispiace tanto di morire, mi preoccupa non finire il libro.
Non avevo mai nemmeno preso in considerazione l'idea che morisse. Era semplicemente un'eventualit impossibile.
Non gli avevo mai sentito usare quella parola e la paura mi strinse lo stomaco e la gola con artigli di acciaio.
Non dirlo nemmeno per scherzo.
Non sto scherzando. Vuoi che ti racconti delle bugie?
Sono malato e non so quanto regger ancora.
Hanno detto altri vent'anni.
Magari cinque, invece, replic semplicemente, senza paura, con il tono di chi accetta un dato di fatto. Nel silenzio che segu restammo ad ascoltare i tubi dell'impianto di riscaldamento che gorgogliavano e la macchina per scrivere elettrica che ronzava.
Sono contento che tu sia venuta su a parlarmi, mi disse.
Sapevo che l'avresti fatto, quando te ne fosse venuta voglia.
Non si fa l'amore in macchina, al drive-in e sulla spiaggia, Channe. Meno che mai sulla spiaggia. Se penso a che fastidio d la sabbia... Sono contento di essere vecchio perch, se mi avessi raccontato una cosa simile anche solo dieci anni fa, allora s che mi sarebbe venuto un colpo. Adesso capisco cose che allora non avrei mandato gi. Avrei tante cose da spiegarti, ma non so come fare. Senti, adesso l'importante  non scoraggiarsi. Penseranno che sei una leggera e continueranno a provarci. Tu di' sempre di no, finch non trovi qualcuno che ti piace sul serio. E, quando trovi qualcuno che ti piace sul serio, dimmelo. Okay?.
Okay.
Senti, visto che ormai non ti potr pi insegnare a guidare, perch non leggiamo insieme qualche libro?.
Di che genere?.
Romanzi. Cos, quando andrai al college, sarai avvantaggiata.
Non le novelle che ti danno da leggere a scuola, eh? Leggiamo i libri che piacciono a me.
Cominciammo con Addio alle armi, che alla fine mi fece piangere talmente che rimasi a letto un giorno intero. Poi leggemmo Il grande Gatsby e Luce d'agosto. Luce d'agosto era il libro pi difficile che avessi mai provato a leggere in tutta la mia vita. Ci sedevamo in salotto davanti al camino acceso nel tardo pomeriggio e mio padre mi spiegava che i libri hanno un'anima e vengono partoriti dall'autore tutti interi, come bambini. I libri, per, mi disse, una volta partoriti, non ti danno pi preoccupazioni, non devi pi pensare a cosa ne sar di loro quando tu non ci sarai pi.
Due settimane prima delle vacanze di Natale, Keith Carter, un ragazzo che frequentava il corso di animazione teatrale della scuola insieme con me, mi offr un passaggio fino a casa dopo una delle prove della Fattoria degli animali.
Keith recitava la parte del maiale Napoleon. Aveva una voce profonda, uno strano accento e le gambe magre come stecchi, ma una bella schiena muscolosa, perch faceva pesi.
Janet, la mia compagna di banco, mi aveva detto che Keith aveva smesso di giocare a football perch aveva litigato con l'allenatore e aveva avuto dei guai con la polizia perch era entrato dalla finestra in
casa di un suo amico per fargli uno scherzo. Era molto rispettato perch la polizia gli aveva promesso di chiudere un occhio sulla faccenda se lui avesse fatto i nomi di chi spacciava nella scuola, ma lui li aveva mandati a quel paese e la denuncia era andata avanti. Siccome aveva diciassette anni, gli avevano dato la condizionale. Viveva in una baracca di l dai binari, e aveva un padre alcolizzato che a furia di bere si era fatto cacciare dalla pubblica assistenza. Stando a Janet, era uno
che ci sapeva fare, che era stato con donne molto pi grandi di lui. Io pensavo che avevamo tante cose in comune e mi presi una cotta per lui prima ancora che mi offrisse un passaggio.
Di solito non ho la macchina, mi disse fermandosi davanti a casa mia alle dieci e mezzo, quella sera. Ho promesso a mia madre che le tagliavo l'erba nel prato, se me la lasciava per una sera. Era un sacco che volevo chiederti se ti potevo accompagnare fino a casa.
Ges, esclam poi, osservando la luce ambrata che inondava ogni finestra della casa, dal pianterreno alla soffitta, facendola sembrare un battello del Mississippi.
Non lo sapevo che i tuoi avevano la grana.
Mica poi tanta, risposi, sulle difensive. Dopo averci pensato su un attimo, decisi d'invitarlo a entrare.
No, rispose. Non ci so fare, con i genitori.
Volevi solo darmi un passaggio stasera o chiedermi di uscire?.
A te andrebbe di uscire con me qualche volta?.
Prima devi chiederlo a mio padre.
Ges, esclam, di nuovo. Dicevano che con te non c'era bisogno di tanti salamelecchi. Usc e sbatt la portiera.
Mio padre stava guardando la televisione in cucina. Aveva l'aria tranquilla e non si volt subito, sentendoci entrare.
Keith cambi completamente, drizz la schiena, si dimostr quasi rispettoso e l'espressione sprezzante che aveva di solito spar. Mio padre  ancora uno che mette paura, pensai con un certo orgoglio.
Buonasera, signor Willis. Sono Keith Carter, si present, stringendogli la mano. Ci sedemmo al tavolo vicino a lui.
Sullo schermo c'era un inseguimento di automobili, che sollevavano un gran polverone.
L'ho gi visto, questo film, disse Keith.
 abbastanza bello, replic mio padre. Com' che si chiama? Una calibro venti per lo stronzone o qualcosa del genere....
Keith scoppi a ridere talmente che a momenti cadeva dalla seggiola.
Sta' attento alla sedia, lo avvert mio padre. E Louis Treize.
Louis chi?, chiese Keith, sempre ridendo. Scusi. Si rimise composto.
Mio padre gli chiese che cosa faceva nel tempo libero e Keith gli raccont che aveva smesso di giocare a football perch aveva litigato con l'allenatore e che adesso, dopo la scuola, lavorava nella manutenzione stradale.
Perch avete litigato?, s'inform mio padre.
Perch fumavo, rispose Keith. Gli ho detto che non mi poteva rovinare la vita.
Anch'io ero cos, fece mio padre, ridacchiando.
Voglio mettere da parte i soldi per comprarmi una macchina, disse Keith. Ci sono dei nostri vicini che vendono una Mercedes del '63 per trecento dollari. Ha la trasmissione da cambiare, ma  comunque un affare. Dopo un momento aggiunse semplicemente: Vorrei uscire con
Channe, qualche volta.
Come fai a riaccompagnarla, se non hai la macchina?, domand mio padre.
Me la faccio prestare da mia madre.
Guidi bene?.
Benissimo. In macchina bisogna stare sulle difensive, come nel football. Gli altri sono un pericolo. Sa una cosa, signor Willis? Quelle che guidano peggio di tutti sono le suore.
Mio padre annu lentamente. L'importante  non bere, quando si guida, dichiar.
Io, se ho la macchina, non bevo mai.
Be', allora facciamo cos: se tua madre non ti presta la sua, una volta ti do la mia. A mezzanotte Channe dev'essere a casa.
Molto gentile, signor Willis, molto gentile. Non si preoccupi: giuro che vado piano e per mezzanotte gliela riporto a casa.
Keith si fece prestare la carta d'identit della ragazza di suo fratello e mi port da Tides, un bar in mezzo a un bosco.
C'erano tre ragazzi con cui ero stata che giocavano a biliardo. Svitarono Keith con la faccia seria e poi anche me, come se,fossi una del posto. Bevvi dieci o dodici white russian, tutti offerti dai tre ragazzi e da Keith. Anch'io pagai loro da bere varie volte con i venti dollari che mi aveva dato mio padre. Poi vomitai sporgendomi dal finestrino
della macchina della mamma di Keith, che guid come Mario Andretti per riportarmi a casa entro mezzanotte. Entrammo in cucina alle 12,05. Keith era tutto sudato. Mio padre era davanti alla televisione e guardava l'ora.
Mi scusi, signor Willis. Channe ha bevuto un po' troppo e si  sentita poco bene.
Forse non dovevi offrirle tanto da bere, disse mio padre con un ghigno fra il severo e il divertito.
Non  colpa mia. Gliel'hanno offerto degli altri ragazzi che abbiamo incontrato. Ho provato a dirle di darsi una regolata, ma lei non mi ha dato retta. Ha una testa....
La prossima volta non bere cos tanto, Channe, se no non ti lascio pi uscire, disse mio padre.
Keith e io facemmo l'amore nella station wagon di sua madre la seconda volta che uscimmo insieme. Era scomoda e fredda, nonostante Keith avesse portato delle coperte e acceso il riscaldamento al massimo.
Peccato doverlo fare cos, Channe, mi sussurr nell'orecchio.
Lo so, dissi.
Che razza di nome  Channe? Non riesco a farci l'abitudine.
Non potevano chiamarti Betty, per esempio?.
Viene da Charlotte-Anne, il nome della sorella di mio padre. Mor prima che io nascessi.
Voi ricchi avete sempre dei nomi strani.
Keith entr a dare la buonanotte a mio padre che ci guard con un sorrisetto e scosse la testa.
Be', buonanotte, disse Keith. Ti chiamo domani.
Dove siete andati?, mi chiese mio padre appena Keith fu uscito.
Da nessuna parte. Abbiamo fatto un giro in macchina.
L'importante  che vi siate divertiti, comment.
Andai a letto pensando che non ci saremmo mai pi sentiti.
Il mattino dopo, che era domenica, il telefono squill alle nove. Era Keith, che chiedeva se avevo voglia di andare a pattinare sul ghiaccio insieme a lui.
La sera sua madre ci riaccompagn a casa mia e Keith si ferm a cena. Dopo mangiato ci sedemmo tutti a guardare
un film alla TV. Billy se ne and in camera sua borbottando buonanotte senza guardare in faccia nessuno.
Dopo il telegiornale, Keith si alz.
Come ci vai, a casa?, domand mio padre.
In autostop, rispose Keith.
Fa freddo, disse mio padre. Avete gi fatto l'amore?, domand poi, come se fosse la continuazione logica della frase precedente.
Be'..., fece Keith e io risposi: S, pap.
Non voglio che lo facciate in automobile. Soprattutto non sulla mia.
Keith rise piano.
Preferisco sapere dove siete. Preferisco che lo facciate qui, sotto il mio stesso tetto. Sentite, facciamo cos. Keith, chiama tua madre e dille che ti fermi qui a dormire. Domani mattina prendi il bus con Channe e Billy.
Bill, disse mia madre mentre Keith andava in cucina a telefonare a casa. Non sar un po' presto? Voglio dire, per l'amor del cielo....
Me ne frego, rispose lui semplicemente. Visto che lo fanno comunque, tanto vale che lo facciano bene.
Dopo una settimana, Keith venne a stare da noi. Sfamare una bocca in pi per mio padre non era niente, mentre averne una di meno faceva una bella differenza per la signora Carter che, con la sua espressione gentile ma determinata, non batteva ciglio quando Keith e io passavamo a salutarla dopo la scuola. Non si lamentava, n faceva domande.
In cambio del vitto e dell'alloggio, Keith cominci a sbrigare qualche lavoretto per mio padre. Sapeva aggiustare tutto, s'intendeva un po' d'idraulica e d'impianti elettrici ed era bravo persino a dare il bianco. Nelle vacanze di Natale s'incaric anche di andare a prendere Billy a scuola dopo il corso di recupero d'inglese.
Un giorno Keith e io lo trovammo seduto sulla scalinata del liceo, solo, con un labbro gonfio e sanguinolento. Era pallido e teneva gli occhi bassi, pieno di vergogna. Forse aveva pianto. Venne verso la macchina senza guardarci in faccia.
Che cosa ti  successo, Billy?, chiese Keith. Billy si
sedette sul sedile dietro della Volkswagen muto come un pesce.
Steve Bates mi ha tirato la giacca sopra la testa e mi ha preso a pugni in faccia. Mi ha preso alle spalle, mentre guardavo nel mio stipetto. Se non avessi avuto paura che mi rompesse i denti, gliele avrei date anch'io. Scoppi in lacrime.
Pap me lo raccomanda sempre, di stare attento ai denti.
Fui assalita da una rabbia tanto forte, da un tale senso d'impotenza che non riuscii a trovare niente da dire per consolarlo. Non conoscevo Bates, n sapevo perch ce l'avesse con mio fratello, ma se l'avessi avuto per le mani, l'avrei ammazzato.
Bates  uno stronzo, da' retta a me, fece Keith. Scommetto che non era nemmeno da solo. E proprio una merda.
E sai perch? Perch vorrebbe essere due metri e invece  solo uno e settanta. Ce l'ha con tutti quelli che sono pi alti di lui. Io una volta o l'altra l'ammazzo.
Lascia perdere, fece Billy. Se no poi mi viene a cercare un'altra volta.
Quel coglione pi che a fare il benzinaio non arriva, invece tu diventerai un politico o un avvocato o chiss chi.
Cos andrai da lui e ti farai fare il pieno. E per questo che ti odia, anche se non se ne rende conto. Suo padre  un imbecille e un ubriacone come il mio, invece voi due avete il padre migliore del mondo.
Non ditelo a pap che si agita, preg Billy. Gli racconter che sono caduto.
Dopo la nevicata del giorno di Natale, la temperatura scese e le strade ghiacciarono completamente. Mio padre non voleva che uscissimo, la sera di San Silvestro. Troppa gente ubriaca per strada, dichiar. E poi c' ghiaccio dappertutto.
Anche se vai piano, c' sempre qualche furbo che corre e che magari ti sbuca davanti contromano.
Oh, ti prego, pap... C' una festa da Tides. Ti giuro che Keith non beve. Ti chiamo appena arriviamo. In quel momento, andare a quella festa mi sembrava la cosa pi importante di tutta la mia vita, per essere accettata, per far vedere a tutti che ero la ragazza di Keith, per parlare a quelle
che mi avevano sempre snobbato: quella sera nessuno sarebbe rimasto a casa.
Sai che non mi piace fare il guastafeste, replic lui.
Fammici pensare. Billy non aveva voglia di uscire con Keith e me e pap non voleva che restasse a casa da solo con i genitori ad aspettare l'anno nuovo. Billy disse che preferiva comunque stare per conto suo.
A cena mio padre chiese a Keith: Sai come fare se la macchina slitta sul ghiaccio?.
S, rispose lui. Bisogna sterzare dalla parte in cui sta gi girando. Per esempio, se in coda la macchina scappa a sinistra, devi girare il volante a sinistra.
Giusto.
Mia madre aveva l'aria tesa e una luce stranamente irritata negli occhi. Suo padre era morto d'infarto la sera di Capodanno mentre lei, sedicenne, era a una festa.
Odio l'ultimo dell'anno, disse in tono sommesso. E
penso proprio che dovresti restare a casa con tuo padre, stasera.
Ma  una serata speciale?, esclamai.
E va bene, capitol mio padre. Prendete la mia macchina.
Ma voglio che torniate a casa entro l'una e mezzo.
Pap?.
Okay, le due. E telefonami appena arrivi da Tides.
Keith arross tutto fiero.
Ci pu contare, rispose.
Keith si mise in giacca e cravatta. Io indossai una camicia di seta di mia madre con una gonna lunga di lana e i tacchi alti.
Andai in camera dei miei per farmi ammirare da mia madre sorridendo tutta contenta e con il batticuore.
La trovai seduta da sola sul bordo del letto, con un bicchiere in mano e i gomiti appoggiati sulle ginocchia. Sembrava intenta ad ascoltare il vento che fischiava nelle fessure delle finestre come tante armoniche non accordate fra loro. Dalla cucina al piano di sotto proveniva il borbottio della televisione accesa.
Per lui potrebbe essere l'ultimo, sai?, mi disse. Era la prima volta che parlava in termini tanto pessimistici delle condizioni di mio padre.
Perch dici cos?, ribattei, arrabbiata.
Sei talmente egoista... Pensi solo a te stessa. Vai pure, se ci tieni tanto, disse poi allontanandomi con un gesto della mano. Non importa. Vai, vai. Divertiti.
Keith e io li lasciammo in cucina davanti alla televisione.
Stavano guardando la folla a Times Square. Doveva fare un freddo tremendo, perch si vedevano le nuvolette di fiato che si condensavano nell'aria.
Non vorrei proprio essere laggi, fece mia madre.
Fuori era talmente buio che gli alberi parevano bianchi alla luce dei fari. La strada si snodava tortuosa nel bosco e non c'erano altre macchine in vista.
Keith era euforico.
Non riesco a credere che ci abbia prestato la macchina!, ripeteva ridendo. Che uomo, tuo padre! Speriamo che l'anno prossimo stia meglio, cos usciamo tutti insieme.
Potremmo andare a ballare. Non sarebbe una meraviglia?.
L'anno prossimo. Avremmo avuto voglia di festeggiare, l'anno prossimo? Mi vedevo gi tristemente seduta davanti alla televisione, a casa, la sera dell'ultimo dell'anno, e mi venne un groppo alla gola.
Non guarir pi, risposi, ricacciando indietro le lacrime.
Ma cosa dici?.
Dalla malattia che ha non si guarisce. Ci si stabilizza o si peggiora. Torniamo indietro, Keith.
MA COSA?.
Fai inversione, per favore. Voglio tornare a casa.
E dai, Channe, gli amici ci aspettano. C' pure l'orchestra.
 l'ultimo dell'anno! Balleremo insieme, come volevi tu.
Proseguimmo nella notte gelida. Keith mi mise una mano sul ginocchio e cerc di distrarmi dicendomi quanto ero fortunata ad avere un padre come il mio, ma io continuavo a pensare che sarebbe stato meglio tornare a casa.
Il locale era pieno di gente e dovetti aspettare un bel po'
prima di riuscire a telefonare. Quando finalmente arriv il mio turno, la gente si preparava a brindare all'anno nuovo.
Pap rispose al terzo squillo.
Pap?, esclamai, con un tremito nella voce, voil! Era gi mezzanotte e nel locale tutti vociavano e si baciavano.
Buon anno, pap, dissi.
Buon anno, piccola, rispose lui.
Vorrei essere a casa con te.
Ti annoieresti, replic. Tuo fratello e io ci siamo versati una goccia di champagne e tua madre sta finendo la bottiglia. Rise piano.
Pap, mi dispiace non essere rimasta a casa.
Non importa, mi rassicur lui con voce dolce. Divertiti per tutti noi.
Il frastuono intorno a me era tale che non sentivo quasi niente. Mi tappai un orecchio con la mano e lo ascoltai, mentre mi diceva che sarebbe andato tutto bene.
Purch non sposi Keith, mi raccomand. Per una storia va bene, ma spero proprio che non ti chieda di sposarlo e che tu rinunci al tuo futuro per lui.
Non ti preoccupare, pap. Andr al college.
Ti voglio bene, concluse. Ci vediamo domani.
Uscii senza cappotto e andai nel parcheggio pieno di automobili.
L'aria era gelida. Guardai le stelle che punteggiavano il cielo sopra di me come un milione di lucciole. Senza mio padre il mondo non aveva significato e io l'avevo lasciato da solo la sera dell'ultimo dell'anno.
Ti prego, Signore, pensai. Ti prego, se esisti, fa' che vada tutto bene.
In fondo al parcheggio c'erano dei cespugli di rose, ma erano spogli e parevano rovi, nudi e neri contro la neve.
Ti prego, fallo vivere almeno un altro inverno..., dissi, piangendo. Anche su una sedia a rotelle.
Dietro di me spunt Keith, che mi mise il cappotto sulle spalle e mi strinse forte.
Andiamo, disse. Se ci sbrighiamo, fra un quarto d'ora ci siamo. Faremo in tempo a brindare insieme a lui.
...
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...
CITTADINO AMERICANO A TUTTI GLI EFFETTI.
...
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...
Mio fratello Billy e io abbiamo ventisette anni, ormai.
Qualche giorno fa mi ha telefonato nella scuola privata dove insegno francese per comunicarmi che erano finalmente arrivati i documenti per la naturalizzazione. Chiamava dalla banca, come fa di solito se ha qualcosa d'importante o di riservato da dirmi.  la sua corazza, nascondersi dietro a un atteggiamento rigido da uomo d'affari per non lasciarsi prendere dalle emozioni.
Mi ha chiesto come se niente fosse se volevo accompagnarlo in tribunale mercoled mattina. Ero cos contenta che sono saltata in piedi e ho gridato: Ma certo!.
La pratica era stata talmente lunga da diventare una vera e propria ossessione per lui. Le autorit gli avevano ritirato il passaporto francese tre anni e mezzo prima e da allora era, come si autodefiniva, un uomo senza patria. Non aveva documenti d'identit e non poteva espatriare.
Questo perch l'adozione di Billy in Francia nel 1965 e qualche anno dopo in America era stata irregolare, frutto di una serie di trattative e di bustarelle pagate dai miei a vari funzionari importanti.
L'hai detto anche alla mamma?, ho domandato, sforzandomi di usare un tono indifferente.
No, ha risposto vago. Ci vorranno tre o quattr'ore: si annoierebbe a morte.
Billy ce l'ha con la mamma perch ha Un uomo, il primo da quando pap  morto. E un perfetto idiota, ma all'inizio noi abbiamo evitato commenti. I nostri amici di famiglia dicevano:
Dategli una chance, a lei fa bene. Ha bisogno di un uomo. Poi, qualche mese fa, si  trasferito a casa nostra a Long Island. Nel giro di due settimane ha tolto dalle pareti tre quarti delle foto di nostro padre, sostituendole con
foto di se stesso a una festa in giardino a Hampton, in tenuta da cacciatore con due em al guinzaglio. Tiene sul petto il cappello da caccia (con tanto di nastro di coccodrillo)
con la stessa aria altezzosa degli em, che strizzano gli occhi come per ripararsi dal sole implacabile del deserto australiano, la testa piccola in cima al collo lungo e sottile.
I pochi capelli che gli rimangono svolazzano come le piume nere degli em. Nel complesso la somiglianza  inquietante.
Mio fratello e io siamo quasi sempre tornati a casa per il weekend, soprattutto d'estate, e i recenti cambiamenti nei ricordi fotografici di famiglia ci hanno turbato non poco.
In uno dei suoi rari sfoghi, Billy ha addirittura alzato la voce con la mamma. Le ha detto che non aveva mai conosciuto un individuo pi arrogante, vanitoso, stupido e infantile del suo nuovo amico.
 solo un po' eccentrico, ha ribattuto la mamma sulle difensive. E io ho il diritto di vivere la mia vita.
Non avrei detto niente, se il nuovo uomo della mamma non avesse cominciato a bistrattarci anche di fronte agli altri.
Non c'era niente che lui non sapesse fare meglio di me o di Billy. (Sei entrato nella Phi Beta Kappa al secondo semestre dell'ultimo anno? Pensa che io ci sono entrato al primo semestre del primo. Sono stato l'unico, oltre a tutto....)
A un certo punto non ne ho potuto pi. Non  eccentrico, mamma,  un pallone gonfiato. Ammettilo: Narciso al suo confronto era un dilettante.
Dopo di che abbiamo smesso di tornare a casa per il weekend, anche se a met agosto il caldo in citt diventa insopportabile.
Nostra madre al telefono ha cominciato a chiamarci Elettra e Amleto, raggelandomi mentre il suo amico rideva a crepapelle in sottofondo.
Quando ha saputo che Billy non l'aveva invitata alla cerimonia di naturalizzazione, la mamma  rimasta molto male.
Mi ha confidato che il suo amico le ha detto che se lo meritava perch ci ha viziato troppo.
Ammetto che da una parte la freddezza di Billy mi ha dato una perversa soddisfazione e dall'altra mi ha fatto sentire terribilmente in colpa. Non volevo interferire, ma alla fine, poco prima del grande giorno,
gli ho telefonato in ufficio per cercare di convincerlo a tornare sui suoi passi.
Senti, gli ho consigliato nel tono pi conciliante e neutro possibile, dille che, se vuol venire, venga, ma lasci a casa lui.
All'altro capo del filo c' stato un lungo silenzio.
No, ha risposto Billy in tono piatto.
Speravo di riuscire a fargli passare l'arrabbiatura abbastanza da invitare la mamma alla cerimonia, ma non c' stato verso; avrei dovuto prevederlo, visto che ha sempre avuto la testa dura, sin dal giorno in cui  entrato nella nostra vita ventidue anni fa.
Da piccolo, le due cose che entusiasmavano di pi mio fratello a proposito della nostra famiglia erano che il nonno materno, Antonio Cappuccino, fosse stato un famoso gangster e che mio padre avesse combattuto nella seconda guerra mondiale.
Hai ucciso tanti tedeschi, pap?, gli chiese una volta timidamente.
Pap era seduto da solo a capotavola e mangiava un hamburger per pranzo. Faceva una pausa dall'una alle due e nei giorni in cui eravamo a casa noi ne approfittavamo per tempestarlo di domande, una pi astrusa dell'altra.
Solo dei giapponesi, rispose lui in tono pacato. Non arrivai mai in Europa perch rimasi ferito nel Pacifico. Di una cosa si poteva stare sicuri con nostro padre: che qualunque cosa gli si chiedesse, diceva sempre la verit, per quanto dolorosa potesse essere. Era una questione di coerenza, anche se a volte metteva paura.
Ti avevano fucilato, mica?, domand Billy con gli occhi sgranati, entusiasmandosi.
Sparato, vuoi dire? No, fui colpito dai frammenti di una bomba. Uno alla testa e uno alla gamba.
Mio fratello fece una faccia delusa.
Uccidere  una brutta cosa, continu mio padre con quel suo tono distaccato. Orribile. Una volta fui costretto a uccidere un giapponese con la baionetta. Poveretto, era morto di fame, ma correva verso di me gridando, con la baionetta puntata. Gli presi il portafoglio, dopo. Giunse le mani, poi le riapr come un libro. Dentro c'era la fotografia
di una ragazza con un bambino in braccio. Indic il palmo sinistro. Non capii che cosa c'era scritto sul retro perch era giapponese... Povero cristo. Gli vennero gli occhi lucidi, ma per il resto rimase impassibile. Si asciug le lacrime con indifferenza mentre Billy lo fissava perplesso e un po' imbarazzato.
Ho giurato che non ammazzer pi nessuno. Penso che lo rifarei soltanto se qualcuno cercasse di fare del male a voi o a vostra madre. Lo disse in tono neutro, gli occhi verdi pieni di determinazione, a enfatizzare le sue parole. Non avevo il minimo dubbio che l'avrebbe fatto. Solo per salvare voi, lo rifarei. E non aggiunse altro.
Mio fratello non amava le manifestazioni di emotivit.
Impallidiva e abbassava gli occhi se qualcuno alzava la voce, piangeva o supplicava. Le uniche volte in cui lo vidi lasciarsi andare fu guardando le comiche, come quelle di Charlie Chaplin o Stanlio e Ollio. Si sedeva davanti alla televisione con gli occhi sgranati e si leccava le labbra, preparandosi alla sghignazzata successiva. Diventava rosso come un peperone e rideva talmente forte, agitando i piedi per aria, che a volte cadeva dalla sedia. Era pi divertente guardare lui che i film, che a me sembravano idioti, come non mancavo di fargli notare appena potevo. Non riesco a credere che ti piacciano quelle stupidaggini, sibilavo e lui mi guardava avvilito come un cane che sa benissimo di aver fatto qualcosa di male e si prepara a ricevere la punizione. Oh, come lo odiavo, quando mi guardava a quel modo.
Il primo mese di scuola materna all'Ecole de Lorraine non and affatto bene, per Billy. I miei genitori mi avevano chiesto di tenerlo d'occhio, ma io mi vergognavo di lui.
Sin dal primo giorno la maestra lo aveva preso di mira e appena se ne presentava l'occasione lo prendeva in giro.
Non riusc mai a piegarlo, per, e fin per detestare quella sua aria da cane bastonato ancora pi di me. Un giorno che Billy aveva pasticciato i suoi album, la maestra lo prese per un orecchio, lo port nel corridoio e lo mise in castigo con la faccia contro gli attaccapanni. Poi torn in classe e si volt verso di noi fregandosi le mani, soddisfatta.
Quell'episodio scaten in me sentimenti contraddittori.
Odiavo la maestra e avrei voluto picchiarla, prenderla a morsi e gridare che non era giusto. Ma mi sentivo anche talmente al sicuro, talmente invisibile nella mia neutralit che le ero grata di non aver preso di mira me. Cos non dissi una parola.
Da quel giorno Billy pass molto tempo con la faccia contro il muro, fuori della porta.
Circa un mese dopo mia madre mi prese da parte e mi chiese preoccupata: Come va Billy a scuola?.
Non lo so, risposi, alzando le spalle. Mademoiselle Fournier lo manda sempre nel vestiaire.
Come sarebbe? Che cos' il vestiaire?. Aveva sbarrato gli occhi e le tremavano le labbra.
Il posto dove appendiamo i cappotti, no?.
E perch?, s'indign mia madre.
Perch non lo pu soffrire. Non pu soffrire nessuno.
Mia madre and in camera di Billy e io la seguii. Stava giocando con il suo fortino e i soldatini di piombo nordisti e sudisti dipinti a mano che mio padre aveva fatto arrivare apposta da FAO Schwarz di New York. Nostro padre ammirava molto Robert E. Lee e le sue truppe (sebbene ci avesse fatto notare che stava dalla parte dei nordisti) e Billy si era schierato con lui. Aveva allineato tutti i soldatini blu da una parte del forte e quelli grigi dall'altra e sembrava incerto su chi far vincere nella battaglia di quel giorno.
Billy, perch non mi hai detto che mademoiselle Fournier ti manda nel vestiaire?.
Non so, disse mio fratello, fissando i soldatini. Per quanto mia madre cercasse di farlo parlare, non apr bocca.
Il pomeriggio successivo la mamma venne a prenderci a scuola. Eravamo nel cortile, in fila sulla ghiaia polverosa insieme ai nostri compagni ad aspettare le mamme e le tate.
Siccome di solito veniva a prenderci Candida, rimanemmo sorpresi nel vedere nostra madre.
Con passo deciso si avvicin a mademoiselle Fournier, una donna di et indefinibile con i capelli scuri che sembravano lana d'acciaio e, nel suo francese quasi incomprensibile, disse: Mademoiselle, perch mio figlio  sempre nel vestiaire?.
Pardon?, chiese mademoiselle Fournier con aria sprezzante.
Non faccia finta di non capire, ribatt mia mamma.
Channe, per piacere, vieni a tradurre?.
Ma mre voudrait savoir pourquoi mon frre est toujours dans le vestiaire, dissi, guardando la maestra.
Mademoiselle Fournier si rivolse a mia madre con fare altezzoso e rispose: Be', oggi perch ha buttato la sabbia negli occhi di un compagno.
Sabbia?, domand mia mamma. Sabbia? Come sarebbe?.
Oui, du sable, parfaitement. Indic il cortile coperto di ghiaia. La mamma si chin, ne raccolse un po' con la mano guantata e la gett in faccia alla maestra.
Gliela butto io a lei la sabbia in faccia, brutta megera che non  altro!, esclam in inglese. Tutte le altre mamme e i bambini si voltarono. Mademoiselle Fournier lanci un grido e si port le mani agli occhi, mentre nostra madre ci prendeva per mano e ci conduceva a grandi passi oltre il portone della scuola.
Il giorno dopo eravamo iscritti all'cole Internationale Bilingue.
Una caratteristica straordinaria di mio fratello era che, sebbene io tendessi a non espormi per proteggerlo quando era in difficolt, lui mi difendeva sempre a spada tratta.
Quando avevamo sette anni, un nostro compagno di scuola che si chiamava Didier un giorno di autunno, durante la ricreazione, mi alz la gonna grigia a pieghe fra le risa e gli schiamazzi degli altri maschi l intorno.
Dio solo sa se me lo meritavo, civetta com'ero. Didier era uno di quelli che non lasciavo mai in pace. Mi piacevano da matti i maschi con l'aria ribelle e Didier era il pi ribelle di tutti. La maestra poteva dirgli mille volte d'infilarsi la maglietta nei pantaloni, lui ce l'aveva sempre fuori. Era pieno di lividi e graffi e aveva sempre un calzino grigio su e uno gi e i capelli arruffati. Il giorno prima gli avevo concesso di baciarmi dietro a una statua e adesso lui mi aveva tirato su la gonna. Che ingiustizia!
Mio fratello mi venne vicino un po' imbarazzato, mentre piangevo per l'umiliazione su una panchina di pietra, in disparte.
Frequentavamo lo stesso anno, ma in sezioni diverse, e ci vedevamo soltanto durante la ricreazione, in un lungo viale alberato del Champ de Mars, ai piedi della Tour Eiffel. Gli raccontai tutto fra i singhiozzi, mentre lui mi osservava accigliato.
Chi  stato?, mi chiese guardando il gruppo di bambini in lontananza. Avevano ripreso a giocare e correvano in tondo ridendo scatenati. Si erano gi dimenticati tutto.
Puntai l'indice contro Didier, che era pi alto degli altri di tutta la testa; era grande e grosso, per essere francese.
Mio fratello li osserv per un momento, meditabondo, poi disse: Be', adesso gli vado a parlare io.
Sospir, s'infil le mani in tasca e si avvi verso il gruppetto.
Molto preoccupata, lo seguii a distanza: era chiaro che Billy ormai aveva deciso e cercare di dissuaderlo non sarebbe servito a niente.
And dritto a toccare Didier sulla spalla. Per fortuna erano pi o meno della stessa taglia. Dichiar: Je m'appelle Billy Willis et tu viens d'attaquer ma soeur. Mi chiamo Billy Willis
e tu hai appena dato fastidio a mia sorella.
Didier si volt di scatto, il gioco s'interruppe e cadde il silenzio.
Io rimasi qualche passo indietro.
Se le chiedi scusa, non ti pesto, continu Billy calmissimo.
E perch dovrei?, fece Didier, guardandolo in tralice e girandosi a cercare sostenitori. Ma gli altri bambini non volevano immischiarsi, anche perch erano tutti pi piccoli e, con mio grande sollievo, si tirarono indietro.
Conto fino a tre, minacci Billy. Didier si mise le mani sui fianchi e batt un piede per terra, nervoso.
Un, deux, trois, disse Billy. Poi si esib in una specie di mossa di judo e atterr Didier con uno sgambetto.
Scusa, fece poi tendendogli la mano per aiutarlo a tirarsi su. Didier lo ignor.
 solo che non voglio che si dia fastidio a mia sorella.
Didier si ripul il fondoschiena con le mani.
Chiudiamola qui, disse quindi, voltandosi. Date le circostanze, era la cosa pi giusta da fare.
Dove hai imparato?, sussurrai a Billy mentre ci allontanavamo.
Arross e mi spieg che alle otto del sabato mattina c'era un programma di judo alla televisione. Avrei preferito non farlo. Mi  sembrato un tipo a posto.
Di', da che parte stai?, gli chiesi, dandogli una piccola gomitata.
Tra di noi era sempre cos: lui mi difendeva non tanto perch mi adorava al punto di credere che io avessi sempre ragione, ma per principio. Erano ormai tre anni che gliene facevo di tutti i colori, con l'aiuto di Candida che a ogni bisticcio gli mollava uno schiaffone.
Pap mi aveva proibito di picchiarlo e Billy non alzava mai le mani; anche se a volte mi faceva lo sgambetto o mi immobilizzava a terra, non mi faceva mai male. Invece lui aveva la faccia piena dei graffi che gli davo e dei segni dei miei morsi. Non che io avessi il permesso di graffiarlo o di morderlo, ma questo per me non contava.
Certe volte, quando era davvero arrabbiato, mi buttava per terra, mi si sedeva sulla faccia e scoreggiava. Se non era abbastanza veloce, si beccava un morso nelle chiappe, ma questo succedeva raramente. Io diventavo matta.
Se la mamma ci beccava a picchiarci, prendeva sempre le sue difese, immagino per compensare il fatto che io avevo Candida dalla mia parte. Di solito aveva ragione, ma io ricordo solo le volte in cui castig me nonostante fosse tutta colpa di Billy. Ero convinta che volesse pi bene a lui che a me e mi arrabbiavo con me stessa perch non riuscivo a farmi amare di pi.
Se la mamma chiedeva a Billy come si era procurato un graffio nuovo sulla faccia, lui le diceva che era stato uno dei gatti siamesi. Non faceva mai la spia, forse per via degli anni passati nell'orfanotrofio, dove probabilmente i piccoli si spalleggiavano contro i grandi e se uno aveva un po' di dignit teneva la bocca chiusa.
Mi dispiaceva che lui pensasse di dovermi difendere solo perch ero sua sorella e non perch mi voleva un bene dell'anima.
Ma lo apprezzavo comunque.
Quella primavera a scuola ci fecero fare un test attitudinale, dal quale risult che Billy non sapeva n leggere n scrivere in francese.
Madame Beauvier, la directrice, telefon a mio padre, il quale si
precipit a scuola furibondo.
Io ero in classe al piano di sopra, ma sentii le sue grida che rimbombavano nei corridoi.
Che razza di scuola  questa, se vi accorgete soltanto dopo tre anni che un bambino non sa n leggere n scrivere?
E LA SMETTA DI GUARDARMI CON QUELLA FACCIA DA SEPOLCRO
IMBIANCATO, PERCH MI VIENE VOGLIA DI METTERLE LE MANI
ADDOSSO, SA?.
Quel pomeriggio in macchina, estasiata all'idea di essere pi brava di Billy, gli chiesi malignamente se era vero che non sapeva n leggere n scrivere.
Lui alz le spalle, come se morisse di noia, e guard fuori del finestrino, impassibile.
Mancava solo qualche settimana all'inizio delle vacanze estive e Billy continu a venire a scuola fino all'ultimo, snobbato da tutti, maestri e compagni.
Una bambina americana, Susan, sdolcinata da far vomitare, alta e magra, con gli occhi scuri, che era la preferita dei ragazzi perch sapeva le parole delle canzoni e conosceva un sacco di giochi che aveva imparato dagli scout, un giorno mi venne incontro nel corridoio e mi fece: Mi dispiace.
Ho saputo che tuo fratello  ritardato. Lo disse con una voce tanto tragica che sembrava fosse appena morto qualcuno. Evidentemente ci godeva, quasi quanto ci avevo goduto io a infierire su Billy quel giorno in macchina.
Per un istante odiai sia lei sia me stessa.
Le risposi: Cosa ne vuoi sapere, tu, che sei una cazzona?.
Non avevo idea di che cosa volesse dire, ma sapevo che era una parolaccia terribile perch una volta che mio padre l'aveva detta, mia madre lo aveva sgridato. Per la miseria, Bill, aveva detto. Non dire parolacce davanti ai bambini. Che figura ci facciamo se poi le vanno a ripetere ai figli degli ambasciatori snob che frequentano la loro scuola?.
Neanche Susan evidentemente sapeva che cosa voleva dire, perch fece una faccia confusa e si limit a guardarmi dall'alto in basso, sospettosa. Probabilmente aveva paura che io sapessi qualcosa che lei ignorava (e sarebbe stato davvero cosa rara), cos lasci perdere. Il giorno dopo, per, la mamma di Susan telefon alla scuola per
lamentarsi. La direttrice mi mand a chiamare e mi preg cortesemente di astenermi dall'usare un simile turpiloquio nella sua scuola, ma non mand a chiamare mio padre, presumibilmente per evitare un'altra spiacevole discussione come quella seguita al fiasco di mio fratello.
Quell'estate andammo in America e i miei genitori portarono Billy da uno degli psichiatri pi famosi e pi cari di New York. Molti anni dopo, in un bar di Long Island mio fratello mi raccont la sua versione. Era un periodo, poco dopo la morte di mio padre, in cui andavamo particolarmente d'accordo.
Ogni tanto Billy mi chiedeva di uscire a bere qualcosa insieme, perch l'alcol gli scioglieva la lingua e gli dava il coraggio di confidarmi cose che altrimenti non mi avrebbe mai detto. Mi rivel cos che non imparare a leggere in francese era stata una scelta deliberata da parte sua: voleva essere il pi americano possibile e aveva deciso d'imparare a leggere e scrivere soltanto in inglese. Il corso d'inglese, per, all'Ecole Internationale Bilingue cominciava solo al terzo anno.
I miei non credevano molto nella psichiatria, ma non videro altra soluzione, dal momento che Billy si rifiutava di discutere con loro del suo problema, sebbene ci avessero provato nel modo pi sereno possibile.
Billy, gli aveva detto mia madre, cos' questa storia?
Tu, che sei uno dei bambini pi intelligenti che io abbia mai visto, avresti dei problemi di apprendimento? Balle.
Cosa c' che non va?.
Billy l'aveva guardata con i suoi occhioni annoiati e aveva alzato le spalle.
A New York gli fecero dei test studiati apposta per i bambini con problemi di apprendimento, mentre mia madre parlava a quattr'occhi con lo psichiatra della storia della nostra famiglia. Fu schietta e sincera e spieg al dottore che mio padre era uno scrittore con un'intensa vita sociale e che lei, di conseguenza, era spesso fuori casa e delegava a Candida, la tata portoghese, molti dei compiti che le sarebbero spettati. Raccont allo psichiatra che lei e pap facevano in modo di cenare con noi almeno due volte la settimana e che ogni domenica uscivamo tutti insieme.
Nella sala d'attesa, Billy not che la mamma era nervosa perch le tremavano le labbra e si convinse, nonostante lei e pap gli avessero ripetuto mille volte che era solo una prova per capire come mai non aveva imparato a leggere e a scrivere, che gli americani volessero accertare se i suoi genitori adottivi erano in grado di tenerlo. In quelle poche settimane si era fatto un'idea di come doveva essere la famiglia americana modello guardando in religioso silenzio The Brady Bunch, Leave It to Beaver e altri programmi televisivi nella nostra camera d'albergo.
Secondo me noi assomigliavamo di pi alla Famiglia Addame, mi disse
dopo lunga e attenta meditazione.
Dai test psicologici risult che Billy non aveva alcun disturbo dell'apprendimento; quindi venne il momento del colloquio.
 molto importante che tu mi dica la verit, gli raccomand lo psichiatra. Billy fece disciplinatamente di s con la testa.
Come vanno le cose in famiglia?, gli domand quindi.
Molto bene, rispose Billy. La mamma ogni mattina prepara la colazione, fa le pulizie e il bucato, lucida le scarpe, poi va a fare la spesa e prepara il gouter alle quattro e la cena alle sette e mezzo.
Lo psichiatra rimase perplesso.
Cucina bene?.
Billy riflett un momento prima di rispondere. No.
Parlami di tuo padre.
Una volta ha ammazzato uno con la baionetta e ha detto che lo rifarebbe, se qualcuno cercasse di portarmi via da lui, rispose in tono piatto.
Nessuno vuole portarti via, gli disse con dolcezza lo psichiatra. Billy lo guard male, niente affatto convinto.
Ti piace la scuola che frequenti? I tuoi compagni? E i maestri?.
Cosa vuole, sono francesi..., rispose con patriottico sdegno. Io preferirei vivere in America.
Perch?.
Perch la televisione  molto migliore. Anche le caramelle sono pi buone. E poi noi siamo americani.
Dopo quel colloquio il dottore consigli a mia madre di
passare pi tempo a casa con noi e disse che Billy soffriva di una crisi d'identit circa la sua nazionalit. La cura migliore, secondo lui, sarebbe stata iscriverlo in una scuola americana.
I miei genitori incominciarono subito a spedire lettere.
Alla fine dell'estate, esclusivamente per posta, Billy era stato accettato in una scuola privata americana a Parigi.
Pap cerc di spiegarci come mai vivevamo in Francia.
Vedete, esord, vostra madre in America vuole stare solo a New York e io a New York non riesco a scrivere. C' troppa confusione, troppe distrazioni. Ci guard, aspettandosi una qualche reazione. Noi lo fissavamo perplessi.
Torneremo in America quando sarete pi grandi e troveremo un posto a met strada fra New York e la pace e la tranquillit. Se stessimo troppo tempo in Francia diventereste degli spostati europei come i figli dei nostri amici, che non sanno nemmeno pi chi sono.
Tornammo a casa a bordo della SS France alla fine dell'estate e nostra madre ci rivel che forse era incinta. E incredibile, disse. Il medico mi ha detto che avevo una possibilit su mille di rimanere di nuovo incinta. Be', sono quasi al terzo mese. Sareste contenti di avere un fratellino o una sorellina?.
Sembrava entusiasta di quella fortuna inaspettata.
Io ero sgomenta. Prima quel somaro di fratello con cui non era nemmeno divertente giocare e adesso un altro?
pensai. E se Candida poi vuole pi bene a quello che a me?
Candida quell'estate era andata in Portogallo a trovare la madre e ci aveva mandato cartoline nel suo francese maccheronico con frasi tipo: Channe, mia beb, mi manchi, non vedo ora di rivederti a casa. Tanti baci a tuti.
Sulla SS France nostro padre prenotava sempre due cabine minuscole nei recessi della classe turistica e poi, siccome era uno scrittore famoso e sapeva dare le mance alle persone giuste senza offendere nessuno, lo steward ci faceva spostare in due cabine libere sul ponte passeggiata. Mio padre pagava, per questo favore, ma gli veniva a costare molto meno che se avesse prenotato le cabine direttamente sul ponte passeggiata. Ma non lo faceva per risparmiare: gli piaceva da matti fregare il Sistema, diceva.
Il ponte passeggiata era il pi bello di tutti, pur essendo
in seconda. Ai nostri genitori non andava la prima classe, che trovavano troppo snob e noiosa. Mio padre per si procurava sempre un passe-partout per la piscina, la sauna e il salone di bellezza di prima.
Nella piscina di seconda classe, all'aperto, sul ponte pi alto della nave, Billy giocava con i bambini pi piccoli. Il rollio della nave spostava l'acqua della piscina da una parte e dall'altra e Billy nuotava verso il centro seguito da una frotta di bambinetti in maniera che non si facessero male.
Gli spiegava come bisognava fare con le onde e si metteva dalla parte meno profonda per prenderli quando si tuffavano, ridendo a crepapelle. A uno insegn addirittura a nuotare senza salvagente. Vedi, gli spieg con dolcezza, tenendolo per la vita, anche il tuo corpo  pieno d'aria, come una boue.
Perch giochi con i bambini pi piccoli, Billy?, gli chiesi un giorno con un certo disprezzo.
Corrucciato, mi rispose: Devo imparare a fare il fratello maggiore. Siccome sono sempre stato il minore, mi devo esercitare. Gli sembrava la cosa pi ovvia del mondo. Io cominciai a immaginarmelo in combutta con il fratellino o la sorellina per rendermi la vita ancora pi impossibile.
Mia madre perse il bambino al terzo mese e Billy fu tristissimo per settimane.
Le nostre camere erano separate da un arco; una notte mi svegliai e lo sentii singhiozzare. Andai di l e mi sedetti sul suo letto. Nei primi tempi quelle crisi di pianto nel cuore della notte erano frequenti, ma ultimamente erano quasi scomparse.
Cos'hai?.
Il bambino se n' andato perch ci sono io e non c' posto anche per lui.
Figurati! Non  vero niente. Guarda quanto spazio abbiamo.
 solo che la mamma  malata.
Era come quando cercavo di fargli cambiare idea: non c'era niente da fare. Lo scossi per una spalla.
Piantala, piantala. Hai capito? tu non c'entri niente.
Allora forse c'entri tu. Sei talmente odiosa che non  voluto venire a vivere in questa famiglia.
Fu come uno schiaffo, un colpo diritto al cuore.
La scuola americana di Billy, che secondo mio padre costava quanto una macchina nuova all'anno, non aveva la refezione, cos Candida doveva preparargli un panino tutte le mattine. Tagliava una baguette in quattro, ne prendeva un pezzo e lo farciva con burro e prosciutto oppure con burro e frittata. In fatto di panini, Candida non aveva molta fantasia.
Dopo circa un mese, i miei genitori ricevettero la seguente lettera dalla scuola di Billy: Gentili signori Willis, non eravamo al corrente del fatto che vostro figlio frequentasse la nostra scuola grazie a una borsa di studio concessa dall'ambasciata o da altro ente americano.
Ci dispiace vederlo zitto in un angolo durante la pausa per il pranzo senza niente da mangiare. Billy rifiuta persino il mezzo panino che gli offre il suo compagno di banco, Davey Smith. Ci permettiamo pertanto di suggerirvi il nostro Programma per i Bisognosi, di cui si avvalgono molti dei nostri alunni i cui genitori non hanno la possibilit di fornire loro un pranzo al sacco. Tale programma prevede una dieta equilibrata e una pastiglia di vitamine al giorno, senza costi supplementari.
Distinti saluti.
Harriet Mackenzie Responsabile del Programma per i Bisognosi.
I nostri genitori rimasero stupefatti.
Pap era furibondo perch, essendo nato povero, non sopportava che si sprecasse la roba da mangiare. La mamma era fuori di s al pensiero che quegli snob di ambasciatori, pensassero che eravamo poveri in canna. E, secondo pap, finch non avesse finito il libro, lo eravamo davvero. Appena ne finiva uno era tutto contento e il giorno dopo cominciava a preoccuparsi di doverne cominciare subito un altro perch altrimenti non ce l'avremmo fatta. Se lui si preoccupava, ci preoccupavamo anche noi bench, con il senno di poi, mi sembri che quelli in cui pap si angustiava tanto per la nostra situazione finanziaria siano stati gli anni pi sereni e spensierati della nostra vita.
Mio padre entr in camera di Billy con l'aria truce. Sembrava King Kong. Billy, cosa ne fai dei panini che ti prepara Candida?.
Billy non era scemo e sapeva quando era il momento di capitolare.
Li do a un clochard che dorme nella stazione della metropolitana vicino alla scuola.
Perch?.
Riflett un attimo, prima di rispondere: Candida fa dei panini schifosi.
Questo lo credo, comment mio padre. Tutte le volte che Candida gli preparava un hamburger per pranzo lo sentivamo brontolare che lo aveva schiacciato troppo mentre cuoceva, facendo uscire tutto il sugo. Le aveva mostrato come cucinarli un sacco di volte, ma non c'era stato verso. Forse lo fa apposta, diceva lui, con l'aria disgustata.
Un giorno aveva alzato la voce: questa  una suola di scarpa, cazzo!. E aveva buttato contro il muro l'hamburger, che era rimbalzato a terra senza rompersi n lasciare macchie.
Intuendo che pap non voleva sgridarlo per via dei panini, Billy s'infervor.
E poi tutti i miei compagni si portano un cestino bello colorato. Fece segno con le mani per indicarne le dimensioni.
Con dentro dei sandwich di pan carr con burro di noccioline e gelatina, patatine fritte e roba cos. Certi addirittura con tonno e maionese.
E Candida invece cosa ti d?.
Baguette imburrata con la frittata oppure il prosciutto.
Ma con la frittata il pane s'inzuppa e fa schifo. E poi sembro francese, con quei panini nella cartella.
E perch non me l'hai detto prima?.
Billy si strinse nelle spalle, con gli occhi bassi. Non volevo che Candida si arrabbiasse.
Be', Marcella, disse pap rivolgendosi alla mamma,
dovremo andare allo spaccio a comprare un po' di burro di arachidi e altre schifezze americane.
Da allora in poi, il processo di americanizzazione di Billy non conobbe intoppi.
Non ho mai capito perch le cose accadono quando accadono e non so esattamente perch rimanemmo in Francia quindici anni e poi abbandonammo tutti, compresa Candida. Tornammo a casa, e comprammo una villa a Long Island con i soldi ricavati dalla vendita della casa di Parigi. Era proprio come voleva pap: abbastanza vicina a New York per mia madre e abbastanza lontana per lui. Imparammo ad apparecchiare la tavola, lavare i piatti e tenere in ordine, ma non senza brontolare. Era semplice: o facevamo i piatti e tenevamo in ordine, oppure non facevamo nient'altro. Dopo pranzo e cena pap, un po' per scherzo e un po' sul serio, faceva come nell'esercito: passava l'indice sul piano della cucina e, se trovava una macchia o una briciola, ci obbligava a ricominciare daccapo.
Con il trasferimento in America, che coincise con un notevole peggioramento delle sue condizioni di salute, mio padre cominci a parlare della sua famiglia, di cui fino ad allora ci aveva raccontato poco o niente. Sapevamo soltanto che se n'era andato di casa a diciotto anni e si era arruolato nell'esercito, tagliando i ponti con i suoi. Adesso parlava con rimpianto di suo fratello e sua sorella, che erano morti tutti e due per problemi di cuore.
Un giorno eravamo in giardino a passeggiare. Il cielo sembrava stanco e sbiadito e la terra era tanto dura e ghiacciata che l'erba scricchiolava sotto i nostri piedi. Le foglie erano cadute tutte mentre pap era all'ospedale. Mi stava spiegando i lavori che avrebbe voluto fare, dove avrebbe messo la piscina e una pergola di vite, la primavera successiva.
Poi cominci a raccontarmi di sua sorella, Charlotte-Anne,
che era morta a venticinque anni. Sai, mi disse,
bisticciavamo spesso. Litigavamo in maniera terribile. Io ero geloso perch mia madre la viziava; ce l'aveva con me, mia madre, perch non la capivo e pensavo che fosse una stronza. Mor quando ero alle Hawaii nell'esercito e non chiesi nemmeno una licenza. Quando mor Charlotte-Anne, invece, avevo trent'anni e non avevamo mai fatto la pace.
Non ci siamo mai spiegati ed  una delle cose che rimpiango maggiormente nella vita. Non sapr mai quanto le volevo bene. Per questo mi arrabbio, quando tu e Billy litigate.
Avevo gli occhi lucidi; mi mise un braccio intorno alle spalle e mi disse di non piangere. Disse che per fortuna avevo una vita davanti per essere pi gentile con mio fratello.
Non so neppure perch lui e la mamma scelsero proprio una fredda e ventosa sera di febbraio per raccontarmi la vera storia di Billy, intorno al tavolo di rovere che ci eravamo portati appresso dalla Francia insieme al resto dei mobili.
A cena avevano bevuto parecchio vino. Mio padre aveva appena finito un capitolo particolarmente complicato del suo libro e avevamo festeggiato, nonostante gli avessero proibito di bere alcolici, vino compreso.
Billy era gi andato a letto da un pezzo; stava vivendo quella che pap chiamava l'et ingrata. Probabilmente avevamo accennato a questa crisi, di Billy, quando a un certo punto mio padre si appoggi al tavolo e, rivolgendosi a me, disse: Voglio raccontarti una cosa, ma devi giurarmi su Dio di non dirla mai a nessuno.
Mi sentii gelare. Pensavo che volesse parlarmi del suo testamento.
Giuro, dissi, con la voce carica di tensione.
Vedi, esord dolcemente, sono anni che dico a Billy che, se vuole, gli racconto dei suoi genitori, ma lui preferisce non sapere. Gli ho promesso che, quando gli verr voglia, non avr che da chiedermelo.
Perci tu non ne devi parlare con nessuno finch Billy non lo sapr e ti dar il permesso. Se io non ci sar pi, almeno potr chiederlo a te.
Ogni espressione spar dal viso di mia madre che, imperturbabile come una maschera, sussurr: Abbiamo avuto tanta paura. Il primo anno tutti i mesi veniva un assistente sociale a controllare. Vivevamo nel terrore che la mamma di Billy cambiasse idea e ce lo portasse via. Sai, avevamo fatto le cose in maniera illegale, perch in Francia alle coppie che hanno gi figli non  permesso adottare un bambino. E per di pi eravamo americani....
I genitori di Billy allora non sono morti?, domandai, sbigottita.
Marcella, posso raccontarle io la storia?, chiese con calma mio padre. La mamma aveva la pessima abitudine di anticipare sempre il finale, quando raccontava qualcosa.
No, non sono morti, rispose mio padre.
Non ero arrabbiata con loro, anzi, mi sentivo in qualche modo privilegiata. Avevo la sensazione che quella fosse l'occasione di una vita e temevo che il giorno dopo, ripensandoci, magari si pentissero di avermene parlato.
Non conoscemmo mai il padre, ma la madre s, continu pap. Dopo un anno la pregai di lasciarcelo adottare.
Perch, vedi, lei non era sicura di volerlo abbandonare.
Quando era nato Billy aveva soltanto quindici anni. Capisci?
Quindici anni. Si ferm, come se non riuscisse ancora a capacitarsene. La tua et, aggiunse poi serio.
Mi mossi a disagio sulla sedia, ma lui prosegu.
Era di una famiglia bene, che la port in un posto tranquillo a partorire di nascosto. Ma lei si rifiut di dare il bambino in adozione, Dio solo sa perch. Forse per testardaggine.
Anche la coppia francese che lo prese in affidamento nei primi due anni era di estrazione sociale piuttosto alta.
Erano anche ricchi: lui era uno scrittore e io lo conoscevo per questo. Non potevano avere figli. Poi la moglie si suicid e lui non se la sent di tirare su Billy da solo e lo mise in un istituto. A quel punto toccava alla vera madre di Billy decidere che cosa farne.
Io non capisco la gente cos, intervenne mia madre.
Come si fa a mettere un bambino in un istituto solo perch tua moglie si  ammazzata?.
Ci offrimmo di prenderlo subito, appena lo venimmo a sapere, ma ci vollero sei mesi per avere l'autorizzazione.
Per sei mesi vivemmo nell'incertezza. La madre non voleva che Billy stesse in un istituto, ma non voleva nemmeno riprenderselo e la burocrazia avrebbe impiegato comunque dei mesi, anche con una famiglia diversa. Perci dovevamo convincerla ad aspettare.
Quando la conoscemmo, Billy stava con noi gi da un anno. Era una ragazza alta e magra, con i capelli biondo cenere, una bellezza classica. Studiava legge alla Sorbona.
Molto composta, al limite della freddezza. Sai a chi assomigliava?
A Catherine Deneuve da giovane. Disse che aveva letto i miei romanzi. In francese, naturalmente. Le mie storie le sembravano brutali, disse. Ma sincere.
Mio padre rise, socchiudendo gli occhi. Per un attimo parve immerso nei suoi pensieri.
Intervenne mia madre: La invitammo a prendere il t e pregammo Candida di portarvi al Jardin d'Acclimatation e di non tornare a casa fino all'ora di cena... Se rimanessi incinta ce lo diresti subito, vero?, mi chiese poi, come se le fosse venuta un'improvvisa paura. Feci una smorfia come a dire: Non diciamo scemenze, mamma.
La supplicai di lasciarci Billy, per il suo bene, e le giurai che gli avrei fatto fare la vita migliore che potevo, spieg mio padre.
E lei comment: "Migliore, certamente, di quella che potrei fargli fare io".
Una settimana dopo ci incontrammo in un caff e mi diede il diario che aveva tenuto durante la gravidanza. Disse che forse avrebbe chiarito un po' la situazione a suo figlio, lo avrebbe aiutato a capire da dove veniva. Io non l'ho mai letto.  di Billy. Se mai lo chiedesse, Channe,  in cantina in una busta con il suo nome. Ma tu non devi toccarlo, almeno finch non te lo chiede lui.
Da quel giorno guardai Billy con occhi diversi. Era un po' come scoprire la radice di una parola che pensavi di conoscere benissimo. A volte si crede di conoscere bene una cosa e poi di colpo ci si rende conto che  totalmente diversa.
Come la parola cowboy. Da bambina io dicevo cal-boy.
Cow-boy, mi corresse qualcuno. Ah, cow-boy. Ma cosa c'entrano quegli uomini a cavallo, armati di pistola, che davano la caccia agli Indiani, con le mucche?
Mantenni la promessa e non parlai mai con Billy di quel che mi avevano detto.
Fino a quella primavera, avevo avuto a che fare con la morte soltanto una volta, quando ero all'ottavo anno dell'cole Internationale Bilingue. A met ottobre il pap della mia migliore amica, Janet Morgan, era morto di cancro allo stomaco. Era malato da tempo. Quando andavo a giocare a casa di Janet, lei bussava alla porta della camera di suo padre e io entravo a salutarlo e a stringergli la mano.
La stanza, immersa nella penombra, aveva odore d'ospedale: l'aria stagnante sapeva di medicine e di malattia. Il pap di Janet non mi sembrava un essere umano, tanto era smunto e pallido e vecchio.
Il giorno dopo la sua morte, Janet era venuta a scuola e a ricreazione aveva giocato a palla come al solito, aveva mangiato alla mensa come al solito, aveva riso come al solito delle battute cretine dei compagni e aveva cantato le sue canzoni preferite di Elton John nei corridoi. Sally, l'altra mia amica, e io (dall'alto della nostra grande esperienza) ci eravamo scandalizzate della condotta insensibile e indecorosa di Janet e avevamo bisbigliato commenti pieni di disapprovazione alle sue spalle.
Il destino volle che il giorno prima che mio padre morisse un'altra Janet mi accompagnasse da lui in ospedale dopo la scuola. Keith cercava di darmi una mano, ma io lo evitavo. Mi ricordava troppo quello che stavo per perdere. Era primavera inoltrata e si respirava un'aria festosa, il sole batteva tiepido e dorato sul parabrezza e la radio trasmetteva un disco di successo.
Per un momento rimasi impassibile. Janet disse: Vorrei che all'ospedale ci fosse mio padre, al posto del tuo.
Come fai a dire una cosa del genere?.
Dico sul serio. Quel bastardo ci picchia, ma dove nessuno possa vedere i segni. Gli auguro una morte lenta e atroce.
Si alz la camicia e mi mostr un livido enorme sulle costole, poi si volt e mi fiss attraverso gli occhiali con la sua faccina pallida e le labbra strette.
Era a questo che pensavo quando entrai nella camera sterile da mio padre. Sai la mia amica Janet?, gli dissi. Ho appena scoperto che suo padre la picchia?. C'era un'ombra d'isterismo nella mia voce. Parlammo soltanto di Janet e di come potevo aiutarla. Pap mi disse che, a parte chiamare la polizia, c'era ben poco da fare e che anche chiamare la polizia sarebbe servito a poco; anzi, forse suo padre gliele avrebbe date ancora pi forte. Aveva un tono fatalista e io mi sentii del tutto impotente. Pensai che quando fosse tornato a casa avrei invitato Janet e lui le avrebbe parlato e avrebbe risolto tutto.
Quella notte non riuscii a pensare ad altro che a Janet e a suo padre e a immaginarmi una scena sordida che mi si svolgeva davanti agli occhi come un film, con il pap di Janet che alzava le mani minaccioso... Mi si torcevano le budella e mi mancava il fiato, come se fossi su una macchina senza freni lanciata a tutta velocit gi per una discesa.
Il giorno dopo Billy e io rimanemmo seduti vicini nella sala d'attesa dell'ospedale mentre pap lottava contro la morte.
Ci crederesti? Il padre di Janet la picchia, gli dissi pi volte, come se fosse l'unica cosa che contava al mondo.
Che cosa devo fare, Billy? Che cosa devo fare?.
Lui mi guardava con gli occhi cupi e preoccupati, gonfi di lacrime che si rifiutavano di scendere.
Quando arriv la fine, scoppiai in una risata isterica, incontrollabile.
Non riuscii a smettere di ridere nemmeno dopo dieci milligrammi di Valium, tanto che il dottore me ne diede dell'altro. Lo propose anche a Billy, che non accett.
Quell'estate ci rivolgevamo a stento la parola. Keith e io ci lasciammo e mi pareva di non provare pi nessuna emozione per nessuno. Gli amici di famiglia facevano i turni per tenere d'occhio mia madre, che era precipitata in una crisi di torpore alcolico, nel pi totale distacco da noi e dal mondo. Io la disprezzavo. Pensavo che fosse la persona pi egoista che avessi mai conosciuto. Non hai il diritto di comportarti a questo modo, le dicevo guardandola dall'alto in basso, mentre lei stava sdraiata sul divano nel soggiorno.
Sei un mostro!, mi rispondeva lei con una voce stridula da bambina. Pensi solo a te stessa.
Non mangiavo niente e cominciai a uscire tutte le sere e a fermarmi nei bar fino all'ora di chiusura. Sembra incredibile, ma io e i miei amici eravamo tutti minorenni e andavamo in giro a bere senza che nessuno ci dicesse niente.
In quel periodo Billy, solo nella sua stanza, solo nel giardino a potare cespugli e alberi, nel giro di tre mesi si trasform in un uomo alto, forte e bello.
Alla fine di agosto, una sera che avevo bevuto troppo tornai a casa con la macchina di mio padre con i finestrini abbassati. Nell'aria c'era gi un primo accenno di autunno e improvvisamente mi sembr che la mia paura avesse riempito tutta la macchina.
Mi misi a pensare alle due Janet. Dopo la morte di suo padre, la prima aveva cominciato a inventarsi delle storie
orribili di cui nessuno capiva il perch: diceva che io ero andata a letto con mio fratello, che il pap di Sally aveva delle altre donne e che la madre di Sally aveva cercato di tagliarsi le vene. E cos via.
La seconda alle feste si faceva scopare da tre o quattro giocatori di football per volta e si appartava con chiunque le offrisse una birra o un sorriso. Il dolore non si manifesta mai nel modo in cui ti aspetti. La prima reazione  la fuga.
Quando ero ubriaca, come in quel momento, mi si presentava una sola immagine, dolorosamente chiara: gli occhi verdi di mio padre che si annebbiavano e guardavano il soffitto mentre le nocche gli diventavano bianche nella mano di mia madre e io ridevo, ridevo e non riuscivo pi a smettere.
Mi misi a gridare Perch?, con tutto il fiato che avevo in corpo. Sapevo che la mattina dopo, passata la sbornia, avrei cercato di farmi tornare in mente quell'immagine e non ci sarei riuscita.
Ci sarebbe voluto molto, moltissimo tempo prima che la vita potesse riprendere a scorrere normalmente. E di colpo mi resi conto che forse non sarebbe mai pi successo.
Colta dal panico, corsi su per le scale e bussai alla porta di Billy. Cosa c'? Chi ?, chiese lui con voce confusa, assonnata.
Sono io?, gridai.
Vieni, borbott.
Mi sedetti sul bordo del letto al buio, come avevo fatto tante volte da bambina. Avrei voluto spiegarmi con calma, ma non mi usc neppure una parola, solo lacrime, lacrime amare, dal sapore di vodka.
Aiutami tu, Billy, riuscii a dire alla fine.
Dopo un lungo silenzio, mi rispose con dolcezza. Non posso aiutarti. Vorrei tanto poterlo fare, ma non posso.
Mi lanci uno sguardo teso e triste, mentre io continuavo a piangere. Quando finalmente mi calmai, disse: E insopportabile anche per me. Se vuoi, rimani qui. E si spost per farmi posto nel letto.
Pochi minuti dopo russava gi in quel modo nasale e fastidioso che mi faceva diventare matta quando ci toccava dormire insieme in viaggio. Quella volta, per, il suo respiro
rumoroso mi confort come una ninnananna. Dormii senza sognare e, quando mi svegliai la mattina dopo, Billy non c'era pi.
Su suo suggerimento incominciammo a uscire insieme, la sera. Le mie amiche lo trovavano bellissimo e mi chiedevano dove lo avessi tenuto nascosto fino ad allora. Mi dissero che dal modo in cui muoveva la testa e dal suo sguardo avrebbero indovinato che era mio fratello anche se lo avessero visto da solo.
Una sera Billy, di punto in bianco, mi chiese: Qual  l'ultima cosa che ti ha detto pap?.
Eravamo in una discoteca, in un angolo lontano dalla musica e dalla gente. La luce rossastra gli brillava sulla faccia facendogli sembrare gli occhi particolarmente accesi.
La sua domanda mi colse alla sprovvista e forse sembrai fin troppo pronta a rispondere: ero sempre contenta quando si confidava con me.
Mi ha detto che sono molto pi in gamba di quello che penso e che non devo lasciarmi convincere da nessuno a sposarmi prima di sentirmi pronta al matrimonio.
Billy si scol il bicchiere di birra e mi lanci uno sguardo vacuo.
Con le labbra che gli tremavano, si volt dall'altra parte.
A me ha detto di prendermi cura della casa, mi confid.
La casa, mi ha detto, non lasciarla cadere a pezzi.
Comincia con quello, tieni in ordine la casa e il giardino e vedrai che andr tutto bene.
Lo stai facendo, dissi, accarezzandogli una mano. La casa  bellissima e il giardino anche.
Lui tolse la mano e fece cenno alla cameriera di portarci un'altra birra.
Dopo aver tolto le fotografie di mio padre, l'amico della mamma ha recintato con una rete alta due metri la parte pi bella del giardino di Billy per impedire ai suoi em di scappare.
Gli em raggiungono i sessanta chilometri all'ora e distruggono tutto quello che incontrano sul loro cammino. In Australia i contadini gli sparano a vista. Hanno rovinato il lill, le rose e le ortensie di Billy. La mamma ha fatto finta di essere divertita, ma sono convinta che le dispiace: quando qualcosa la fa stare male, lei cerca sempre di riderci sopra.
Lasciare che quel prepotente andasse a vivere con lei probabilmente  stato un modo per sfidare il fantasma di mio padre.
Quel bastardo, mi ha detto pi di una volta mentre tornavamo insieme in macchina in qualche serata particolarmente bella. Ormai non posso pi guardare un tramonto o una notte stellata. E poi si  messa a piangere silenziosamente.
Credevo che volesse lasciargli gettare dalla finestra tutto quello che le ricordava nostro padre, compresi noi. Ma credevo anche che le speranze da lei riposte in quel nuovo amore fossero un nemico nascosto, molto pi vicino alla disperazione dell'apatia che le aveva precedute.
La settimana prima della naturalizzazione di Billy ripensai alla nostra infanzia con la stessa foga con cui si spolverano i ricordi prima del matrimonio o della laurea. Se avessi dovuto tenere un discorso a una festa in suo onore, avrei raccontato una delle storie di quando eravamo piccoli. Ma Billy non volle festeggiamenti e ci ritrovammo soli, in mezzo ad altri quattrocento immigrati pronti a giurare fedelt alla bandiera americana.
Faceva particolarmente caldo quella mattina a New York, nonostante fosse ottobre e nonostante fosse presto. Billy era vestito come per andare in banca e io mi ero messa un abito di lino blu e le scarpe con il tacco. Tutti gli aspiranti cittadini americani avevano il loro vestito migliore, la macchina fotografica e uno stuolo di parenti: nonni, mariti, mogli, figli e nipoti. Ci mettemmo in fila fuori del tribunale, mentre tutti sorridevano orgogliosi, congratulandosi l'uno con l'altro. Un'ora dopo eravamo nell'ufficio dove Billy firm e ricevette i suoi documenti.
Wilhelm Willich?, chiese l'impiegata portoricana.
No, William Willis, corresse Billy.
La donna sorrise, con l'aria di capire perfettamente il suo zelo.
Firmi qui, signor Willich.
Billy arross fino alla punta dei capelli e a me vennero le lacrime agli occhi. Mi trattenni perch sapevo che lui si sarebbe innervosito se mi avesse visto piangere.
Il tribunale era affollato di gente di ogni parte del mondo.
Molti leggevano lentamente il libretto che era stato consegnato loro, intitolato Come essere un bravo cittadino, o qualcosa del genere. Billy e io lo sfogliammo insieme, vicini, con le spalle che si sfioravano. In questo modo si creano dei mostri, sussurr lui, indicandomi il brano che spiegava l'importanza di crescere i figli in un'America libera dalla droga, dall'alcol e dal rock'n roll.
Il giudice era un omone di origine italiana e si chiamava Francesco Giuseppe Antonio Bonnano. Con forte accento di Brooklyn raccont che i suoi genitori erano arrivati a Ellis Island su un vapore un secolo prima, quando c'era molto pi spazio per gli imprenditori che volevano fare quattrini. Ma  pur sempre l'America, proclam a gran voce. I vostri figli possono ancora diventare dei pezzi grossi. Guardate me....
Tutti scoppiarono a ridere. Concluse: Mi congratulo con voi dal pi profondo del cuore in questa occasione solenne.
Poi ci alzammo in piedi davanti alla bandiera. Giuro di essere fedele..., cominciammo. Sembrava che tutti leggessero il libretto, tranne me, Billy e il giudice. Lanciai un'occhiata a mio fratello e vidi che aveva la testa alta e guardava diritto avanti a s. Improvvisamente mi venne un groppo alla gola e cominciai a piangere. Billy mi diede una gomitata.
Smettila, mi sussurr.
Uscimmo poco dopo mezzogiorno. Era una bella giornata di sole.
Andiamo a mangiare qualcosa?, propose Billy con fare disinvolto. Io, che mi ero presa tutto il giorno di ferie, acconsentii volentieri.
Hai pianto, mi disse, serissimo. Mi avevi promesso di non piangere.
Mi scusai, vergognandomi un po', e lui sorrise. Wilhelm Willich. Roba da non credere.
In realt Billy aveva prenotato in un ristorante francese di gran lusso vicino a Wall Street. L'atmosfera era festosa, la gente beveva, rideva e parlava forte. Prendemmo escargots de Bourgogne e poi sole meunire, i piatti che preferivamo da bambini e che ordinavamo sempre quando andavamo a mangiare fuori la domenica con i nostri genitori,
alla Brasserie Lipp. Bevemmo due bicchieri di vino a testa e chiacchierammo serenamente del lavoro, evitando di parlare di nostra madre.
Prendi la tarte aux framboises, come facevi sempre, gli suggerii.
Sul mio certificato di nascita vicino al nome di mia madre c' scritto: disoccupata, disse, come se niente fosse.
Sar stata o molto ricca o molto povera.
Quasi mi strozzai con l'ultimo sorso di vino che avevo nel bicchiere.
Sono tue supposizioni o me lo stai chiedendo?.
No, no. Dimmi quello che sai.
Che cosa?.
Tutto. Alz le spalle con finta rassegnazione. Tutto quello che sai.
Gli ripetei parola per parola quello che mi avevano detto i miei genitori quella sera di febbraio di tanti anni prima.
Billy mi guardava attento, a volte un po' agitato, altre a disagio, ma mi stette a sentire immobile fino alla fine, fino al diario che si trovava ancora in cantina, in una busta con su scritto il suo nome.
Vuoi leggerlo?.
Ci pens su un momento, tormentando la torta con la punta della forchetta.
No, rispose poi. Leggilo tu. Forse un giorno ti chieder che cosa c' scritto. Non credo, per. Ho soltanto due genitori. E una sola sorella.
Ti ricordi che ti sporcavi sempre la faccia di lamponi e io mi arrabbiavo?, dissi, ridendo, piena di affetto per lui.
Eri tremenda, fece lui.
Se mai ti venisse voglia di andarla a cercare, sappi che io ti accompagno volentieri. Potremmo andare a casa sua e bussare alla porta.
No, rispose tranquillamente. Grazie.
Eravamo cos diversi... Se fossi stata nei suoi panni avrei cercato di ritrovare mia madre a ogni costo. Ma lui era sempre stato cos. Probabilmente aveva deciso di lasciar perdere quando aveva visto per la prima volta il proprio certificato di nascita, quattro anni prima, presentando la domanda di naturalizzazione. Non ne aveva mai parlato
con nessuno. Evidentemente non gli interessava sapere altro. Non lo
capivo, ma rispettavo la sua decisione.
C'erano tante cose che avrei voluto dirgli, ma avevo un groppo in gola e le lacrime agli occhi e a lui non piacevano le manifestazioni di emotivit.
Lo guardai in faccia e vidi i segni dei graffi che gli avevo lasciato sulle guance da piccola, nei miei scatti d'ira.
Ti ricordi quando ti sedevi sulla mia faccia e scoreggiavi?, gli domandai. Lui si volt istintivamente a controllare che nessuno avesse sentito e scoppi a ridere.
Mi feci coraggio e gli chiesi: E quella sera che venni a dormire nel tuo letto, dopo che pap era morto, in piena crisi isterica?.
S, rispose, gli occhi fissi sul piatto.
Mi hai salvato, Billy. Ero davvero tremenda, da bambina.
Billy scroll le spalle. I bambini sono bambini, no? Non dev'essere stato facile nemmeno per te.
...
.
...
IL DIARIO.
...
.
...
Tradotto dal francese da Charlotte-Anne Willis; ottobre 1988.
Gioved 24 giugno 1960. Parigi.
La zia Susanne mi ha dato questo piccolo diario perch ci scriva le mie riflessioni. Dice che magari adesso non ne ho voglia, ma un giorno la ringrazier, come la ringrazier per le lezioni di piano.
Sono gi contenta adesso di non aver smesso di studiare pianoforte, ma intanto che differenza fa? Ormai non conta pi niente e mi domando chi sono e cosa ho fatto per meritarmi una cosa del genere, Signore. La mia riflessione di oggi  questa.
Venerd 25 giugno.
La crociera sarebbe cominciata stamattina. La mamma ha avvertito che non saremmo andate due giorni fa. Dice che non poteva lasciarmi in un momento cos. Per lei e per la zia Susanne  tutto un momento cos, manco parlassero di un disastro nazionale e non di una cosa che mi sono voluta.
La mamma ci teneva da morire ad andare in Grecia.
Glielo si leggeva negli occhi. Probabilmente pensava di trovare marito, in quella crociera. Me lo immagino benissimo: uno con vestito di lino, plastron e binocolo al collo, che recita in greco versi di poeti greci al vento appoggiato al parapetto del maxiyacht dei de Brieux.
Sabato 26 giugno.
Sta cominciando a darmi sui nervi, con la storia della crociera. Non parla d'altro. Di quanto  sconvolta al pensiero
di aver dovuto disdire all'ultimo momento, dei de Brieux che non la perdoneranno mai e sono gente che  meglio non offendere. Cammina avanti e indietro fregandosi le mani e le palpebre. La zia Susanne continua a dirle di calmarsi, di stare un po' zitta. Io non so dove andare.
Adesso la regola numero uno  che devo stare nascosta finch non hanno deciso dove mandarmi. Cos mi tocca stare insieme a loro tutto il santo giorno, come non facevo da chiss quanto tempo.
Le ho detto: Mamma, perch non ti fai portare in macchina a Marsiglia e non ti imbarchi l?.
No, no, non fare la sciocca. Sono tua madre, no? Che razza di madre sarei se ti lasciassi sola in un momento cos?.
Saresti come sei sempre stata, cara mamma, avrei voluto risponderle. Invece mi sono morsa la lingua come al solito, perch  inutile peggiorare le cose.
Si frega sempre le palpebre con la punta delle dita. Ormai  un tic. E ha ripreso anche a mangiarsi tutte le unghie, dopo che aveva fatto tanto per limitarsi a una o due. Le ci erano voluti dieci anni e adesso, per colpa mia, dovr ricominciare daccapo.
Ha le palpebre rosse e gli occhi grandi e rotondi; quando si siede a rosicchiarsi le unghie con le spalle curve sembra una scimmia africana che ho visto al Jardin des Plantes.
La zia Susanne dice che la mamma  fragile, troppo fragile, e che c' il rischio che questa storia le faccia perdere la testa. Non vorrei dare l'impressione di non sentirmi responsabile perch me lo sento, eccome.
La mia riflessione di oggi  questa: fra me e mia madre non cambier niente neanche adesso, perch lei  come una canna al vento e secondo me  assolutamente incapace di pensare con la sua testa. La colpa  della nonna, a dire la verit, perch  la nonna che tiene i cordoni della borsa. E
guarda dove siamo finite...
Domenica 27 giugno.
La mamma ha raccontato alla nonna, a sua sorella maggiore, ai miei tre zii, a mio fratello, a tutti i miei cugini e ai de Brieux che ho un disturbo alla tiroide. Passer l'estate
in una clinica al mare. Mi sono ammalata tanto improvvisamente che  stato uno shock per tutti. Per questo abbiamo dovuto disdire la crociera con cos poco preavviso.
Dev'essere stata la zia Susanne a inventarsi questa storia, perch la mamma non ha abbastanza fantasia.
Nutro rispetto per la zia Susanne perch non  come il resto della famiglia. Lei ha fatto i soldi da sola con
Saint-Laurent e non deve sopportare tutte le corbellerie della nonna come gli altri. La zia Susanne sostiene di essere l'unica discendente della nonna ad avere le palle. I fratelli sono tutti eunuchi, dice. Ho controllato che cosa vuol dire sul dizionario e mi sono messa a ridere.
Ma l'eredit non  cosa da ridere e anche la zia Susanne lo ammette. Nemmeno lei vuole essere esclusa e quando si scontra con la nonna e tutti gli altri  solo per mettere le cose in chiaro, e sempre in maniera temporanea.
Questa volta non si tratta di una delle solite stupide tresche di cui comunque tutti quanti vengono a sapere nel giro di due giorni. Questa volta nessuno deve venire a sapere niente. Nessuno, assolutamente nessuno. Quante volte me lo sono sentito ripetere in questi ultimi cinque giorni? Circa un milione. La mamma ha dovuto dirlo alla zia Susanne perch da sola non ce l'avrebbe fatta.
Dicono che devo mentire per il mio futuro. Secondo loro l'eredit non c'entra niente. Secondo me sono due ipocrite.
Luned 28 giugno.
Pensa in maniera costruttiva, come faccio io, dice sempre la zia Susanne. Naturalmente  stata lei a trovare l'appartamento a Trouville. Non  troppo distante da Parigi, cos lei e la mamma potranno venirmi a trovare in macchina.
Dicono che l'aria di mare mi far bene.  il colmo, visto che non ho il permesso di uscire di casa. Mi procureranno un telefono cos potr chiamarle in qualsiasi momento. Il che quadra perfettamente con la storia che hanno inventato, perch se fossi in una clinica non potrebbero comunque stare con me. Partiremo per Trouville domani mattina.
Ho paura. Ero la prima della classe. Ero la pi brava in francese, in musica e in storia e certe mie compagne hanno fatto cose ben peggiori di me. Per esempio, la mia amica
Sophie  andata a letto con il prof di biologia, che  prete.
Perch proprio a me?  questo che non capisco.
Marted 29 giugno. Trouville.
Notte.
Sono partite alle nove per evitare il traffico. Adesso sono sola. Non mi importa. Sull'autoroute c'era la coda uscendo da Parigi e la puzza di scappamento mi ha fatto venire nausea.
Ho vomitato dal finestrino posteriore della Fiat della zia Susanne. Mi sembrava che il tetto della macchina mi stesse per schiacciare. Non soffro di claustrofobia o perlomeno fino ad adesso non mi era mai successo. Ho detto che mi veniva da vomitare e la zia Susanne ha accostato. Lei e la mamma mi guardavano come se temessero che fosse gi arrivato il momento o qualcosa del genere.
Cos'hai? Cos'hai?. La mamma mi teneva la testa con una smorfia disgustata. Povera mamma, lei che non ci ha mai cambiato un pannolino e non ci ha mai visto vomitare: dev'essere stato uno shock.
Oddio, Susanne, pensi che...?.
Non essere ridicola, Sylvie.
La mamma ha cominciato a strofinarsi le palpebre con le dita dalle unghie tutte rosicchiate.
Se fai cos finisce che si spaventa e poi, Sylvie, non ho proprio voglia di sopportare le tue nevrosi, oggi.
La zia Susanne sa essere sincera in modo molto brusco, a volte.
Forse per loro io sono come un cane. Le persone in fondo gli parlano, ai cani. Che carino che sei, dicono. Sei il cane pi carino del mondo. Il cane scodinzola e loro credono che capisca. Cinque minuti dopo, per, si voltano e ne parlano male come se non ci fosse. Sai, quando l'ho comprato non avevo idea che fosse di una razza tanto stupida....
 assurdo.
Mercoled 30 giugno.
Naturalmente la mamma ha cominciato subito a lamentarsi della stanza con la concierge. Si vergognava di me, cos ha trattato la concierge dall'alto in basso. Lo fa sempre.
Secondo me la stanza  carina, ma lei se l'aspettava pi
grande. La concierge le ha spiegato cortesemente che con il bagno e l'angolo cottura  l'unica disponibile.
Ha la faccia rossa,  grassa e gentile. Con me ha fatto finta di niente.
Quando se ne  tornata di sotto, la mamma ha cominciato a passeggiare avanti e indietro fregandosi le mani.
Perch? perch?, ripeteva. La zia Susanne era in piedi davanti alla finestra.
Guarda, s'intravede il porticciolo, ha detto.
perch, maledizione? Quello che non riesco a capire  perch non ce l'ha detto prima che fosse troppo tardi?.
Quel che  fatto  fatto. La zia cercava di sembrare calma, ma si capiva che stava perdendo la pazienza. Perci adesso taci, okay?.
Santo cielo, Susanne, ti rendi conto che ha quindici anni?
quindici anni! Pensaci. Ha tutta la vita davanti. Ma che cos'ho fatto di male, io? Ho mandato i miei figli nelle scuole migliori, gli ho insegnato tutto quello che sapevo....
Senti, beviti un po' di cognac e siediti. Calmati, Sylvie.
Calmati.
La mamma ha cominciato a piangere. Quando ha smesso di singhiozzare si  seduta sul letto vicino a me, che ero sdraiata con la faccia rivolta verso il muro, e mi ha preso una mano.
Povera figlia mia. Povera figlioletta mia. Mi dispiace lasciarti cos. Cosa dici, rimango?.
Forse sarebbe meglio se tornassi a Parigi con Susanne, ho risposto.
Marted 1 luglio.
La mamma mi fa ridere. La nonna potrebbe dirle di pisciare dal palco del teatro dell'opera e lei lo farebbe senza batter ciglio.
Venerd 2 luglio.
Notte.
L'appartamento non  niente male. Nella stanza le pareti, il copriletto, il tavolo di legno e le sedie di vimini sono bianchi. Come in una clinica. Anche le persiane alle due finestre sono bianche. Se non le chiudo c' troppa luce
e se le chiudo fa troppo caldo. Ma non sopporto di essere inondata di sole dalle sette di mattina alle otto di sera sapendo che per me non ci sono n spiaggia, n crociere, n vita.
Non mi dispiace stare da sola. Meglio dei cinque giorni passati da quando gliel'ho detto a quando mi hanno portato qui. Quelli sono stati i pi brutti della mia vita. E sono sicura che il peggio deve ancora venire.
Sono stata tutto il giorno a letto a guardare il soffitto.
Ho pensato di alzarmi e scrivere sul diario, ma non ce la facevo.
A un certo punto ho pensato di disegnare, ma poi ho lasciato perdere. Mi sembra di stare bene solo quando cala il sole.
La spesa  qui perci la concierge dev'essere salita a portarmela.
Non mi ricordo. Che stia perdendo il senso della realt?
Forse mi ci vorrebbe un pianoforte. Magari me lo faccio portare e poi me ne sto a letto senza suonarlo.
Domenica 4 luglio.
La mamma  venuta sabato e si  fermata fino a stamattina.
Ha le palpebre pi rosse del solito e gli occhi spenti.
Prima brillavano, come il Mediterraneo quando c' il sole.
 infelice e dice che non riesce a dormire. Non so se a casa dorme o no, ma qui io non ho dormito e lei invece s, perch l'ho vista. Non si  mossa una volta in tutta la notte.
Dice che  preoccupata per me, ma io credo che sia preoccupata soprattutto d'invecchiare e di non piacere pi agli uomini che prima le correvano dietro. Meglio cos, perch gli uomini che le correvano dietro li dovrebbero ammazzare tutti. Quanti anni avevo quando mio padre se ne and? Quattro, credo. Lasci la mamma per una modella,
quella sgualdrina, come la chiama lei. Non gli interessa niente di avere dei figli e per me va bene cos. Non mi ricordo quanti anni avevo quando la mamma ha incominciato a frequentare altri uomini. Era sempre la stessa storia: si metteva con un pittore e la pittura diventava di colpo la cosa pi importante della sua vita, ci trovavamo le pareti di casa piene di quadri moderni, tele bianche su cui sembrava che qualcuno avesse lanciato una merda dalla parte opposta
della stanza. Dopo di che si metteva con uno scienziato, sposato, e di colpo non parlava che di fisica atomica e di come gli americani non erano poi molto avanti rispetto ai russi, mentre noi eravamo fra due fuochi e dovevamo cercare di difenderci a tutti i costi. A un certo punto si mise con un rivoluzionario sudamericano ventiduenne, con la barba e i capelli lunghi e unti, appese un poster di Marx nel bagno e se ne dimentic.
Un giorno venne la nonna a prendere il t, vide il poster di Marx e minacci di diseredarci tutti quanti. La mamma lo tolse subito.
Non si faceva a tempo ad abituarsi a uno che gi ne aveva un altro. Non so che cos'abbia, ma si trova sempre degli uomini che amano molto parlare di s e lei si comporta come se fossero i pi grandi geni sulla terra. Intanto per alla nonna non li presenta mai.
L'unica certezza con lei  che bellezza e classe sono le cose che contano di pi a questo mondo e che bisogna frequentare i VIP, anche se sono delle teste di cazzo. Persino il rivoluzionario marxista era di famiglia ricca e aveva classe.
A me non frega niente dei suoi uomini, mi piacerebbe solo che lei capisse che cos'ha nella testa. Perch sono diversa da lei? Perch non posso essere come lei e non pensare? Anche mio fratello  diverso da lei, ma  pure diverso da me.
Luned 5 luglio.
Sto pensando a mio fratello.  gi partito per la Germania con Pierre-Antoine. Mi fa effetto pensare che loro sono in viaggio e ridono e scherzano e io invece sono qui.
 innegabile che mio fratello  un testone. Un testone carino, ma un testone. Quando nasci maschio e cresci senza un padre, forse hai paura che al minimo segno di sensibilit ti diano del finocchio e allora cerchi di compensare.
Lui  fermo nelle sue opinioni come un nazista: secondo me  una reazione al fatto che la mamma  una banderuola, ma non posso giurarci.
Non sono pentita di aver scritto queste cose.
Se muoio e le leggono diranno: Mio Dio, non avevamo idea che Vronique fosse tanto incattivita! Era una ragazza cos dolce....
Questa  la mia riflessione di stasera.
Marted 6 luglio.
Ore 17,00. Ha appena telefonato la mamma per dire che viene qui a dormire. Aprir le persiane dicendo che bisogna cambiare l'aria e io dovr far finta di dormire. Sono stufa di fare finta.
Mercoled 7 luglio.
Notte. Non riesco di nuovo a dormire. Adesso scrivo un po', cos magari questo diventa un libro come Il diario di Anna Frank. Ce l'hanno fatto leggere a scuola questa primavera.
Io non penso che morir, ma scriver tutto comunque.
Dicono che Franoise Sagan aveva diciassette anni quando scrisse Bonjour Tristesse, quindi anch'io qualche speranza ce l'ho. Facevo sempre i temi pi belli e mi dicevano che avevo tanta fantasia. Giuro su Dio che una storia come la mia non poteva venire in mente a nessuno.
La mamma  arrivata con degli altri vestiti stupidissimi.
Tutti a fiori o a pois e roba cos. Orribili. Mi ha portato dei romanzi (non li ho nemmeno guardati, come si fa a leggere in un momento cos?). Abbiamo giocato a backgammon fino a tardi. Ho vinto quattro partite di fila e poi ho detto:
Non c' gusto, non stai attenta al gioco.
Lei si  appoggiata allo schienale di una sedia di vimini e si  fregata le palpebre. Come stai?.
Non ti fregare le palpebre, le ho detto.
Oh. Si  guardata le mani come se non le riconoscesse.
Poi mi ha sorriso, ma sembrava sul punto di scoppiare in lacrime.
 stranissimo. Erano anni che desideravo che piangesse per me, che si accorgesse che esistevo e che provavo dei sentimenti e adesso, ogni volta che sta per farlo, mi viene il nervoso.
Voglio un pianoforte, mamma, le ho comunicato in tono gelido, imitando Philippe. Quando vuole qualcosa, fa:
Mamma, non dire niente, mi sono informato e ho scoperto che il mezzo di trasporto migliore per me in questo periodo  la moto. In questo modo riesce a ottenere qualsiasi cosa. La mamma si scioglie come un camembert al sole, quando Philippe fa cos.
Un pianoforte? Va bene, cara. Te lo procureremo. Di cos'altro hai bisogno? Qualsiasi cosa sia, dimmelo.
Voglio delle tende. Se chiudo le persiane fa troppo caldo.
Delle tende bianche.
Va bene, mi ha risposto, un po' insicura. Bisogna far circolare l'aria, sai.
Non ho ribattuto.
Va bene, ha concluso. E poi?.
Vorrei che non fosse successo niente. Vorrei cancellare tutto.
Ha sospirato, si  battuta le mani sulle ginocchia e si  alzata.
 andata in cucina a versarsi un cognac e poi  tornata.
Siamo rimaste sedute in silenzio per un sacco di tempo a guardare il muro.
Al mattino ha aperto le persiane e ha preparato delle uova strapazzate. Cucina malissimo, ma io ho mangiato tutto per farla contenta e poi ho vomitato. Lei mi ha aiutato a lavarmi e poi ha sprimacciato i cuscini del divano su cui aveva dormito e ha dato l'acqua alle piante che io avevo bagnato ieri.
Gioved 8 luglio.
Faccio finta che il mondo esterno non esista. Certe volte mi riesce facilmente, altre meno, per esempio quando c' la mamma. Oggi piove e questo mi aiuta perch mi sembra di non perdermi niente. Ho deciso di dormire di giorno e stare alzata la notte. Accender le candele rosse sul tavolo e guarder il muro chiedendomi se torner mai normale. Dicono che tutto passa, che si supera qualsiasi cosa. S, se smetti di pensarci, come ai vecchi compagni di scuola che si trasferiscono. Ma come si fa a non pensare pi a una cosa come questa?  inutile fingere che non esista e adesso che incomincia a farmi male, penso che esister sempre. Mi sento come se avessi ingoiato un seme magico e mi fosse cresciuta un'anguria nella pancia. Cresce, cresce e mi sembra di scoppiare.
Sono come una pera matura, troppo matura, che comincia a marcire. Sto qui sdraiata e penso che non sono pi io.
Santo cielo, penso, se mi vedesse mio fratello... Probabilmente ammazzerebbe Pierre-Antoine, per principio, anche se  il suo pi caro amico.
Odio questo affare che mi cresce dentro e vorrei ucciderlo.
So che non  normale e so pure che se mi buttassi dalla finestra o roba del genere probabilmente morirei anch'io.
Voglio morire? O peggio ancora rimanere paralizzata per sempre? No. So che non sono normale perch dicono che dovrei provare qualcosa di simile all'amore per questo affare. Invece no. Mi dispiace, d'accordo, ma il dispiacere non  amore. Io non amo niente e nessuno.
Sabato 10 luglio.
Oggi la zia Susanne  venuta con un manuale per aiutare la mamma a mettere su le tende. Alla fine hanno dovuto chiamare il figlio della concierge perch avevano paura a salire sulla scala. Non l'hanno lasciato in pace un minuto. Si sono piazzate in fondo alla scala con i loro vestiti di seta e le scarpe con il tacco alto a dirgli come doveva fare. Proprio loro che non sanno nemmeno piantare un chiodo...
Tutte le volte che lo chiamavano carino, mi veniva la pelle d'oca. Lui non ha detto una parola e io neanche. Mi guardava, per, con la coda dell'occhio. Io stavo sdraiata sul letto a fissare il soffitto. Deve avere diciassette anni,  alto e magro, magrissimo, come se fosse cresciuto troppo in fretta. Ha le spalle un po' curve e gli occhi grandi che gli danno un'aria perennemente sorpresa. O forse sono solo io a sorprenderlo.
La mamma ha detto alla zia Susanne: Pensi che vada bene se la vede?, facendo cenno verso di me.
Che cosa credi? Dai mille franchi al mese a sua madre, per tenerla....
Il ragazzo intanto continuava a martellare. Siamo fatti cos, nella mia famiglia: nessuno si fa scrupolo a insultare i cani e gli schiavi.
 vero che con i soldi si ottiene tutto e a sua madre fanno certamente comodo mille franchi al mese. Mi chiedo quanto sar costato far mettere il telefono. Di solito la gente aspetta un anno. In ogni caso la zia Susanne ha affittato l'appartamento sotto falso nome perch nessuno venga mai a sapere niente.
Se ne sono andate prima di cena perch c'era una festa da Saint-Laurent a cui non potevano mancare.
Domenica 11 luglio.
Per strada ci sono un sacco di bambini e di adulti che camminano mano nella mano ridendo. La domenica  un giorno da passare in famiglia e mi fa venire da vomitare.
Vorrei che se ne andassero tutti a casa, invece di venire a sfoggiare la loro felicit sotto le mie finestre.
Marted 13 luglio.
Ieri pomeriggio sul tardi  venuta la zia Susanne e si  fermata a dormire. Non me lo aspettavo, soprattutto di luned.
Ha detto che pensava di farmi piacere. Abbiamo giocato a backgammon a un franco per punto fino a mezzanotte.
Ho perso dieci franchi. La zia non li ha voluti, quando ho fatto per darglieli. Sono soldi loro comunque, soldi che mi hanno lasciato da dare alla concierge se avessi bisogno di qualcosa.
Si era portata una bottiglia di Williamine e alla fine della serata se n'era scolata met. Aveva lo chignon quasi sfatto e si aggiustava continuamente i capelli. Era tutta rossa e aveva gli occhi che le brillavano.
Sei grande, per la tua et, mi ha detto. Sei stata costretta a crescere in fretta perch di certo tua madre non ti ha aiutato molto. Secondo me la zia Susanne si sente in colpa perch  successo al suo compleanno, alla festa che la nonna aveva organizzato per lei allo chteau il novembre scorso.
Adesso ti ritrovi a essere donna prima del tempo. Povero bambino. Tua madre  la mia sorella prediletta, sai? Ha sempre avuto un carattere fragile, fin da piccola, e io l'ho protetta tutta la vita. Non so che cosa farebbe, senza di me.
 per loro, capisci, per gli altri. Ci metterebbero in croce, se lo sapessero. Tu lo capisci, vero? Ti vuole molto bene, anche se non te lo sa dimostrare. Mi credi, vero?.
Non me ne importa niente. L'ho fissata, impassibile, alla luce delle candele.
Non dire stupidaggini. Certo che te ne importa.
Per un po' non abbiamo pi parlato e siamo state a sentire un ubriaco per strada che si lamentava che nessuno gli voleva bene.
Quando tuo padre se n' andato ha sofferto tantissimo.
Tua nonna e tutti gli altri erano contrari a quel matrimonio.
Per, siccome lui era di buona famiglia... Be', sai com' con i fotografi di moda, sono sempre circondati di belle ragazze...
Cambia citt talmente spesso che non fa nemmeno in tempo a telefonare ai figli.  un bastardo. Abbiamo cercato di contattarlo, ma  nel nord dell'Islanda a fare le foto per le collezioni invernali. Che bastardo....
Poi si  alzata ed  andata alla finestra. Si  messa le mani sui fianchi e ha piegato la schiena all'indietro, ha tirato la tenda e ha guardato fuori.
Perch non ce l'hai detto prima che fosse troppo tardi?
Santo cielo, hai aspettato proprio fino all'ultimo. Avremmo potuto portarti in Inghilterra. Avevi paura?.
Te l'ho gi detto. Non lo sapevo.
Ma come facevi a non saperlo?. Si  voltata e mi ha guardato negli occhi.
Non credevo che fosse possibile, ecco. Anch'io l'ho guardata negli occhi. Perch non abbiamo fatto niente.
Non quello che credevo bisognasse fare.
La zia ha sbuffato. E che cosa credevi che bisognasse fare?.
Qualcosa di diverso. Ti dico che non abbiamo fatto niente.
Be', evidentemente qualcosa dovete aver fatto.
Ha aspettato, ma io sono rimasta zitta e lei non ha insistito.
Grazie al cielo in casa nostra non si parla molto di certe cose.
Mercoled 14 luglio.
 l'anniversario della presa della Bastiglia e io sono sola.
Vediamo... A quest'ora Philippe e Pierre-Antoine dovrebbero essere in Germania con l'inter-rail, la mamma e la zia Susanne a una festa al castello della Comtesse de Merde e la nonna a Saint-Tropez con gli altri nipoti. Fra poco ci saranno i fuochi d'artificio e li guarderanno dal balcone della villa in collina che d sulla baia, magari bevendo una coppa di champagne. Pu darsi pure che brindino alla mia salute, alla povera Vronique chiusa in una clinica in riva al mare con un disturbo alla tiroide che le ha rovinato la vita, oltre che la salute.
Gioved 15 luglio.
Ieri  successa una cosa stranissima. Stavo disegnando sul mio album e ascoltavo gli ubriachi che parlavano forte per la strada quando ha bussato il figlio della concierge.
Subito mi sono spaventata, perch non capivo chi potesse essere. Ho aperto appena appena la porta e ho sbirciato.
Era l sul pianerottolo con l'aria imbarazzata e un piatto coperto di carta oleata in mano. Sembrava che non sapesse se darmelo o no, anche se immagino che fosse venuto apposta.
Ho pensato che... be', visto che  il quattordici luglio, insomma, mia mamma ha fatto una torta e ne  avanzata un mucchio, perci ho pensato....
Grazie, gli ho detto e ho preso il piatto. Stavo per chiudergli la porta in faccia, ma poi non so perch mi sono fatta da parte e l'ho invitato a entrare. Lui si  guardato indietro un momento e poi  entrato strascicando i piedi come un bambino che la maestra ha mandato nell'angolo con il cappello da asino.
Posso offrirti qualcosa da bere? Ho del succo di frutta e un po' di Williamine che ha portato mia zia.
No, no, grazie, ha risposto. Siccome se sto troppo tempo in piedi mi viene male alla schiena e alle caviglie, mi sono seduta sul letto appoggiandomi ai cuscini e gli ho detto di accomodarsi sul divano.
Stava cominciando a imbrunire e nella stanza si allungavano le ombre.  l'ora che mi piace di pi.
Accendo la luce?, mi ha chiesto.
No.
Non puoi uscire? Fra poco sulla spiaggia ci sono i fuochi d'artificio.
No che non posso, gli ho risposto, come se fosse stupido.
Se potessi uscire perch diavolo starei qui invece che a Parigi con tutti i miei amici e i miei parenti?.
Scusa, hai ragione. Sono stato un idiota.
Non c' bisogno di chiedere scusa.
Certe volte mi detesto. Perch sono stata cos sgarbata con lui? Forse perch ho voglia di essere sgarbata e non ho nessuno con cui prendermela.
Io mi chiamo Benit.
Vronique.
Piacere.
Sai che piacere..., commentai.
 rimasto l con l'aria imbarazzata, come se si sentisse in colpa per essere venuto a curiosare. Io non gli ho detto niente e l'ho guardato con freddezza.
Mi dispiace che tu sia sempre sola.
Non ti deve dispiacere. Basta che dispiaccia a me.
Si  alzato. Non volevo disturbarti.
Figurati.
Be', arrivederci, allora.
Senti, io non vado da nessuna parte. Se hai tempo e voglia, torna a trovarmi.
Senz'altro.
Okay.
Be', allora ciao. Vado a vedere i fuochi.
 strano: si pu trascrivere quello che si sono dette due persone parola per parola, ma non  assolutamente la stessa cosa.
Venerd 16 luglio.
Suppongo che dovrei scrivere qualcosa a proposito di Pierre-Antoine. Voglio dire, se muoio bisogna bene che si sappia che cosa  successo. O che cosa non  successo.
 il nipote del primo marito della zia Susanne, perci per me cos'? Cugino? S, ma non di sangue. Meno male, dice la mamma, perch altrimenti c' il rischio di qualche difetto genetico. Non l'avrei mai frequentato al di l delle feste di famiglia, se non fosse stato da sempre il pi caro amico di mio fratello.
In casa dicono che Philippe e Pierre-Antoine si comportano normalmente per la loro et. A me per non sembra.
Credono di essere gli unici due furbi al mondo ed escludono tutti gli altri tranne me, perch non costituisco una minaccia.
Sono come una mascotte. E mi diverto a vedere le ragazze pi grandi che cercano d'intromettersi.
Quando io avevo dieci anni e loro quattordici parlavano davanti a me di come si scopavano le ragazze e di tutto quello che ci facevano insieme. Anche questo  considerato normale, immagino. Ma secondo me erano tutte bugie. Io
credo che in realt abbiano una paura tremenda delle ragazze.
Pierre-Antoine diceva che un giorno mi avrebbe mostrato come si faceva, cos sarei stata pronta. Io non vedevo l'ora.
Ho imparato tutto quello che so da lui, ma non  granch.
Sorrideva con tanta dolcezza ed era cos affettuoso e tenero che io mi scioglievo. I momenti di maggior tenerezza della mia adolescenza li ho vissuti con lui, quando mi trattava con affetto ed era caro con me.
Mi ha insegnato a baciare appassionatamente con la bocca aperta, a farmi toccare il seno eccetera. Questo prima ancora che mi spuntasse il seno. Non che poi me ne sia venuto tanto. Solo che adesso me lo sento enorme e mi sembra che me l'abbiano gonfiato con la pompa della bicicletta.
Una volta per scherzo mio fratello mi ha chiamato
sgualdrinella, e io gli ho tirato una tazza da caff e gli ho rotto il naso.
Domenica 18 luglio.
Secondo me Pierre-Antoine e Philippe sono tanto affiatati perch sono uguali. Oh, specchio, specchio delle mie brame, non sono il pi bello del reame? Philippe  scuro di capelli e Pierre-Antoine biondo. Tutti e due hanno un bel naso diritto e gli occhi azzurri. Mi chiedo se si baciano o si toccano e se si dicono che si amano.
Quando non riesco a dormire penso a tutti gli altri modi in cui potevano andare le cose, se avessi fatto questo e non avessi fatto quest'altro. Adesso il naso di Philippe ha una gobbetta violacea da una parte e cos il pi bello del reame  Pierre-Antoine, cosa che manda in bestia mio fratello.
Philippe sta sempre di tre quarti quando parla perch la gente non si accorga della gobbetta. Mi dispiace avergli rotto il naso, visto che ci patisce tanto. Se non avesse paura di fare la figura del finocchio, sono sicura che chiederebbe alla mamma i soldi per la plastica.
Ieri sera la mamma si  fermata a dormire qui e non mi va di scrivere quando ci sono lei o la zia Susanne, caso mai s'incuriosissero e volessero sapere che cosa penso.
Il pianoforte  arrivato ieri pomeriggio.  uno Yamaha bianco, piccolino, importato dal Giappone.
Marted 20 luglio.
Ieri dopo il lavoro Benit  venuto a trovarmi. Credo che lavori in una pasticceria perch odora di paste. Mi ha chiesto se gli suonavo qualcosa. Dice che gli piace soprattutto la musica classica. Cos gli ho fatto sentire Per Elisa e poi la Sonata al chiaro di luna e a momenti sveniva, da quanto era emozionato. Poi  sceso a prendere il giradischi.  un pezzo d'antiquariato, giuro. Un aggeggio nero con le casse incorporate e un manico per trasportarlo. Abbiamo ascoltato Le quattro stagioni e gli ho detto che l'estate a me sembra l'inverno e l'inverno l'estate. Lui ha detto che no, che l'estate  calda e violenta e l'inverno  silenzioso, nevoso.
Questa estate di sicuro  calda e violenta, ho ribattuto, sbuffando.
Lui  rimasto male e siamo stati zitti per un po'. Poi mi ha chiesto di suonare ancora la Sonata e l'ho accontentato.
Sei proprio brava, mi ha detto.
Macch. Madame Agathe dice che sono troppo pigra per diventare veramente brava.
Erano le due del mattino, quando se n' andato. Mi sono addormentata e quando mi sono svegliata stamattina mi sono messa a scrivere. La mia riflessione di oggi : Benit mi  simpatico e non me ne frega niente se  il figlio della concierge.
Gioved 22 luglio.
Lavora effettivamente in una pasticceria. Me l'ha detto.
Viene a trovarmi tutte le sere, quando finisce di lavorare.
Sentiamo i dischi e parliamo della vita. Mi ha chiesto che cosa far dopo. Gli ho risposto che non lo so, che probabilmente torner a scuola. Mi ha detto che fra i libri che mi ha portato mia madre c' uno dei suoi preferiti, Germinal di Zola. Me l'ha tanto decantato che l'ho cominciato.
 una storia di minatori, prima che nascessero i sindacati.
 terribile. Sono ancora pi giovani di me e hanno tutti dei bambini.
Venerd 23 luglio.
Benit  venuto a trovarmi dopo il lavoro e ha voluto sentire la Sonata per la ventesima volta da quando mi hanno portato il piano. Gli sto insegnando le scale. Do re mi fa sol la si do, avanti e indietro. Ha delle belle mani da pianista, lunghe e sottili ma robuste, che  piuttosto raro. Quando gliele sfioro, si agita e si ritrae, come se avesse preso la scossa. Forse non  abituato a farsi toccare. Gli ho detto che domani vengono la mamma e la zia e che  meglio che non mi venga a trovare finch non se ne vanno. Ha detto che capisce.
Domenica 25 luglio.
La prima cosa che hanno detto la mamma e la zia Susanne quando sono arrivate  stata: Di chi  il giradischi?, Come se fosse entrato un ladro.
Gli ho spiegato che me l'aveva prestato il figlio della concierge.
E loro: Perch non ce l'hai detto che te ne portavamo uno migliore da Parigi?.
Ho risposto che non ci avevo pensato e che mi piaceva il suono un po' gracchiante di quello. Mi hanno guardato come se fossi pazza.
Senti, ha detto la zia Susanne, non dare troppa confidenza a quel ragazzo. Non si sa mai. In futuro potrebbe usare contro di noi quello che gli racconti.
In che senso?.
Potrebbe ricattarci.
Sei ridicola, zia.
 la prima volta che le do una rispostaccia simile. Eravamo a tavola e mi hanno guardato male. Gliene avrei dette anche di peggio, ma mi sono trattenuta.
Preferisco quando non ci sono. Cercano di tirarmi su di morale dicendo che quest'autunno sar tutto finito. Torner a scuola, rivedr le mie compagne e andr tutto bene.
La mamma dice che mi ha comprato dei vestiti bellissimi, ma non me li ha portati per farmi una sorpresa quando torno a casa. Chiss come saranno gelose le mie compagne, dice. Le mie compagne mi sembrano lontane quanto la luna.
L'unica cosa che mi sembra reale  Benit, e Germinal. E
quando lo sento che scalcia nella pancia. Mamma mia! Giuro
che ho visto un pugnetto, mi si  tesa la pelle come un tamburo e mi  venuta la pancia dura. Un pugnetto!
Oggi riflettevo che prima ero convinta che l'avrei odiato fino alla fine, invece ora non lo odio pi. Ho paura di cominciare a volergli bene e di non farcela a sopportare che me lo portino via. Sono stufa di pensare sempre.
Luned 26 luglio.
Benit stasera mi ha detto che odia i preti e le religioni istituzionali. Questo dopo che gli ho raccontato che frequento un lyce femminile dove gli insegnanti sono tutti preti e suore. Dice che da quando ha letto Germinal ha cominciato a interessarsi di socialismo e che ha letto Marx e persino Lenin. Mamma, quanto  colto. Non riesco a crederci, tenuto conto che  figlio di una concierge. Dice che le religioni istituzionali le odia ancora, ma il socialismo non lo convince pi tanto. Perch anche il socialismo impone etica e principi alla gente allo stesso modo delle religioni.
O roba del genere. E nessuno dovrebbe essere costretto a pensare per assiomi.
Mia madre non ha mai letto un libro in vita sua, ma mi raccomanda sempre di leggere perch cos mi faccio delle opinioni e mi si allargano gli orizzonti. Sai, lei non ha avuto tutte le occasioni che avr io.
Che cosa fa tuo padre?.
Mio padre?. Ha abbassato gli occhi ed  diventato rosso fino alle orecchie. Non lo so. Non l'ho mai conosciuto.
Roba da matti! Questo manda all'aria la mia teoria sui ragazzi che crescono senza un padre.
Mercoled 28 luglio.
Oggi Benit mi ha chiesto: Chi  stato a metterti in queste condizioni?, facendo segno verso la pancia. Chi  stato, ha detto, come se io non c'entrassi niente.
Be', in realt non siamo stati n io n lui.
Un vecchio amico, ho risposto. Un cugino acquisito.
E lo sa?.
Ho fatto di no con la testa. Non lo sa nessuno. Tranne te, tua madre, mia madre e mia zia.
Lui  rimasto zitto.
Ti chiedi perch non sono andata in Inghilterra, vero?
Visto che avrei avuto i mezzi per farlo. Perch non credevo di poterci essere rimasta. Sai, studi biologia, tuo fratello ti racconta delle cose. Non credevo che mi potesse essere successo perch con questo tizio, scusa la volgarit, non ci sono andata a letto.
Ma  impossibile?.
Proprio quello che pensavo io. Tu credi che ti stia raccontando delle storie.
Ci guardammo per un po'.
No, mi ha risposto.
Miracolo:  il primo che mi crede. Ed  anche il primo che non d la colpa a Pierre-Antoine e non pensa che sia il diavolo in persona.
Venerd 30 luglio.
Gli ho raccontato tutta la storia.  strano, perch non l'avevo mai raccontata a nessuno. Nessuno voleva saperla. 
una storia brutta, sporca, e di certe cose non si parla.
Quando l'ho raccontata a Benit non sembrava n brutta n sporca, soltanto triste e stupida. E lo , sia triste sia stupida.
E questa  la mia riflessione di oggi.
Domenica 1 agosto.
Ieri la zia Susanne mi ha portato la posta. C'erano una cartolina di mio fratello e una lettera della mia migliore amica, Anne.
La lettera di Anne mi  sembrata tanto cretina che mi  venuto da piangere. Mi ha mandato uno dei suoi ultimi capolavori: un foglio pieno di spirali in colori pastello. Sembrava una carta da parati per bambini: nuvolette e farfalline per fare tanti sogni d'oro. Mi  venuto un nervoso che avrei vomitato peggio di un vulcano. Anne dice che spera che guarisca presto e che ha incontrato un ragazzo sulla spiaggia a Biarritz che vorrebbe baciarla, ma lei lo respinge perch secondo lei non sta bene farsi baciare prima del fidanzamento.
Dice che Isabelle le ha scritto dalla Provenza che Martine sparla di lei e di me. Che  andata a dire in giro che fumavamo di nascosto dietro la scuola e che abbiamo copiato all'esame di latino.
Me ne sbatto di loro e delle loro cretinate, giuro.
Philippe scrive che gli dispiace che io non stia bene e spera che mi rimetta presto. Peccato per la crociera, dice.
Pierre-Antoine mi manda i suoi saluti. Scrivici c/o Consolato Francese a Berlino, raccomanda.
Gli scriver cos: Caro Philippe, vorrei che fossi qui a darmi una mano, ma tanto non capiresti.
Oppure: Cari Pierre-Antoine e Philippe, mi sento sola e ho paura. Non fraintendetemi, non do la colpa di tutto a Pierre-Antoine, ma  successo qualcosa di tremendo....
 una bella idea, ma creerebbe guai e dispiaceri a un sacco di gente.
Luned 2 agosto.
 da stamattina che non faccio che ripensare a quello stupido giorno. Era un sabato. La nonna aveva invitato tutti i parenti al suo chteau per festeggiare il compleanno della zia Susanne.
Pierre-Antoine arriv da Parigi sulla sua nuova moto inglese.
Le cugine e i cugini gli andarono tutti incontro ad ammirare la moto e lui. Io no. Sapevo che me l'avrebbe fatta vedere pi tardi. Aveva una giacca di pelle con le catene che non si tolse nemmeno per entrare in casa. Lo chteau era pieno di gente che chiacchierava davanti ai caminetti o giocava a scacchi e a backgammon. Certi erano usciti a cavallo o a passeggiare. Tutti aspettavano la festa, che si sarebbe tenuta quella sera. Dopo pranzo Pierre-Antoine venne da me, che giocavo a backgammon, e mi disse in un orecchio che voleva portarmi a fare un giro in moto. Uscimmo passando dalla cucina perch non voleva che se ne accorgesse nessuno.
La stagione del raccolto era finita e i campi erano di un grigio pi scuro del cielo. C'era vento, ma non faceva freddo.
Dopo una mezz'oretta Pierre-Antoine ferm la moto al limitare di un bosco e mi disse: Facciamo due passi per sgranchirci le gambe.
Quando mi prese per mano mi venne il batticuore. Nel bosco era tanto buio che non lo vedevo neanche in faccia, ma gli vedevo le spalle larghe avvolte nella giacca di pelle e il collo bianco.
Sai che sono innamorato di te da quando avevi dodici anni?, mi disse con tenerezza.
Tutte le volte che me lo diceva, ci credevo. Non penso che sia vero, ma potrebbe anche darsi. Perch per lui e Philippe io sono solo una bambina.
Be', ora cerco di ricordarmi bene. Non avrebbe senso mentire. Mi baci e piano piano mi fece sdraiare sotto un grande albero. La terra era umida, ma le foglie asciutte.
Pensavo al Grande Momento. Pensavo che l'avrei fatto felice e che magari mi avrebbe amato veramente, se gli avessi permesso di andare fino in fondo. Avevo una gonna di lana e lui un paio di jeans. Mi lasciai sfilare gli slip. Lui si slacci i jeans e mi si strofin contro. Non feci in tempo a pensare
ci siamo,  il Grande Momento, che sentii un fiotto caldo sulla coscia.
Lui non disse nulla, tranne: Ooops. Scusa, mi dispiace.
Ero contenta che avesse dimostrato di non essere perfetto, per una volta, e pensai che potevo anche perdonarlo. Non importa, dissi. Rimasi l per un po' a guardare l'albero, accarezzandogli la testa, che mi aveva posato sul petto.
Dopo un po' si alz e disse: Sar meglio rientrare. Io mi pulii con gli slip e me li infilai nella tasca della giacca.
Poi tornammo allo chteau. Seduta dietro di lui, con il motore che vibrava sotto di noi e la faccia appoggiata sulla sua schiena, lo abbracciai stretto e pensai che lo amavo e che non importava. Cominciai a chiedermi se era proprio vero che era stato a letto con tante ragazze e mi emozionai al pensiero che forse avevo scoperto qualcosa che nessun altro sapeva. Mi lasci davanti alla porta della cucina. I cuochi ridevano, sbattendo pentole e padelle di qua e di l. Mi baci sulla guancia e quindi part sgommando verso l'ingresso principale.
Il giorno dopo Pierre-Antoine port a fare un giro mia cugina Florence, che ha diciotto anni. Non tornarono che all'imbrunire, quando stavamo per partire. Florence aveva le guance rossissime, come se fossero andati molto veloci controvento. Decisi che Pierre-Antoine avrebbe dovuto implorarmi in ginocchio, se voleva un altro bacio da me.
Non avevo mai avuto le mestruazioni regolari, ma per i primi tre mesi dopo quel giorno ebbi qualche piccola perdita nel periodo giusto del mese e pensai che finalmente mi stavo regolarizzando. Quando cominciai
ad avere la nausea, pensai che mi fosse venuta l'influenza, perch a scuola ce l'avevano tutti. Quando in seguito cominciai a ingrassare, pensai che fosse una questione di nervi.
Chi avrebbe mai immaginato che era andato storto qualcosa?
Mercoled 4 agosto.
Benit aveva la giornata libera e mi ha tenuto compagnia tutto il giorno. Pioveva. Gli ho dato la sua lezione di piano e poi abbiamo giocato a ramino. Mi avr battuto dieci volte. Gli ho detto che ho finito Germinal.
Ti fa capire che non sei quella che sta peggio al mondo, ha detto. Sono contento di essere nato adesso e non nel secolo scorso, altrimenti sarei a lavorare in una fabbrica o in una miniera.
Io invece no, gli ho risposto. Sarei gi sposata a qualche conte o duca del cazzo.
Benit ha riso come un matto.
Non so perch ma, mentre lui rideva, io sono scoppiata a piangere.
Non piangere, mi ha detto con dolcezza, prendendomi la mano.
La mia vita  rovinata.
Non  vero. Devi fare in modo che non sia rovinata. Dipende da te.
Non potr mai dire la verit a nessuno. Che cosa mi succeder, poi? Non potr pi andare alla spiaggia, con tutte queste smagliature! E se mai trover un uomo come si deve, che cosa mi dir vedendomi?.
Se  davvero un uomo come si deve, gli potrai dire la verit e a lui non importer niente.
Tu sei l'unico amico che ho al mondo e fra qualche settimana mi porteranno via e non ti rivedr pi.
Dipende da te, non da loro.
Incredibile: non ci avevo mai pensato, prima.
Gioved 5 agosto.
Ho deciso di non firmare i documenti per dare il bambino in adozione. Ho deciso di perdonare tutto a tutti.
Venerd 13 agosto.
Venerd scorso la mamma si  fermata a dormire ed  rimasta fino a stamattina. Mi sono sentita male. Ho vomitato, avevo la febbre e dei dolori alla pancia. E venuto un dottore, che ha detto che avevo l'influenza, ma che per il resto andava tutto bene. Mi ha fatto piacere sentirlo. Continuavo a pensare a quei pugnetti e ai piedini che scalciavano, bum-bum, fatemi uscire!
Due giorni dopo ho chiesto alla mamma di scendere e invitare Benit a cena. Sei impazzita?, Le ho risposto:
No, sono serissima.
Lei ci ha pensato un po' su, perplessa, e poi  andata a chiamarlo. Anche Benit aveva l'influenza e ha detto che sarebbe venuto l'indomani.
 stata una bellissima serata. Hanno parlato della resistenza durante la guerra. Benit ha detto che quasi tutti i leader della resistenza erano comunisti e che anche sua madre l'aveva fatta e nascondeva i piloti americani nella soffitta.
Anzi, probabilmente suo padre era un pilota americano.
Tuo padre era marxista, da giovane, mi ha detto la mamma, prendendomi per mano. Lo sapevi?.
Come facevo a saperlo? Non so niente di lui, tranne che ci manda dei giocattoli costosi a Natale. Giocattoli! Come se avessimo ancora dieci anni! Non me ne importa niente.
Non ho mica bisogno di lui.
Andr all'universit a Parigi, ha detto Benit a un certo punto. L'anno prossimo. Voglio iscrivermi a legge.
Che bello?, ha esclamato la mamma tutta eccitata.
Manco fosse figlio del primo ministro.
Cos Benit ha cominciato a venire a mangiare da noi tutte le sere. Sua madre prepara la cena e lui la porta su e mangia con noi. Sua madre cucina bene, molto meglio della mia.
Stamattina, prima che andasse via, ho detto alla mamma che non volevo firmare per dare il bambino in adozione.
Che cosa?, A momenti le veniva un colpo e si  dovuta sedere.
Non ti preoccupare, non voglio nemmeno tenerlo, le ho detto.  solo che non voglio darlo subito in adozione.
Voglio vedere come va. Voglio poter fare qualcosa, se non mi piace come lo sistemano.
Sei matta? Cos i genitori faranno una vita d'inferno! Vivranno nel terrore che tu glielo porti via!.
Non me ne frega un accidente, mamma. O lo diamo in affidamento, o racconto tutto alla nonna.
Si  messa a piangere. Non mi devi ricattare, mi ha detto. Sono tua madre. Santo cielo, a Susanne verr un colpo.
Non sono affari suoi. So essere gelida, quando voglio.
Dove ho imparato a usare quel tono?
E tutta colpa mia?, si  messa a gridare nascondendosi la faccia fra le mani. Tutta colpa mia! Sei sempre stata una bambina brava, tranquilla, giudiziosa, non mi hai mai dato i problemi che mi ha dato tuo fratello.... Mi ha guardato con espressione tormentata. Credi che tuo fratello ce l'abbia con me? Credi che mi odi?.
Per un po' non ho detto niente. No, ho risposto poi.
Non mi hai mai dato i problemi che mi ha dato lui. Non mi sono mai preoccupata per te: ero convinta che te la sapessi sbrigare da sola.
Le ho detto: Adesso non fare cos, e le ho accarezzato la testa. Tutti hanno bisogno della mamma, sai, anche se sono bravi bambini.
Domenica 15 agosto.
Benit voleva che giurassi che dopo un po' firmer le carte per dare il bambino in adozione, se vedr che va tutto bene. Cosa vuol dire dopo un po'?, gli ho chiesto. Lui mi ha risposto: Qualche anno. Due, tre. Gli ho detto che va bene, che glielo giuravo.
Gioved 19 agosto.
La mamma ieri  arrivata con una valigia. Dice che la zia Susanne le ha fatto una scenata per la faccenda dell'adozione, ma che lei ha tenuto duro. Le ho detto che eri figlia mia e che decidevo io. Si  messa a ridere. Cos adesso non mi parla pi. Ma fra qualche giorno le passa. Sai, pensavo.
Cambieranno le cose, a casa. Non voglio pi vedere Pierre-Antoine. Mai pi.
Mamma, non fare cos, le ho detto. Per favore. La colpa  tanto mia quanto sua.
Dimentichi che lui  molto pi grande di te e ha delle responsabilit.
A quel punto mi sono messa a piangere. Mi sembrava tutto cos crudele e senza senso.
Va bene, si  affrettata a dire. Va bene. Ne parleremo.
Non piangere.
 incredibile, ma quando mi ha detto cos mi  sembrata forte e le ho creduto.
Faremo delle cose insieme, io e te. Per esempio, sai, pensavo alle piramidi. Hai sempre detto che ti sarebbe piaciuto visitarle, vero? Be', ci andremo a Natale. E la scuola: non ti piace il lyce che frequenti, vero? Be', a Parigi ce ne sono tanti. Scegli tu.
Vorrei andare in una scuola mista.
Okay. E poi pensavo che forse dovrei cercarmi un lavoro.
Sai la galleria d'arte di quella mia amica? Sono anni che mi chiede se le do una mano. Che paura!, esclam poi battendo le mani.  come andare in prima elementare!.
Di colpo si  fatta seria,  impallidita e si  rabbuiata.
Ascolta. Non sar facile. Sentirai male. Lascia che ti spieghi come....
La mamma ha preso in affitto un'altra stanza dalla mamma di Benit. Cos adesso sta qui, ma senza rimanere con me tutto il tempo.
Ci sono due cose a cui non riesco a smettere di pensare.
La prima  che ormai siamo agli sgoccioli e non vedo l'ora di essere di nuovo libera. La seconda  che soffrir tantissimo.
Come far? Che cosa si aspettano da me? Urler come fanno le donne nei film? E lui, urler anche lui cercando me, la sua mamma, come nei film? E io allora che cosa far? Non so dove trovare il coraggio.  come un buco nero, una casa stregata, un incubo da cui non riesco a uscire.
Dicono che bisogna fare dei respiri profondi quando si viene colti dal panico, fare dei bei respiri profondi e cercare di non perdere la testa. Io cerco di restare lucida, ma sono talmente nervosa che vado a fare pip in continuazione.
Sabato 21 agosto.
Benit ha chiamato la pasticceria e ha detto che ha avuto una ricaduta dell'influenza e che probabilmente dovr stare a casa per qualche giorno.
Ormai pu succedere da un momento all'altro. Il tempo  gi scaduto da una settimana.
Benit ci ha raccontato di quando sua madre ha avuto lui. Era sola a Trouville e and all'ospedale a piedi. I suoi genitori non le parlarono per cinque anni. Benit ricorda che aveva cinque anni quando and per la prima volta dai nonni a Rouen. Prese il treno con sua madre e insieme andarono a suonare il campanello della casa dei nonni. La nonna lo prese in braccio e se lo tenne stretto, piangendo.
Dovrebbe essere uno dei momenti pi belli di tutta la vita, in cui tutti ti stanno vicino e ti coprono di regali e di complimenti. Non dovrebbe essere come un'operazione in cui ti tolgono un cancro enorme dalla pancia e tutti bisbigliano.
Invece  cos che mi sento. Come se stessi per morire di cancro e nessuno volesse ammetterlo o parlarne con me.
La mamma e Benit ce la mettono tutta, per si vergognano, hanno i nervi a fior di pelle. Sono diventati la mia famiglia privata. Quella pubblica  formata da tutti gli altri che hanno qualcosa a che fare con me.
Gioved 26 agosto. Parigi.
 successo il 22 agosto, domenica. E cominciato all'alba, ma ci sono volute dodici ore.
Mi sento come se mi fosse scoppiata una bomba dentro e fossi rimasta piena di cocci di vetro. Per non parlare della pelle, Santo Cielo! Sono piena di segni e sembro una cartina geografica, con tanto di fiumi e di catene montuose.
Mi hanno trattenuto tre giorni. Sono stati tutti molto gentili. Benit  venuto a trovarmi tutti i giorni e si  fermato per ore. Ridevamo perch quelli dell'ospedale sono convinti che il bambino sia suo. Fra un anno verr a Parigi e la mamma gli ha gi trovato casa in un palazzo di nostri amici.
Mi hanno fatto una specie di anestesia, cos mi  sembrato un sogno strano in cui mi facevano il terzo grado sotto delle lampade fortissime. Il dottore mi ha assicurato che torner perfettamente normale. Tutto come prima, mi ha detto. E la mia pelle? gli ho chiesto. Che cos'ha che non va la tua pelle? ha ribattuto.
La zia Susanne ha detto che la mamma  svenuta quando hanno portato via il bambino. La zia sostiene che  biondo con gli occhi azzurri, ma gli occhi di solito poi cambiano colore.
L'ho chiamato Benit Antoine Philippe. Alla voce Madre ho scritto il mio nome e a quella Professione: disoccupata.
Alla voce Padre ho scritto: ignoto.
Mio Dio, quanto mi dispiace. Prego solo che qualcuno lo ami quanto merita, quanto io probabilmente non sarei mai capace di amarlo. Spero che un giorno gli venga voglia di venirmi a cercare. E spero che questa che sto facendo sia la cosa giusta. Spero anche che cresca forte e sicuro di s.
...
.
...
FINE.